martedì 26 settembre 2017

I cavallucci autunnali di San Galgano / Saint Galgano's autumnal cavallucci


“Ancora oggi, tra sconfinati campi e colline sinuose a soli trenta chilometri dalla città di Siena, esiste un luogo meraviglioso in cui la storia si fonde armoniosamente con l’arte e dove si respira mistero, fascino e leggenda: tappeti erbosi e morbidi rilievi che si perdono a vista d’occhio, colmi di girasoli raggianti in primavera come piccoli soldati a servizio della luce; una vastità dipinta di ottone e ruggine con l’arrivo dell’autunno, quando l’alba e il tramonto conferiscono al paesaggio un’aura dorata e malinconica, custode di memorie e miti che si perdono nella notte dei tempi […]”

Ed è proprio in quel luogo, così mistico e colmo di ricordi di un lontano passato, che un precoce vento d’autunno racconta la storia di un leggendario cavaliere: Galgano Guidotti, divenuto poi santo con l’appellativo di San Galgano. Un uomo irruento, dissoluto, incline alla guerra fino a che non conobbe la benedizione della pace; un uomo che incarnò il potere dei miracoli che la vita è in grado di far accadere all’improvviso, contro ogni aspettativa, come un lampo di luce in un mare di oscurità. Un’anima perduta e poi ritrovata, uno spirito che capì cosa significasse credere in qualcosa proprio perché non aveva mai creduto in niente. Un cavaliere antico che il tempo non dimentica, ma che vive ancora con disarmante attualità dentro ciascuno di noi, sussurrandoci verità preziose e nascoste: forse il vero tesoro dell’Eremo a lui intitolato, contenente ancor oggi la sua spada infissa in una dura roccia. Un tesoro che parla di forza, di valore e di ricchezza tutt'altro che materiale. Perché è vero che per ritrovarsi è necessario perdersi; è vero che si comprende quale sia il valore della pace solo dopo aver vissuto molte volte la guerra, spesso verso se stessi e di conseguenza anche verso il mondo. E’ vero anche che ciascuno di noi è portatore di una spada: eppure troppe volte ci si lascia dominare da essa al posto di imparare a dominarla.
Ci si illude di essere veri cavalieri quando si riesce a celare fragilità e insicurezza dietro aggressività e prepotenza, quasi come se gridare tutto l’odio celato in corpo servisse realmente a guadagnare autentico rispetto e considerazione; si crede d’essere guerrieri solo quando si vince ad ogni costo, solo quando si incute timore e si ferisce piuttosto che essere feriti: ma questo non è certo essere dei paladini. Essere autentici cavalieri significa conoscere l’offesa, l’umiliazione, la debolezza insita nell'insicurezza; significa dubitare di se stessi e del proprio coraggio, delle proprie capacità nel brandire una spada. Vuol dire fallire e credere di non essere all'altezza finché non ci si rende conto che ciò che ci rende vincitori non è quanto sapremmo agitare quell'arma meglio di chi lo fa, ma è il coraggio che dimostriamo nel piantare quella spada a terra in segno di benevolenza e perdono. E’ forte un cavaliere che sa quanto possano far male rancore e rabbia, ma decide ugualmente di dominarle per dare valore ai torti subiti, alle ingiustizie e alla sofferenza causata da chi lo ha precedentemente ferito. San Galgano scoprì cosa fossero la nobiltà e l’autentico valore quando si rese conto che ci voleva più coraggio a conficcare una spada in una roccia per renderla innocua, piuttosto che brandirla perché potesse nuocere; scoprì cosa significasse essere invincibili quando fece di quello strumento non più un modo per vendicare un’offesa ma un simbolo che ricordasse quanto è ingiusto provocare sofferenza solo perché si è provato cosa volesse dire soffrire: forse perché l’unico modo per usare al meglio una spada è talvolta decidere di non usarla, ponendo fine agli attacchi e vincendo così la guerra.

Vi invito dunque a cavalcare con San Galgano nei più rossi tramonti senesi, facendo vostro quell'immenso tesoro d’amore che egli ha lasciato nei secoli al vento. Prendete tra le mani la vostra spada e usatela con saggezza, convinti che la vera forza non è quella che si ostenta o che distrugge, ma è quella che potrebbe fare male ed è invece domata in nome dell’amore. 

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(english version)

"Even today, among endless fields and sinuous hills just thirty kilometers from the city of Siena, there is a marvelous place where history blends harmoniously with art and where you can breathe mystery, charm and legend. Large meadows and harmonious hills stretch themselves from side to side, filled with sunflowers in the spring as small soldiers serving the light. A vastness autumn paints of brass and rust every year, when sunsets give the landscape a golden and melancholic aura
witness of memories and myths lost in the night of time […]”

In that very place, so full of memories from a distant past, that an early autumn wind tells the story of a legendary knight: Galgano Guidotti, later on known as Saint Galgano. He was a wretched, disheartened man, prone to war until he knew the blessing of peace. A man who embodied the power those miracles which happen against all odds, like a flash of light in a sea of darkness; a spirit who understood what it meant to believe in something because it had never believed in anything. An ancient knight that time can’t forget, that still lives inside each of us, whispering precious and hidden truths- perhaps the true treasure of the Hermitage that was named after him. A treasure that speaks of physical strength and spiritual values, embodied in a sword in the stone- his sword.

It is true, in fact, that you can find yourself again only when you get lost. It is true that one can understand the value of peace only after experiencing war many times, often against oneself and consequently even against the world. It' s also true that each of us carries a sword which dominates us but which we should dominate, instead.
Hiding fragility and insecurity behind violence doesn’t make us knights, although it seems it makes us respected and considerated. Only people who win at any cost, who injure before being injured, are usually considered warriors. But this doesn’t means to be knights.
Being authentic knights also means knowing humiliation, weakness and insecurity. It means doubting about oneself and about our ability of brandishing a sword. It means failing, thinking that you are not enough, until you realize that what makes you a winner is plunging that sword into the ground as a sign of benevolence and forgiveness, instead of using it to hurt.
You’re a brave knight when you know that anger can hurt, but you decide to dominate it in the name of the suffering you have experienced. Saint Galgano discovered nobility and true value when he realized that it took more courage to plunge a sword in a rock to make it harmless than brandishing it to make it offensive. He discovered what it meant to be invincible only when his sword became a symbol that reminded him how unfair is to make others suffer, just because he has suffered before. Maybe he understood that the only way to use a sword at its best is not to use it at all, putting an end to the attacks and so winning the war. 

I therefore invite you to ride with Saint Galgano in the reddest Sienese sunsets, treasuring the immense gift of love he has left in the wind centuries ago. Take your sword in your hands and use it with wisdom, convinced that true strength is the one tamed in the name of love.
n.b. you will find the recipe in english at the end of the post! 






Per voi dei biscotti di tradizione, antichi e aromatici, profumati di vino, miele, fichi secchi e noci: non troppo zuccherini, forse anche un po’ rudi, ma di certo colmi della semplicità che le ricette antiche non mancano mai di regalare. La ricetta la troverete come sempre sulle pagine del n.27 di Taste&More, dove potrete perdervi nella leggenda di Galgano e dei luoghi che hanno fatto la sua storia. 




(english recipe)


Here is for you a traditional recipe of old, aromatic biscuits. They are scented with wine, honey, dried figs and nuts: not too sugary, maybe a little rough, but certainly filled with the simplicity that ancient recipes never fail to give.


Saint Galgano’s autumnal cavallucci

320 g of flour 00
100 ml of water
100 g of white sugar
80 g of dried figs in small pieces
80 g of nuts in small pieces
50 g of whole cane sugar
30 g of wholemeal rye flour
20 ml of sweet white wine (Moscato)
20 g of icing sugar cane
5 g of ammonia for sweets
3 spoons of acacia honey
1 pinch of salt
1 teaspoon of cinnamon powder
1 teaspoon of ginger powder
½ teaspoon of nutmeg powder
Flour 00 enough for finishing



Mix in a bowl the flour with wholemeal rye flour, icing sugar cane, ammonia, spices in powder, salt, dried figs and nuts in small pieces. Melt in a saucepan the sugar cane and the white sugar with water and wine. Bring the mixture to a temperature of 110 ° C and pour the syrup obtained on the ingredients you have mixed in the bowl. Mix all the ingredients with a wooden spoon until the syrup will become lukewarm, then add the honey and work the mixture with your hands. The dough will remain fairly granular but will be quite compact to form two cylinders of approx. 4 cm in diameter. With a knife, cut off large portions of about 1 cm and cover them with a bit of flour. Place each biscuit on a baking tray covered with baking paper, slightly pressing in the center of each of them with your thumb. Cook in a hot oven at 130 ° C for about 13 minutes. The biscuits will remain soft, but when they will cool down they will reach the right texture, giving you a rustic and autumnal flavor.


Un abbraccio e un arrivederci a presto, con affetto.

lunedì 10 luglio 2017

Michela e il pesciolino sulla riva del mare / Michela and the little fish on the shore

Un candido gabbiano annunciò alto nel cielo l’arrivo dell’ennesimo tramonto sul mare. All'orizzonte il sole si allungò placido sull'immensa distesa d’onde color cobalto, disperdendosi in milioni di scintillii argentei che sorridevano vivaci sulla superficie dell’acqua. Tra lingue di spiagge impalpabili e falesie a strapiombo sulla costa, gruppi di abitazioni dai delicati toni pastello assistevano come nostalgici sognatori al commiato del giorno, attendendo il ritorno degli ultimi stanchi pescatori che trascinavano a rilento le loro imbarcazioni verso ormai deserte rive ghiaiose.
Ritmicamente, come in un’ancestrale danza, i flutti accarezzavano gli arenili scuri e sabbiosi per poi ritirarsi nuovamente al largo, sussurrando fresche parole che arrivavano a cullare le vastità dell’anima: quell’universo inquieto e talvolta incomprensibile che ogni essere umano porta nel cuore, quell’essenza tanto simile al moto delle onde che non conosce immobilità, proprio come la frenesia a cui abitua la vita. E Oscar non voleva ascoltare altro che la voce rasserenante del mare, ogni volta che il suo spirito si agitava in una silenziosa tempesta: da un vecchio molo ligneo costruito su piatti scogli, ammirava la forza di quell’acqua turchese, mai ferma né paga; ammirava l’equilibrio che essa sapeva trovare, nonostante il vento non le permettesse mai di ottenere riposo.
Con l’arrivo di ogni calda estate, quello era senza dubbio un intimo momento quotidiano a cui non poteva rinunciare, in grado di rasserenarlo e rinfrancarlo: respirava la fresca brezza serale, ascoltando il mare sospirare rumorosamente per poi espirare nel disciogliersi in schiuma.
Eppure, in quella pacifica estasi, capitava ogni tanto che qualcuno di molto speciale giungesse all’imbrunire per fargli un poco di compagnia: Oscar si accorse di non essere più solo quando sentì pronunciare da lontano il suo nome dalla voce di una giovane ragazza, e percepì le assi del pontile scricchiolare sommessamente alle sue spalle.
Michela si avvicinò a piccoli e veloci passi, mentre il vento gonfiava l’ampia gonna bianca dell’abitino di cotone che indossava: il ragazzo la trovò oltremodo graziosa, mentre con un braccio tentava di domare i movimenti involontari del tessuto e con l’altro sorreggeva un cestello intrecciato che appariva per lei forse un po’ troppo ingombrante. Oscar non conosceva l’amica da molto, ma era bastato qualche tramonto per far sì che gli paresse di conoscerla da sempre: con la sua innata purezza e semplicità, Michela pareva un’anima giunta direttamente dai flutti; una dolce sirena dalla lunga chioma riccia e dallo spirito genuinamente fresco e brioso.
<Speravo di trovarti ancora qui, oggi ho fatto tardi ma…> disse la giovane, togliendo i sandali chiari e accomodandosi vicino a lui, sorridendogli vivacemente <Non ho potuto resistere: guarda qui, non le trovi a dir poco stupende?>
La ragazza mise a bagno i piedi nell'acqua cristallina e poggiò sulle ginocchia la cesta di vimini, mostrando orgogliosa ad Oscar una gran quantità di rosse e carnose ciliegie mature.
<Serviti pure> lo invitò lei, portandone alla bocca una e assaporando il loro gusto pieno e vermiglio, ancora caldo di sole.
Il ragazzo tuttavia non parve molto interessato e sospirò, scuotendo il capo dispiaciuto.
<No, ti ringrazio. Sono meravigliose ma oggi non sono dell’umore> le rispose, mordendosi le labbra e abbassando cupamente il viso. E d'un tratto, anche il volto di Michela si rabbuiò.
<Che ti succede? Hai un’aria così triste, da un po’ di tempo a questa parte> notò lei, aggrottando le sopracciglia.
Oscar scrollò le spalle e sollevò distrattamente una bottiglia posata accanto a lui, sorseggiando il suo fruttato contenuto per stemperare l’evidente imbarazzo a fronte di parole che non riusciva a pronunciare. Trattenne un poco la birra ghiacciata in bocca, per poi deglutire e stropicciarsi la corta barba bionda con fare pensoso.
La giovane vide lo sguardo vacuo del ragazzo disperdersi tra i flutti, malinconicamente svuotato di ogni emozione: le sue iridi turchesi parevano aver quasi perduto il loro vivace smalto, a confronto dei toni vibranti delle onde.
<Credo di essere confuso> le confidò poi tentennando, massaggiandosi lentamente il retro del collo con una mano <E’ che nulla mi è chiaro, di questi tempi. Mi assalgono un’infinità di pensieri, di problemi, di preoccupazioni. Tutti mi dicono che devo reagire, che devo fare qualcosa per uscire da questo buio: eppure, mi crederesti? Qualsiasi cosa io provi a fare, in qualsiasi direzione io tenti di muovermi, le cose paiono solamente complicarsi e questo non mi porta a nulla. Non ho più il controllo della mia vita e questo mi fa enormemente rabbia>.
Oscar raccolse così un ciottolo grigio e rotondo che giaceva immobile su una delle assi del pontile, sbiadite e bruciate dal sole, scagliandolo con impeto nelle acque del mare.
Michela osservò il sasso infrangersi repentinamente sulla superficie delle onde e sprofondare tra esse, scendendo lento verso il basso. Poi si voltò verso il ragazzo e, allungando delicatamente l’esile braccio verso di lui, gli posò la mano sulla gamba per attirare la sua attenzione.
<La vuoi vedere una cosa?> sussurrò l’amica ammiccando, facendolo sussultare.
La ragazza prese così a scuotere vigorosamente le gambe nell’acqua, sollevando una gran quantità di sabbia dal fondale e spaventando un piccolo gruppetto di pesci che si era avvicinato alla riva.
Oscar guardò basito l’acqua torbida e spalancò le braccia interdetto, come se si aspettasse una giustificazione sensata di fronte ad un gesto improvviso che di assennato sembrò avere ben poco: la sua espressione parve a Michela così buffa che lei non poté fare a meno di scoppiare in una fervida risata.
<Ecco qui> lo incalzò, stendendosi all'indietro e poggiandosi sui gomiti <Dimmi, se uno di quei pesci non avesse fatto in tempo a scappare e si fosse trovato nel bel mezzo di questa nube polverosa, come pensi avrebbe agito?>
<Non so> immaginò il giovane, grattandosi il capo e provando ad assecondare la ragazza <Suppongo che si sarebbe sentito in pericolo, irrequieto e spaventato. Azzardo: avrebbe tentato di uscirne?>
<Uhm, probabilmente> rispose lei, socchiudendo sibillina gli occhi <Ma se lo avesse fatto, la paura lo avrebbe agitato maggiormente e avrebbe smosso solo un’ulteriore quantità di sabbia, che gli avrebbe permesso di vedere ancor meno. E non solo: qualsiasi movimento al buio lo avrebbe reso vulnerabile alle trappole nascoste dei pescatori, agli ami pronti a catturarlo, a qualsiasi predatore nascosto tra la fitta foschia, in attesa di un qualsiasi suo passo falso dettato dall'irrazionalità e dalla confusione. Perciò, tenderebbe a sviluppare un altro istinto: diverrebbe più cauto e imparerebbe ad aspettare immobile. Solo in questo modo la sabbia si depositerebbe nuovamente sul fondale, rendendogli la visuale finalmente chiara e permettendogli così di trovare una scappatoia in sicurezza!>.
<Non pensavo che i pesci fossero così saggi!> commentò scherzosamente Oscar mentre osservava Michela prelevare qualche altra fresca ciliegia dal cestello, alla luce degli ultimi raggi di sole del giorno.
<Oh, non credere: tante volte sanno esserlo più di te!> ribatté lei, con tono affettuosamente provocatorio <Perché capita spesso, nella vita, che il destino o gli eventi agitino le acque della nostra quotidianità sollevando un’enorme quantità di sabbia. E questo finisce per confonderci, per spaventarci o accecarci, facendoci perdere ogni lucidità o riferimento. E’ quindi ovvio che qualsiasi decisione prendiamo nella totale oscurità potrebbe essere un pericolo, dal momento che al buio possiamo essere più vulnerabili e poco obiettivi. C’è chi ti dice di fare qualcosa per uscire da una situazione cupa, che sarà solo colpa tua se non proverai a reagire; c’è chi ti incoraggia a cambiare le cose, e questo è un bene. Ma non sempre è il migliore consiglio: se in certi frangenti è necessario agire, in altri questo provoca solo danno, poiché si peggiorerebbe solamente una situazione già in partenza compromessa. Esistono infatti momenti in cui bisogna essere cauti, astuti, pazienti; bisogna respirare a fondo e attendere immobili che la sabbia si depositi nuovamente sul fondale, lasciandoci liberi e lucidi nel trovare la via d’uscita più vantaggiosa da una situazione che ci opprime. La soluzione spesso è proprio lì ad aspettarci, se si ha la pazienza di attendere che si manifesti. E adesso, pesciolino, goditi questo tramonto>.
Il ragazzo sorrise impercettibilmente, piacevolmente colpito da quanto quell'anima somigliasse davvero alle onde blu che si agitavano in mare di fronte a lui: briosa e leggera, al contempo profonda e riflessiva. La guardò serena bagnarsi di quella luce dai toni pesca che si irradiava dall'orizzonte, mentre teneva gli occhi chiusi quasi ascoltasse le parole di chissà quale eco persa nel vento. Ma ringraziò la vita, che fino a poco prima lo aveva in fondo ferito e offeso, per aver scacciato le nubi scure di una tormenta grazie ad un’altra dolce e fresca tempesta: un tenero uragano che portava il nome di un angelo.





Gelato alla birra di frutta con latte di noce, ciliegie e chiodi di garofano
(senza lattosio)

200 ml di latte di noce
200 ml di panna fresca senza lattosio (o in alternativa, di riso)
70 ml di birra alla frutta fermentata naturalmente (Triporteur Kinky Berry o birra alla frutta senza additivi chimici)**
90 g di zucchero di canna grezzo integrale
18 ml di sciroppo di glucosio
4 tuorli medi
5 chiodi di garofano di medie dimensioni
1 pizzico di sale

125 g di ciliegie mature e sode
Sciroppo di amarena naturale q.b.

** se non amate la birra o volete rendere il gelato anche senza glutine potete sostituire la quantità di birra con del succo di ciliegia o frutti rossi, 100% naturale.

Ponete in una pentola il latte di noce, la panna, la birra e i chiodi di garofano: portate quasi ad ebollizione e poi spegnete il fuoco, in modo da permettere alla spezia di sprigionare il suo profumo. A parte, montate i tuorli con lo zucchero e il glucosio fino ad ottenere un composto spumoso. Filtrate i liquidi riscaldati nella pentola, per eliminare i chiodi di garofano al fine di ottenere una miscela setosa, ed uniteli al composto montato. Riportate il tutto sul fuoco fino a che non raggiungerete una temperatura di 80/84° C. Lasciate raffreddare e poi, coprendo un contenitore con una pellicola alimentare, ponete in frigorifero per una notte intera. Il giorno successivo versate la miscela nella gelatiera e azionatela per un tempo corrispondente a 25/30 minuti. Nel frattempo lavate le ciliegie e tagliatele a piccoli pezzetti eliminando il nocciolo. Aggiungetele al gelato 10 minuti prima del termine della lavorazione. Qualche istante prima di toglierlo dal cestello, aggiungete a piacere un po’ di sciroppo di amarena per ottenere la variegatura. Consumate subito il gelato, decorando a piacere con ciliegie fresche o altro sciroppo, oppure conservatelo in un contenitore nel congelatore, avendo l’accortezza di toglierlo dal freezer almeno dieci minuti prima di servirlo. 


... perché sono così, esattamente come le fronde del mio bosco. Perché ho bisogno della mezzombra, del silenzio e della quiete, quando ho poco da dire ma tanto a cui pensare. Accettate questo mio essere selvatico, perdonate la mia assenza. Spero che, nel caso in cui vi sentiate anche voi piccoli pesciolini in una nube torbida di sabbia, non perdiate la speranza: non sempre la solitudine e il silenzio vi impongono di fare qualcosa per uscirne. Se a volte è necessario agire, in altri casi è necessario attendere con pazienza e calma: solo quando l'acqua tornerà limpida potrete vedere le cose con chiarezza, lasciando fare al tempo e non pretendendo da voi stessi scelte affrettate. Il chiarore tornerà e vi accorgerete di quanto il buio sappia essere bugiardo, imponendovi di pensare che la realtà è solo un'ombra. Voi siete luce, anche quando non riuscite a brillare. 

Un abbraccio e a presto.

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(English version)

From high up in the sky, a pure-white seagull announced the coming of another sunset over the sea. The sun was stretching placidly on the horizon over a stretch of cobalt waves, its silvery sparkles spreading and smiling brightly on the surface of the water. Among sandy beaches and cliffs, groups of delicate, pastel-coloured homes were watching the sunset, as wistful dreamers do. They seemed to be waiting for the last tired fishermen, who were slowly dragging their heavy boats to the gravelly, deserted shores after a long day.
Rhythmically, as if performing an ancestral dance, the waves caressed the dark, sandy arenas and then retreated back to the sea as if whispering fresh words speaking to people’s souls- to that complicated, at times unintelligible universe everyone carries in their heart, whose restless nature is so similar to the endless motion of the waves, and to the frantic pace of life we are accustomed to.
Sitting on an old wooden dock built on rocks, Oscar didn’t want to hear anything but the calming voice of the sea. Anytime his soul was shaken by the silent storm of uneasiness, he used to admire the power of that turquoise water, never quiet nor satisfied; he admired the balance it seemed to find, although the wind never allowed it to rest.
It was something he couldn’t do without. With every hot summer, that intimate daily moment was undoubtedly able to calm and refresh him: he used to breathe in the cool evening breeze, and to listen to the loud sighing of the sea dissolving itself into foam.
And yet, during that peaceful isolation, a very special person sometimes came to keep him a little company. That late afternoon Oscar realised that he was no longer alone when a young girl's voice far away called out his name, and the boards of the old deck started to creak behind his shoulders.
Michela came up with little and quick steps, while the wind was swelling the large white skirt of the cotton dress she was wearing. She was trying to tame the unwanted movements of the fabric with her right hand, and with the other she was holding a braided basket that looked a little too cumbersome for her to carry. She immediately looked immensely pretty to the boy’s eyes. Oscar didn’t know her very well, but that much was enough to make him feel as if he had always known her: with her innate purity and simplicity, Michela seemed to come straight from the waves; a sweet mermaid with long curly hair and with a genuinely fresh and lively spirit.
<I was hoping to find you still here today, sure I'm late but ...> said the young woman, taking her  light-coloured sandals off and sitting down next to him, smiling brightly. <I could not resist: look here, aren’t they just gourgeous?>
The girl plunged her feet into the crystal clear water and placed the wicker basket onto her knees, proudly showing a large amount of red, mature, fleshy cherries to Oscar.
<Come on, help yourself!> she said, bringing one of them to her mouth and savouring its full, vermillion taste, enriched by the warmth of the sun she could still taste in them.
The boy, however, didn’t look very interested in them and shook his head, disappointed.
<No, thank you. They look wonderful, but today I'm just not in the mood> replied him, biting his lips and lowering his face, grimly. Suddenly, Michela's face turned sad, as well.
<What is happening to you? You’ve been looking very sad recently> she remarked, furrowing her eyebrows.
Oscar shrugged his shoulders and absently lifted a bottle beside him. He started sipping its fruity content, hoping to hide his difficulty in finding the right words to explain. He held the iced beer in his mouth for a while; then he swallowed it and rubbed his short fair beard, pensively. The young woman noticed that the now sad, emotionless eyes of the boy were getting lost into the waves. If compared to their vibrant colors, his turquoise irises seemed to have almost lost their usual lively blue colour.
<I guess I'm confused> he then told her hesitatingly, slowly rubbing the back of his neck with his hand. <It’s that nothing seems clear to me these days. I am tormented by an immense number of thoughts, problems, and worries. Everyone tells me that I have to react, that I must do something to get out of this darkness, but…believe me, whatever I try to do, any direction I try to move towards, things just seem to get more complicated, and this doesn’t lead me to anything. I no longer have control over my life, and this makes me furious>.
Oscar then picked up a round, grey pebble lying on one of the faded and sunburnt boards of the pier, and hurled it impetuously into the waters of the sea.
Michela watched the pebble as it suddenly broke the surface of the waves and slowly sank into the depths of them. Then she turned to the boy and, gently stretching her thin arm toward him, she put her hand onto his leg to draw his attention.
<Would you like to see something?> she whispered, winking at her friend. He startled.
The girl then vigorously shook her legs in the water, lifting up a large amount of sand from the seabed and scaring a small group of fish that had approached the shore.
Oscar looked down at the turbid water and opened his arms, as if he expected a sensible explanation for that sudden gesture. There was apparently nothing reasonable about it. His expression looked so funny to her that she began to laugh out loudly.
<So, that’s it> she said, stretching back and leaning on her elbows. <Tell me, if one of those fishes hadn’t had time to escape, and had been lost in the middle of this dusty cloud, what do you think it would have done?>
<I don’t know> replied the young man, scratching his head and trying to pander to the girl. <I suppose it would have felt in danger, restless and scared. My guess: he would have tried to get out of the dusty cloud. What do you reckon?>
<Uhm, probably> she then said, narrowing her enigmatic eyes. <But if the fish had done so, it would have felt much more scared, and so, restless and nervous, it would have lifted up even more sand from the seabed.  That would have hindered his sight enormously. And that’s not all: any movement in the dark would have made it vulnerable to the hidden traps of fishermen, to the hooks ready to catch it, to any predator hidden in the thick mist, awaiting for any wrong decision taken out of irrationality and confusion. That is why I think the fish would have acted differently: it would have waited until the sand settled back down to the seabed, so that its vision would be clear enough to find a safe way through the darkness.>
<Oh my, I didn’t know fishes could be so wise!> commented Oscar ironically, while Michela was taking out some other fresh cherries from the basket, in the light of the last rays of the day.
<You can bet! Actually, fishes are a lot wiser than you> she replied, both affectionately and provocatively. < You know, fate or events often happen to agitate the waters of our everyday life by raising a huge amount of sand. And this ends up confusing, scaring and blinding us. People often think that we’re to blame if we don’t try to change this state of things. They often advise us to take action, to react. But any decision we make in this total darkness could actually be dangerous, since in the dark we may be more vulnerable and less objective. Encouraging us to change things is good, but it is not always the best advice. While in some cases action is needed, in others this would only worsen an already compromised situation. You know, there are moments when you need to be cautious, clever, patient - moments when you have to breathe in deeply and wait for the sand to settle back down on the seabed, setting you free and allowing you to think rationally again. The solution is often just there to wait for you; you can find a way out, if you have the patience to wait for it to show itself. And now, my little fish, enjoy this sunset>.
The boy smiled imperceptibly. He was impressed by how much Michela’s soul - both lively and calm, profound and thoughtful - resembled the blue waves in front of him. He looked at her, bathing serenely in the peachy light radiated from the horizon, her eyes closed as if listening to the words of an echo lost in the wind. He thanked that very same life that had put him in trouble for casting out the dark clouds of a torment thanks to another sweet storm: a tender hurricane bearing the name of an angel.


Variegated fruity beer-ice cream with walnut milk, fresh cherries and cloves
(lactose-free)

For the ice cream
200 ml of lactose-free cream
200 ml of walnut milk
70 ml of Triporteur Kinky Berry beer**
90 g of natural, unrefined cane sugar
18 ml of glucose syrup
4 medium egg yolks
5 medium-sized cloves

** if you can't drink beer or you want even a gluten free recipe, replace the alcohol with a cherry or red fruit juice, 100% natural.

To garnish
125 g of fresh cherries
Natural black cherry syrup (according to personal taste)

Warm the walnut milk in a pot, together with beer, cream and cloves, almost to the point of boiling. Turn the heat off to let the cloves give its flavour out. Beat the egg yolks in a separate bowl, add the sugar and the glucose syrup too, and stir to obtain a creamy, frothy mixture. Add then the warm blend of cream, milk and beer previously prepared (remember to remove the cloves, first). Cook until it reaches 80/85°C. Let it cool, and then let it rest in the fridge for a night. Finally, pour the mixture in the ice cream maker for 25-30 minutes. During the last 10 minutes of the process add the cherries reduced in small pieces. Add some natural black cherry syrup during the last 30 seconds of the process, according to personal taste. You can either serve the ice cream immediately or store it in the freezer (remember to take it out some time before consumption).
Feel free to decorate your ice cream with other syrup or cherries.

Enjoy!

sabato 27 maggio 2017

I pandolcetti del principe Orsini

Capita nella vita di scoprirsi improvvisamente narratori di incredibili storie. Che siano miti, leggende o fiabe, poco importa: quello che è certo è che, quando questo avviene, ciascuno di noi personifica sempre la meravigliosa storia che racconta. Pensieri ed esperienze di vita, vicissitudini piene di sentimento ed emozione; intrecci in cui vittorie si alternano a sconfitte, e in cui dietro ad ogni traguardo c’è spesso un cammino costellato di intoppi, ostacoli e avversità: eppure è un cammino che si rivela sempre, prima o poi, una straordinaria avventura. Quante volte, da bambini, sfogliavamo pagine e pagine di racconti che avremmo voluto non finissero mai? Quante volte abbiamo sognato di essere protagonisti di viaggi per sfidare mostri ed esseri leggendari, uscendone come eroi?
Proprio questo è ciò che crescendo abbiamo dimenticato: come essere paladini del nostro piccolo e imperturbabile mondo. Abbiamo dimenticato cosa davvero le fiabe ci hanno insegnato, quante vittorie si celano dietro a innumerevoli sconfitte; quante creature mostruose sfidavano cavalieri e viandanti al solo scopo di aumentare il valore degli intrepidi protagonisti, che si abbattevano in fondo soltanto per scoprire una maggiore fiducia in se stessi e nei propri talenti. 
Allora sapevamo che tutto sarebbe andato bene, perchè in quelle storie credevamo con sincerità.
Avevamo sogni e progetti per il nostro cammino senza distrarci a guardare quello degli altri, consapevoli che ciascuno di noi è detentore del suo unico destino. 
Ci dicevano che crescendo avremmo capito che la vita sarebbe stata diversa e che avremmo conosciuto i veri mostri, lontano da un piccolo e protetto mondo immaginario. Ci hanno fatto credere che quel coraggio e quella temerarietà di fanciulli equivalesse ad una tenera ingenuità, ad una fragilità dalla quale avremmo dovuto svegliarci: molti hanno pensato che fosse davvero così e hanno dimenticato cosa significhi inseguire i propri sogni sfidando le proprie chimere.
La verità, invece, è che noi eravamo più forti di quello che siamo oggi. E da bimbi conoscevamo meglio i mostri più di qualunque adulto: non perché sapessimo cosa fosse la vita e l’esperienza, più di quanto effettivamente ne sapessero loro, ma perché sapevamo come sconfiggere quelle ombre meglio di loro. Sapevamo che ogni storia aveva i suoi ostacoli e le sue oscurità, ma eravamo sicuri che le avremmo abbattute. Perché il bene vince sempre, quando lottiamo per ottenerlo. Credevamo di più nella nostra personale leggenda, senza ascoltare chi ci diceva che le favole erano tutte una finzione, che crescendo le avremmo dimenticate per rapportarci alla vita vera. E le fiabe hanno smesso apparentemente di esistere solo quando ci siamo dimenticati di cosa per noi significassero: eppure esse non si stancano di aspettarci sempre, per ricordarci chi siamo e dove dobbiamo andare. Aspettano che noi piccoli adulti, col cuore di grandi bambini, iniziamo a sfogliare nuovamente il nostro destino con speranza; aspettano un lieto fine che solo noi possiamo dargli, lontano da uno scetticismo odierno e da una superficialità che tentano di distruggere le cose più belle che l’innocenza ha costruito. 
Perché ricordate sempre che, ad ogni incubo che verrà a spaventarci, corrisponderà sempre un sogno meraviglioso che ci permetterà di sconfiggerlo. 

Dimenticate le ombre, dunque, sotto a questo splendido e sereno sole. Approfittate per uscire all'aria aperta, per rilassarvi attraverso lunghe passeggiate e ritrovare il piacere di stupirvi lungo il cammino. Qualche idea? Potreste iniziare col perdervi nel mondo del mistero e nel fantastico, percorrendo i sentieri del meraviglioso ed inquietante Parco dei mostri di Bomarzo, alle porte di Viterbo: tre ettari di boschi di conifere e latifoglie, tra i quali si nascondono meravigliose strutture in basalto in grado di condurvi tra orchi e creature mitiche, tra mostri ed enigmatici indovinelli scolpiti nella pietra, tra case pendenti e grotte tenebrose. Un parco che è stato definito per la sua bellezza e il suo fascino quasi un 'percorso iniziatico', sin dal momento in cui prese vita da un progetto del grande architetto Pirro Ligorio nel 1550, per volere del principe Vicino Orsini. 
Ed è proprio a quest'ultimo che mi sono ispirata per ideare questa dolce ricetta, che potrete portare con voi tra un'avventura e l'altra, alle porte di questa ancor timida estate: piccole pagnottine aromatiche al latte di nocciola, anice e miglio bruno integrale, ideali da inzuppare in un buon bicchiere di latte freddo. Troverete la ricetta sul n° 26 di Taste & More Magazine!





Anche se ultimamente sono persa più del solito tra mie amate fronde, alla ricerca di ispirazioni e silenzio, vi abbraccio con affetto sincero lasciandovi alla lettura di questo nuovo numero. Sono certa che mi sentirete ugualmente vicina, fino a che non uscirò nuovamente dal sottobosco per bagnarmi di un più lucente sorriso del sole.
A presto, molto presto. Intanto, possiate riempirvi delle carezze di un cielo sempre più turchese.



martedì 2 maggio 2017

Due birre e un ricordo per Tobias

D’un tratto il motore della jeep scura si spense, permettendo al fragore delle cicale e dei grilli di riempire l’aria con il loro argenteo stridore. La luna troneggiava nel cielo, tonda e luminosa, dipingendo di intensi toni celesti le rade nuvole che vagavano nella notte come spiriti silenti ed evanescenti; nemmeno il vento soffiava, solo una delicata brezza giocava con la cima di spighe e fiori di campo, cullandoli al suono di una impercettibile cantilena.
Tobias abbassò il finestrino, poggiando il gomito sulla portiera: l’aria inebriante della notte riempì l’abitacolo con un fresco profumo di achillea e nigritelle, in un silenzio che avrebbe permesso anche ad un sordo di percepire distintamente ogni singolo battito del cuore. L’uomo tentò più volte di parlare, cercando dentro se le parole più adatte ad iniziare un discorso, senza tuttavia trovarne: osservò per qualche minuto la donna che aveva accanto, il suo profilo sottile e aspro incorniciato da una rossa chioma fluente, un poco ribelle; si soffermò su quel viso distratto che pareva essere altrove, perso tra le tremule ombre dei pini; ritrovò quell'aria impertinente, quell'ostentazione di falsa sicurezza che nascondeva in realtà una tenera fragilità. Avrebbero potuto passare altri dieci anni e di certo avrebbe riconosciuto il suo profumo tra mille. Tobias sospirò, abbozzando una mezza smorfia di simpatia, passando una mano tra i capelli neri e portandoli all'indietro. Si voltò allungandosi verso il sedile posteriore e, dopo averle estratte da una cassetta termica, portò in avanti due bottiglie di birra ancora gelate.
<Tieni> disse l’uomo, stappandone una e offrendola all'amica che sussultò, allungando lentamente il braccio per afferrare la bevanda.
<Oh, grazie> rispose lei sorpresa, mettendosi comoda e puntandosi con lo stivale di pelle sul bordo del cruscotto <Sai, non ricordo più l’ultima volta che ho accettato una birra da uno straniero>
Vanessa strizzò l’occhio a Tobias, bevendone immediatamente un sorso.
<E io non so da quanto non rivedevo questa leggiadra sfacciataggine> constatò lui, regalandole un sorriso beffardo che tradì una leggera vena di ironia. La ragazza reclinò la testa su un lato, roteando la bottiglia con ampi movimenti del polso. Lo osservò languidamente, riconoscendo in quegli occhi vivaci lo spirito del ragazzo che aveva conosciuto quando era solo una bambina; un’espressione incredibilmente unica che tuttavia sapeva farsi, a seconda dei momenti, tremendamente seria e malinconica.
<Sono passati così tanti anni> sussurrò improvvisamente lei, abbassando lo sguardo e lasciando che si perdesse nella profondità dell’invisibile <Tante cose sono cambiate: il mondo, le priorità, le persone; la forza e l’energia di tempi in cui tutto era più facile, più luminoso e meno gravoso. Tempi in cui tutto sembrava possibile e ci aspettavamo grandi cose dal futuro. Ed ora? La mia vita è cambiata, così come la tua. E quel futuro, infine giunto, non è quello che credevamo sarebbe stato>.
<Già> annuì l’uomo un poco deluso, mentre osservava Vanessa portare dolcemente dietro all'orecchio una morbida ciocca color rame.La donna lo trafisse per qualche istante con le sue iridi color pece. Percepì con chiarezza che ad entrambi, nonostante la lontananza di anni, qualcosa di importante si era sedimentato in fondo allo spirito: improvvisamente capì che, nonostante un cammino scandito da battiti e da lunghi viaggi nel mare del tempo, le onde dell’anima non erano riuscite a scalfire quel patrimonio, né a cancellarlo o a portarlo via.
<Perchè hai voluto rivedermi?> gli domandò poi, rompendo quel fragile silenzio senza troppi giri di parole <Nostalgia del passato?>
Tobias passò distrattamente il dito indice attorno all’orlo della bottiglia, mordendosi il labbro inferiore. Sentì un brivido corrergli lungo la schiena e sollevò le spalle senza sapere esattamente cosa dire, poi scosse il capo e si voltò verso il finestrino.
<Immagino che, in questo presente tanto incerto, avevo bisogno semplicemente di trovarti ancora qui> sussurrò infine, con voce profonda, inghiottendo un altro sorso di quella birra torbida dall’aroma speziato e di cannella.
<Andiamo!> scoppiò a ridere Vanessa <Ci siamo trovati cento volte per perderci almeno altre mille. Rincorrevi me, poi io rincorrevo te. A questo punto io credo che..>
<A questo punto forse continueremo a farlo, consapevolmente o no, per il resto della vita> la interruppe bruscamente Tobias con voce ferma, voltandosi di scatto verso di lei <E per noi non ci sarà mai probabilmente un punto di incontro>.
Il sorriso sul volto della donna si spense, come se quella appena ascoltata fosse l’unica verità di cui era consapevole ma che non avrebbe mai voluto udire. Accusò il colpo fin dentro al cuore, che iniziò a battere così forte che pensò di avere tra le costole un martello; un eco muto, strozzato, come se un prigioniero imbavagliato dentro ad una gabbia gridasse dentro di lei, senza che nessuno potesse sentirlo all’esterno. Tobias, notando l’espressione scossa di Vanessa, le si avvicinò un poco, poggiandole il palmo della mano sulle dita minute e fredde.
<Lascia che mi spieghi meglio> continuò l’uomo <Vedi, arrivano momenti nella vita in cui ci si rende conto che il passato non tornerà, che il presente non è più così leggero e il futuro spaventa, perché limitato. Le cose che abbiamo attorno cambiano, le persone che credevamo eterne invecchiano. Arrivano momenti in cui ci si rende conto che il tempo non può essere fermato né domato e che ti porta via ogni tipo di certezza. La sola cosa confortante è il ricordo. Perché per stare bene a volte ci rifugiamo con la mente in ciò che è stato, laddove eravamo felici e senza pensieri. A volte ci manca l’aria, sapendo che non possiamo tornare indietro, e strappiamo dalla mente brandelli di emozioni perché ci facciano sentire vivi di nuovo. Ecco, tu quell'aria me la restituisci: sei parte ancora viva di un passato che non lo è più. Avevo bisogno di sentire che alcuni ricordi non sono per sempre perduti, ma che possono essere rivissuti per sempre. Avevo bisogno di te, di sentirti dire che provavi lo stesso>.
Il viso di Vanessa, sfiorato dalla luce cerulea della luna, si illuminò come una candida ceramica tra le folte chiome color ruggine.
<Finchè ti vedo, qui accanto a me, mi sembra di non aver perduto niente: mi sembra di ritornare, seppur con abiti differenti e con molti più anni sulle spalle, ad allora> aggiunse infine Tobias.
La donna sorrise di nuovo, annuendo.
<Sì, comprendo ciò che vuoi dire> gli rispose <Ci sono cose così importanti che il tempo non riesce a rinchiudere per sempre in ciò che lasci alle tue spalle. Come alcune persone davvero speciali: frammenti di vita, di emozioni che porterai sempre con te; i ricordi sono un ponte con la memoria, un passato che continuerà ad essere un po’ il tuo presente e anche il tuo futuro. Così, mentre tutto muterà inesorabilmente, ci abbandonerà o sarà solo di passaggio, noi due resteremo senza scomparire mai>.
Vanessa apprezzò quel ragazzo ormai divenuto uomo, con l’animo ancora innocente di una ragazzina divenuta donna.
<Ma perché, Tobias?> gli disse poi, mentre il suo sguardo si velò di lacrime <Avremmo voluto viverci e non l’abbiamo mai fatto, perché non abbiamo potuto. Siamo sempre stati due realtà vicine e distinte, che insieme non hanno mai fatto un mondo. Eppure, nello stesso mondo che oggi viviamo, l’unica cosa sicura che resta è quella che non è mai stata: siamo legati da qualcosa che in fondo per nessuno è mai esistita, ma che è più vera, duratura e concreta di tante cose accadute che io conosca>.
<Probabilmente doveva andare così, siamo un ricordo eterno> constatò Tobias, accarezzando languidamente la guancia dell’amica e reprimendo il desiderio di stringerla forte a se, mentre lei si era avvicinata tanto alla sua bocca da poterlo quasi sfiorare.
Tobias chiuse gli occhi e si trattenne solo un poco, posando delicatamente l’indice sulle morbide labbra di lei.
<Mi chiedi perché, Vanessa?> le disse sottovoce, fondendosi con il canto quieto della notte <Perché tutto ciò che inizia, a questo mondo, ha anche una fine. E' vero che nella vita tutto vale la pena di essere vissuto, ma lo si vive solamente se lo si apprezza nel modo particolare in cui nasce. Al diavolo il destino, agisca come creda. Io non voglio che qualcosa di così bello, tra noi, un giorno in qualche modo finisca: penserò sempre che non abbiamo mai iniziato niente, perché solo così non potrà mai finire>.






Gelato Black IPA al latte di farro con fave di cacao, noci e mandorle pralinate alla cannella
(senza lattosio)

Per la base del gelato
200 ml di panna delattosata
170 ml di latte di farro
80 ml di birra Triporteur (Total Loss), o comunque Black IPA
80 g di zucchero di canna grezzo
15 ml di sciroppo di glucosio
4 tuorli medi
1 stecca di cannella di medie dimensioni


Per noci, mandorle e fave di cacao pralinate alla cannella
100 g di noci
80 g di zucchero di canna integrale
50 ml di acqua
40 g di fave di cacao crude e spezzettate
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 cucchiaino di cacao amaro in polvere
1 pizzico di sale

Preparate inizialmente le noci e le fave di cacao pralinate. Versate in un pentolino a pareti spesse le noci, le fave di cacao grossolanamente tritate, lo zucchero, la cannella, il sale e il cacao. Versate l’acqua e, a fuoco vivo, continuate a mescolare finché lo zucchero non si rapprenderà, attaccandosi alla frutta secca. Rovesciate il tutto su un piano coperto di carta da forno e fate raffreddare.
Preparate poi la base del gelato. In una pentola scaldate il latte di farro, la panna e la birra insieme alla stecca di cannella, fino quasi ad ebollizione. Spegnete il fuoco e coprite il tutto, in modo che la cannella sprigioni i suoi aromi. A parte montate i tuorli con lo zucchero e lo sciroppo di glucosio, fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. Aggiungete a quest’ultimo la miscela intiepidita di latte e birra e riportate sul fuoco (togliendo la stecca di cannella che avrete lasciato in infusione), cuocendo fino a che il composto non raggiungerà una temperatura di 80°C/84°C. Lasciate raffreddare e mettete in frigorifero la base del gelato così ottenuta, per almeno una notte.
Versate a questo punto il composto nella gelatiera e lasciate mantecare per circa 25/30 minuti, aggiungendo a piacere un po’ di noci e fave di cacao pralinate durante gli ultimi dieci minuti di lavorazione, dopo averle grossolanamente spezzettate.
Servite il gelato subito oppure conservate in freezer, avendo l’accortezza di estrarlo dal congelatore qualche istante prima di consumarlo. Potete decorare con la frutta secca pralinata che sarà avanzata.

Anche se in questi giorni qui è tempo più di cioccolata calda che non di gelato, io sono testarda e l'ho preparato lo stesso. Vi auguro di raccogliere i ricordi più belli del vostro passato e di farne ponti per la memoria: finchè potrete percorrerli niente sarà mai relegato in un tempo passato. E ricordate che non tutto quello che 'non è stato' deve essere per forza un rimpianto: ci sono cose, emozioni e persone che nella vita nascono per essere vissuti al meglio solo quando non vogliamo che siano diversi. Le cose più belle e speciali sono quelle che non si cambiano, quelle che potrebbero essere migliori ma non lo sono perchè il massimo dell'emozione ve la daranno solo così, se le vivrete nell'imperfezione. 
Vi abbraccio e che il sole torni per tutti!



giovedì 9 marzo 2017

I fiori di Heller... tra le pagine della primavera.

Non c'è nulla di più fresco e frizzante del volto turchese del cielo, quando giunge nuovamente Marzo: quel manto celeste intenso che riesce a sottolineare i contorni candidi delle nuvole, che si perde come un mosaico tra i rami, ansiosi di sbocciare a nuova vita. Un blu in grado di di farci dimenticare in un attimo mesi di freddo, di grigiore e di sogni tenuti al sicuro sotto la neve; un'immensità che riempie l'aria di vigore, rompendo il silenzio della nebbia per riempirlo di gorgheggi, canti di cinciallegre e di voli precoci di rondini sui campanili. I prati e i bordi delle strade si vestono di piccoli occhietti gialli e viola, novelle margherite impreziosiscono con la loro semplicità i prati ancora spogli e i giacinti regalano al vento il profumo inebriante della loro anima, non appena giunge la sera.
E' un momento di passaggio, tra luci novelle e antiche ombre, nel quale ancora viviamo nel torpore ma al contempo siamo vogliosi di rinascere, in trepidante attesa della primavera: i nostri sensi si acuiscono, gli occhi iniziano a scorgere meraviglie nascoste tra ciuffi d'erba e fronde ancora secche; accarezziamo le labbra vellutate di tulipani e narcisi, di papaveri e primule, con una riscoperta gioia nel cuore. 
Tutto ci sembra improvvisamente possibile, persino ritrovare noi stessi. E come là fuori, con sorpresa, ogni cosa cambia ed è in divenire, anche qualcosa dentro di noi ci fa capire che non siamo più gli stessi che eravamo ieri; mentre qualche petalo squarcia con i suoi colori il suolo ancora smorto, anche dentro di noi qualche sogno inizia il suo disgelo: abbiamo voglia di affermarci ancora, di gridare al mondo il nostro nome e di far sì che sotto quel cielo così infinito ci sia posto anche per noi. Diventiamo allora artisti, riconoscendo a nostra volta la prima arte dipinta dalla natura. Diventiamo piccoli miracoli, ogni volta che ci mettiamo in gioco ancora, sotto le dita di una brezza fresca e dispettosa; ogni volta che accettiamo il destino come un viaggio tra le ali del vento, disposti a perderci fino a dove ci condurrà. Ed è gioia quell'istante in cui decidiamo di provare a domare gli eventi, rifiutandoci di lasciarci semplicemente vivere da essi. E' immenso potere, quella sicurezza di poter essere come le prime discrete corolle dal cuore dorato, che spiccano agli occhi di un mondo disattento che in inverno le aveva ignorate. 
Perchè in voi c'è tanto di più di quello che la gelida stagione vi aveva fatto credere: in voi si nasconde la vita, si nascondono i colori, l'arte e la poesia. In voi si nascondono nuove occasioni, nuove esperienze, nuovi profumi e incredibili opportunità: scorgete dunque questo, tra le fronde ancora spoglie della vostra anima; stupitevi di ciò che pensavate di non essere e siete. Siate le margherite che nei prati ancora vi sorprendono. Gioite di ciò che di voi avete ritrovato. Qualcosa, scavando dentro di voi, la troverete senza dubbio: tutto, se lo si ammira nel dettaglio, è meraviglioso. Riconoscete quell'incanto e siate pronti a regalarlo al mondo. Perché '[...] potreste accorgervi che i giardini cambiano il loro volto rapidamente sotto ai vostri occhi, proprio come il vostro spirito in divenire; potreste comprendere che sono piccole sfumature a renderci ricchi di colore agli occhi del mondo, perfetti così come siamo stati creati, nell’imperfezione di un dettaglio che diviene improvvisamente arte. Arte di vita, voglia di vita, nel ricercare l’essenza dietro all’apparenza: nell’ambiente come nell’anima [...]'


E se avete voglia di riscoprire arte, colori e meravigliose piante, in un cammino stupendo alla ricerca di pace interiore, vi invito a visitare il 'Giardino della Fondazione Heller', situato a Gardone Riviera (BS). Ve ne parlo sul numero 25 di Taste&More, insieme a tante ricette di altre bravissime amiche! Potrete conoscere questo luogo pieno di opere d'arte, piante esotiche e curiose, ruscelli, simboli spirituali e.. di dolcissimi fiorellini allo zafferano e olio d'oliva, che vi offro volentieri con la primavera nel cuore. 






Lasciandovi alla lettura del nuovo numero, vi abbraccio tutte/i con affetto, augurandovi cieli turchesi e aria fresca di vita. 





A presto, carissimi/e!