martedì 29 ottobre 2013

Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Un odore acre di legno arso risaliva dal vecchio comignolo in pietra. Il fumo grigiastro e suadente si disperdeva nell'aria  confondendosi con la bruma, in un silenzioso peregrinare nel vuoto; la nebbia avvolgeva gli esili tronchi del frutteto ormai spoglio, sfumandone i contorni tanto da farli sembrare fragili spettri dalle braccia raggrinzite: si udiva solo il gracchiare di un grosso corvo, che interrompeva un’atmosfera pensosa e surreale, volando inquieto da un ramo all'altro come in preda ad un’intima confusione.
Coline si sentì per un attimo parte di quel nulla, persa nelle nuvole grigie e nella bellezza quasi antica di una dozzina di zucche accatastate là fuori, su una scura panca di legno: le osservava affascinata, malinconica; accarezzava i loro contorni gialli e verdastri con lo sguardo, percependone i muti pensieri. La solitudine che sussurravano era la stessa che lei portava dentro. Il profumo pungente delle castagne arrostite, che stavano bollendo da un po’ insieme ad un pezzo di carne in un largo paiolo in pietra ollare, aveva ormai pervaso completamente la stanza: la pentola borbottò più volte, richiamando l’attenzione della giovane che sembrava averla dimenticata sulla brace. Quando se ne accorse, la ragazza corse dinanzi al fuoco e mescolò energicamente gli ingredienti con l’aiuto di un grezzo cucchiaio; rabboccò con un poco di vino rosso, purpureo come le foglie cadute che adornavano il sentiero della sua umile dimora. Chiuse gli occhi e ne respirò profondamente l’aroma, che la riportò agli autunni che viveva nella sua infanzia. Infine sospirò, sedendosi accanto al camino, dove in un ampio catino di noce il suo gattino stava riposando.
Coline sorrise amabilmente, accarezzando la sua morbida testolina.
<Menomale che ci sei tu a riempire d’amore la mia solitudine> gli disse, tirandogli leggermente l’orecchio <Sei proprio un buon amico, come non ne ho mai trovati>.
Il micetto sbadigliò, ricambiando le attenzioni della sua padroncina con innumerevoli fusa. Si mise a sedere e la guardò, con gli occhi socchiusi, percependo un velo di tristezza nel suo cuore.
<Insomma, cosa non va in me?> soggiunse la ragazza sbuffando, raccogliendolo dalla cesta e appoggiandolo sulle ginocchia <Ho sempre dato tutto ciò che potevo dare; fatto tutto ciò che potevo fare. E sono rimasta comunque sola, prima o poi dimenticata>.
Passò qualche istante e gli occhi di luna del gatto incontrarono il suo viso.
<Non hai nulla che non va, piccina> le sussurrò dolcemente il minuscolo felino, osservando il suo sguardo farsi lucido di lacrime <E’ che l’amicizia è un dono molto difficile da trovare. Il più delle persone la scambia per ciò che non è, senza chiedersi cosa effettivamente dovrebbe essere; il più della gente la ritiene un bene passeggero, mutevole come le stagioni. Lascia che te lo dica: sei certamente amico quando tendi la mano, quando ne stringi una tra le tue; quando abbracci e puoi sentire il cuore di chi ami palpitare accanto al tuo. Sei amico quando sei sincero, quando metti i tuoi occhi in altri occhi e condividi con essi le ore del giorno o della notte. Ma l'amicizia non è solo occuparsi di qualcuno che abbiamo modo tutti i giorni di vedere: l’amicizia non vive nell'ovvietà. Saremmo tutti in grado di godere del sole quando non manca mai, quando splende nel cielo e inevitabilmente accarezza anche il nostro viso. Siamo tutti in grado di vivere nell'abbondanza quando non proviamo nemmeno un giorno a metterci alla prova> sentenziò saggio il gatto, godendo delle carezze sul lucido pelo screziato. Infine continuò: <Se mi consenti, perciò, l’apparenza e la vicinanza non sono sempre sinonimi di sentimento vero. Vale più quello che fai per un amico lontano dai suoi occhi, più che quello che fai vicino ad essi: tutti i pensieri che gli doni, tutti i sorrisi che gli dedichi, quando non è accanto a te ma è come se lo fosse realmente; tutti i più bei suoni che conservi quando non senti la sua voce ma ti pare ugualmente di percepirla, nello spartito dei ricordi. Vale più la lealtà che gli regali, fosse solo nell'onestà dei gesti, lontano da ciò che lui può udire: vicino a ciò che il resto del mondo ode. E in quel discorso ricami bellezza e affetto perché il vento glie la porti; perché tu possa renderlo grande anche dinanzi a chi non lo conosce, perché è davvero nobile solo quello che non si mostra agli interessati ma risplende per essi come se in quell'istante fossero personalmente presenti. Ricorda. Sai che è amicizia se nei momenti di assenza due amici sono comunque insieme, e ne hanno la certezza: perché anche se distanti hanno dell'altro preoccupazione e cura, nonostante le età, nonostante le vicissitudini della vita. Sai che è amicizia vera quando esiste, semplicemente, vicino o lontano; nel sole o nella nebbia; nella dedizione contro il tempo che scorre: senza che si pronunci un suono, senza che si riveda un viso. Ma non tutti sono pronti ad amare ciò che non si può vedere; non tutti sanno riconoscere i tesori più preziosi e li gettano al vento come semi nell'aia. Quella è illusione, non virtù; se ti abbandona non è mai stata tua> concluse il micio, inarcando la schiena e stiracchiandosi pigro.
Coline lo abbracciò forte, appoggiando teneramente la guancia sul suo musetto: quel morbido contatto la rincuorò.
<Ed è amicizia vera quando ti sento parlare anche se per tutti non hai voce, vero?> gli sussurrò maliziosamente <Anche quando parli una lingua diversa dalla mia e nel silenzio facciamo comunque i più grandi discorsi, non è così?>
Il felino miagolò, appagato da quel calore tanto speciale che la sua padroncina emanava dal profondo dell’anima. La ragazza si sentì intimamente vicina a quel selvatico cuore e capì che non avrebbe dovuto cambiare, solo aspettare. Comprese che la solitudine non era una maledizione, se era frutto della verità: forse aveva sofferto per qualcosa che non era mai stato suo o forse l’amicizia vera non l’aveva mai incontrata.
Perlomeno, pensò, fino a quel momento.


Esiste un luogo fatto di calore e di amore, anche quando il cielo è pensoso e avvolge ogni cosa tra dita di nebbia e respiri umidi; esiste un luogo dove i gattini riposano in vecchi catini di legno, in cui i camini scoppiettano paterni e le panchine accolgono dozzine di zucche malinconiche e solitarie, screziate di giallo e verde silvestre; v’è un luogo dove la quiete si perde tra i vigneti, tra grappoli succosi e violacei, appesi qua e là su generose e nodose braccia di vite. E il silenzio porta la voce del cuore: d’improvviso un momento riluce più di altri, un abbraccio scalda più di un altro; un sorriso diviene il sole che nasce in un giorno di pioggia e in un istante due cuori selvatici si incontrano per non lasciarsi mai più.
Perché la solitudine non è mai davvero una maledizione, perché la sofferenza non è sempre vana; perché l’amicizia vera si può incontrare realmente, in un unico e inaspettato momento.
E’ per te, mia dolcissima Vale: per ricordarti che ci sono, ci sarò sempre. Nella vicinanza e nella lontananza, sia quando mi vedrai sia quando non sarò davanti ai tuoi occhi: perché stai certa che anche allora, quando avrai bisogno, mi troverai sempre almeno davanti agli occhi del tuo cuore.
Ti voglio tanto, tanto bene tesorina: abbracciarti è stato meraviglioso, uno dei doni più belli che questo uggioso autunno mi potesse portare!


Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Per il castagnaccio alle pere e anacardi
250 gr di farina di castagne (Molino Zanone)
350 ml di acqua
2 cucchiai di olio d’oliva
1 pizzico di sale
50 gr di pere essiccate (Noberasco)
30 gr di anacardi grossolanamente tritati + 30 gr di anacardi interi per la copertura

Per la salsa al Bonarda
½ bicchiere di vino rosso Bonarda
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di glucosio

Per la decorazione
fettine sottili di lardo d’Arnad q.b.
2 piccole pere Decana (non troppo mature)
2 cucchiai d’acqua
1 cucchiaio abbondante di miele d’acacia

Preparare il castagnaccio versando nella planetaria la farina con un pizzico di sale, l’olio e l’acqua a filo. Quando il composto sarà piuttosto cremoso, aggiungere le pere essiccate tagliate a pezzetti piccoli e gli anacardi tritati. Mescolare e versare in una teglia rotonda da 22/24 cm di diametro, opportunamente oliata. Distribuire sull'impasto i restanti anacardi interi e infornare a 180°C per ca. 30/35 minuti: il castagnaccio sarà pronto quando si saranno formate le classiche crepe sulla superficie. Mentre il castagnaccio raffredda, sbucciare e tagliare a fettine sottili le due pere, metterle in un padellino antiaderente a fondo spesso e aggiungere due cucchiai d’acqua. Cuocere fino a che le pere non si saranno ammorbidite e l’acqua sarà quasi del tutto assorbita, poi spegnere il fuoco e aggiungere il cucchiaio di miele: mescolare fino a che non si sarà amalgamato bene alla frutta. Preparare infine la salsa al Bonarda: versare in un pentolino mezzo bicchiere di vino rosso, lo zucchero e il glucosio. Cuocere fino a che la salsa non si sarà opportunamente addensata.
Tagliare il castagnaccio a piccole fettine e avvolgere ciascuna di esse in una fettina di lardo. Decorare con un paio di pezzettini di pere al miele e irrorarle con la salsa al vino tiepida o fresca.

Con questa ricetta, amica mia, partecipo al quarto contest dell'Agriturismo Ca' Versa. Ho immaginato questa salsa, che potesse fare le veci della vostra deliziosa gelatina: un po' amarognola, un po' dolciastra, corposa e piena come un buon bicchiere di Bonarda, per accompagnare questo secondo piatto dal profumo autunnale.


Ed eccoci giunti alla fine, per oggi.
Vi abbraccio con tanto affetto, mi mancate tantissimo: ma vicine o lontane, vi porto sempre nel cuore. 
E la mia gioia risiede nel fatto che so di potervi trovare lì, in fondo all'anima  finché non tornerò qui con voi.
Una serena notte, piena di sogni luminosi e di desideri d’amicizia vera. A presto!


sabato 5 ottobre 2013

Un augurio speciale e.. un grazie a Taste&More!

Si racconta che secoli e secoli fa esistesse un gentile e onesto artigiano di nome Cuauhtémoc: egli abitava nei pressi del villaggio di Capachica, sulle rive del vasto e millenario lago Titicaca. 
Il suo animo era grande e generoso, nobile e modesto; il suo cuore era umile e volenteroso, benedetto dagli déi che lui tanto amava. Lavorava mestamente ogni giorno, onorando con il sudore della fronte quell'innegabile talento che gli spiriti avevano saputo donargli attraverso l’abilità insita nelle sue mani: creava instancabilmente ariballoi dalla delicata fattura, gioielli decorati e damaschinati in piombo, rame e stagno; realizzava meravigliosi strumenti musicali e flauti sofisticati, per celebrare in armonia persino la potente gloria divina.
Cuauhtémoc era devoto al suo lavoro quanto ad un unico amore, Itzayana, sua carissima sposa: non passava istante che non vivesse dei suoi sorrisi, larghi come spicchi di luna; non passava momento che non si sentisse rapito dal profumo pungente e fiorito dei suoi lunghi capelli lucidi e scuri, ogni volta che gli si sedeva accanto per dividere con lui un po’ della squisita chica morada che lei soleva preparare ogni pomeriggio. L’abile artigiano si sentiva realizzato e felice ogni istante che poteva stringerla a se e sentirla parte della sua stessa anima, vita della sua stessa vita.
Un giorno però la dolce Itzayana si ammalò: non ebbe inizialmente più forza di camminare, poi non ebbe più energia per parlare; non riuscì più a preparare quella deliziosa bevanda al mais nero che Cuauhtémoc tanto bramava. 
Finì per non illuminare più la notte dell'artigiano con grandi sorrisi di luna: lentamente si spense, chiudendo gli occhi per sempre. E all'uomo, ormai solo, parve di non avere più un senso nel mondo: osservava la sua pallida sposa avvolta nella delicata anacu turchese, stretta in vita da una cintura variopinta, non riuscendo in alcun modo a darsi pace. Invocò così il grande Viracocha, signore di tutti gli dèi, perché lo ascoltasse  e riportasse in vita il suo unico amore; gridò alle nuvole tutta la sua disperazione e il suo dolore, ma il cielo restò muto e Cuauhtémoc pensò con rabbia che la devozione di una vita non fosse servita a nulla.
Caricò dunque il corpo della sua sposa su una modesta barca di legno e, rassegnato, pensò di dirigersi verso l’isola di Amantanì: decise che là, all'alba, le avrebbe dato degna sepoltura.
In preda al dolore e alla sofferenza, pensò però che non avrebbe mai lasciato sola la bella Itzayana: <Se tu non puoi tornare da me> le sussurrò tra le lacrime <Allora resterò io con te per sempre>
E così dicendo, passò tutta la notte ad intagliare un fresco ciocco di legno verde, scalpellandolo con tutto l’amore che aveva in corpo e donandogli una graziosa forma di cuore.
Prima di richiudere la tomba, sotto il tocco dorato dei primi raggi di sole, posò dunque quel tenero pensiero sul petto della donna: fu il suo ultimo e solenne saluto.
<Questo è il mio cuore, amore mio. Un giorno ti raggiungerò e allora questo legno non sarà più un mero chirimuya; non sarà più un freddo seme. Questa modesta scultura palpiterà a nuova vita e il mio petto vivrà eternamente nel tuo> le sussurrò Cuauhtémoc bagnandola con caldissime lacrime, prima di terminare il rito e tornare al villaggio.
E ogni giorno, per anni, l’uomo non mancò di farle visita: remò avanti e indietro dall'isola anche quando invecchiò e le forze lo abbandonarono; anche quando pareva aver perso la fede e la speranza che il cielo lo ascoltasse, lo consolasse e lo salvasse. Fu così anche durante quel dorato tramonto, quando il buon Cuauhtémoc chiuse gli occhi per l’ultima volta, piegato sul sepolcro della sua amata Itzayana. Eppure un amore così grande non poteva restare nascosto per sempre. 
Il signore degli déi, Viracocha, squarciò in quel momento le nubi e posò lo sguardo sull'uomo ormai privo di vita; soffiò commosso sul sepolcro e radunò il forte Inti e l’argentea Mama Quilla, rispettivamente signori del sole e della luna. Pregarono la madre terra Pachamama di accogliere la loro supplica e così, con la benedizione dell’alito divino, gli déi fecero sì che i due amanti potessero risorgere a nuova vita: sul sepolcro crebbe vigoroso un piccolo arbusto che si fece nel tempo albero, simbolo eterno del fecondo amore di Cuauhtémoc e Itzayana. Ora quel cuore di legno verde non giaceva più sterile e freddo in una tomba, ma adornava a grappoli le belle braccia della pianta: fu chiamato Cherimoya, frutto cremoso e succoso; amabile e avvolgente come un bacio d’eterno amore.

A te, mia dolcissima Sabi! Perchè il mio cuore resterà sempre con il tuo, dovunque sei e sarai; perché la mia amicizia profonda e il mio affetto saranno sempre al tuo fianco, palpitando senza fine in un sentimento eterno. Sei speciale amica mia, non dimenticarlo mai. Buon compleanno, tanti auguri perché questa giornata ti porti tanta luce, bene e calore: siano tutti esauditi i tuoi desideri e la pace avvolga la tua vita donandoti la gioia infinita che meriti! Ti voglio bene, sono con te! 


Crema vellutata di cherimoya allo sciroppo d'agave e semi di vaniglia

145 gr di polpa di cherimoya*
100 gr di mela annurca
30 ml di sciroppo d'agave
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio scarso di zucchero di canna integrale
semi di mezza bacca di vaniglia

Unire la polpa di cherimoya alla mela a pezzetti e frullare insieme con un cucchiaio di succo di limone. Unire lo sciroppo d'agave, lo zucchero e i semi della bacca di vaniglia. Mettere in un pentolino antiaderente a bordi spessi e portare ad ebollizione fino a che il composto non assumerà una consistenza vellutata e corposa.
Travasare in un vasetto sterilizzato per conserve e capovolgere perché si formi il sottovuoto. 

* questo frutto così particolare l'ho reperito casualmente negli ipermercati Il Gigante. Lo specifico in modo che possiate eventualmente recarvi in uno di questi centri e acquistare un piccolo cuore tutto per voi. Non riesco mai a resistere davanti a creature così particolari, tanto che era impossibile per me non fantasticarci un po' sopra: chissà la gente cosa penserà, quando ogni tanto mi vede sospirare e commuovermi davanti ad una cassetta di verdura! 

Anche se di questi tempi non posso essere molto presente, non potevo mancare nemmeno per ringraziare le dolcissime amiche del magazine Taste&More, che mi hanno dato l'opportunità di collaborare con loro attraverso il mio piccolo e modesto contributo.
Un grazie dal verde cuore anche a voi, dunque. La passione che mettete in tutto ciò che fate, la bellezza delle emozioni che comunicate e la gioia che sapete trasmettere attraverso immagini e sapori è qualcosa di unico! 
Vi abbraccio forte forte, una per una. Ed ecco il nuovo numero.

                                                         

Un ringraziamento va infine alle care Ila e Gwendy per avermi assegnato un nuovo e gradito premio: siete state proprio carine a pensare a me. Ricambio con tanto affetto quel bene che mi donate, restituendolo a mia volta a tutti coloro che passeranno di qui! 


A presto, carissime/i. Spero di poter tornare ad essere più presente quanto prima. 
Intanto vi mando un bacio con affetto e un augurio perché tutto possa procedere sempre come meglio desiderate!