domenica 5 maggio 2013

Crema gelato al latte di chufa, cañihua e mirtilli rossi


Un lieve soffio di vento agitò le cime delle alte e sinuose palme, portando con se l’alito caldo della marea. 
Le affusolate dita delle larghe foglie frullarono all'aria come scosse da un improvviso tremito, emettendo un fremente ticchettio che ruppe il pacifico silenzio del tramonto. Ed il mondo pareva in attesa. 
Qualche insetto distratto volava a mezz'aria roteando pacatamente, perso in vaghi pensieri suggeriti da un’impercettibile melodia; il capo vaporoso dei soffioni ondeggiava tra steli muti, generoso di candide stelle di cotone, mentre dall'erba avvizzita e accaldata si sollevava la voce stridente del grillo.
Jorge sorseggiò lentamente la sua horchata de chufa, assaporandone il gusto dolciastro e mandorlato che aveva l’aroma della terra da generazioni; ne sentì il sapore rinfrescante e corposo, socchiudendo gli occhi e godendosi le carezze di quel sole pigro, che avvampava sulla pelle del suo viso e accendeva di una luce dorata le pareti della casa, intonacata di un tiepido color paglierino.
In quella pace d’oro del cielo non v’era pensiero che potesse disturbare la quiete dell’anima, non v’era dolore o ricordo che potesse indurre a dubitare di un possibile senso della vita: quel placido istante bastava per convincersi che niente è più bello che vivere per il gusto di farlo, per il piacere di ammirare quei luminosi e lunghi raggi che si stendevano sulla superficie del mare in lontananza. Perché in certi momenti la vita basta a se stessa, irradiando bellezza e meraviglia che non chiede d’essere motivata a tutti i costi.
L’uomo sospirò, pervaso della quiete dell’imbrunire. Poggiò lentamente il bicchiere su un vecchio e scrostato tavolino di legno, una volta dipinto di bianco latte; si stropicciò gli occhi e poi volse lo sguardo a terra, dove accanto a lui un lupo dal pelo ambrato, screziato di nero, riposava profondamente.
<Amos, vecchio mio> sussurrò Jorge, pervaso da una paterna tenerezza, sorridendo e allungando la mano per accarezzarlo con dolcezza. 
<Quanti anni insieme, quanta felicità mi hai donato> disse gentilmente, con lieve commozione.
L’animale, destato da quel tocco improvviso, fece un grande respiro e stancamente aprì gli occhi, incontrando lo sguardo celeste del suo amico umano.
Erano invecchiati insieme, anno dopo anno; stagione dopo stagione.
Da quando si erano incontrati il destino aveva deciso di unirli per sempre, legando le loro anime con una catena indissolubile: l’unica che avrebbero entrambi accettato, poiché era l’unica schiavitù che avrebbe garantito loro un’eterna libertà. E Jorge non poteva dimenticare cosa quella creatura gli aveva insegnato: lo ricordava ancora, rabbioso e sofferente in una modesta gabbia quasi arrugginita; ricordava ancora quegli occhi profondi, lucidi, carichi di rancore e di collera; di sdegno e solitudine. Rimembrava quel ringhio furioso ma tanto disperato di quel lupo, mentre batteva spaventato contro le sbarre della sua prigione: eppure non riusciva a spaventarlo, ad intimorirlo o allontanarlo, come avveniva per la maggior parte delle persone che visitavano il rifugio. 
Avrebbe potuto scegliere tra tanti trovatelli docili e mansueti, eppure era proprio da quell'anima ribelle che non riusciva a separarsi: occhi negli occhi, aveva trovato più di se in quello sguardo selvatico e deluso che non in quello di un altro essere umano. La creatura pareva agitarsi, affranta e sfiduciata, alternando attimi di follia ad istanti in cui pareva chiedesse quasi il permesso di vivere, schiacciata dall'egoismo e dall'ipocrisia dell’uomo. Una falsità di cui era stato spesso vittima anche lui, tradito dalla sua stessa specie, più e più volte. 
Quel giorno lo osservò a lungo, mentre il guardiano tentava di dissuaderlo e di convincerlo che solo la morte l’avrebbe presto placato; mentre cercava di fargli credere che quel lupo non avrebbe meritato pietà né amore. Che non avrebbe meritato nemmeno la vita.
Ma fu allora che comprese intimamente il senso di quell'ombra che da sempre portava dentro se, riflessa come in uno specchio nello sguardo selvatico di quell'anima: capì che ringhiare era l’unico modo che conosceva per nascondere la paura di soffrire, per tenere lontane le ferite inferte da coloro in cui aveva riposto fiducia; si rese conto che l’attacco era l’unico modo che la disperazione gli aveva suggerito per difendersi, mentre le sue lacrime si vestivano di grida e solitudine, di graffi e di angoscia: quel muro non era un modo per isolarsi dal mondo, ma un estremo tentativo di urlare una profonda richiesta d’amore. Un appello che Jorge non riuscì ad ignorare.
Ed eccolo lì quel lupo, accanto a lui, in una tiepida sera di inizio estate; in una pace che nessuno dei due avrebbe mai immaginato di trovare. A cui nessuno avrebbe dato una possibilità, accecato da una troppo facile evidenza e da una superficiale incapacità di comprendere.
Jorge reclinò la testa e Amos si mise seduto, mugolando teneramente come se avesse inteso la struggente dolcezza dei suoi pensieri. L’uomo lo strinse forte al collo, divenuto ormai robusto, folto di pelo lucido e morbido: gli occhi gli si riempirono di una liquida e delicata gratitudine.
<Perché noi sappiamo> disse sommessamente <Perché l’abbiamo sempre saputo; perché è proprio chi pare di non saper donare affetto, che ha bisogno immensamente di riceverne. Perché è chi sembra di meritare meno amore, che ne ha bisogno in realtà più di chiunque>.
E il sole, quella sera, tramontò alla luce di un’infinita alba d’amore.



Crema gelato al latte di chufa, cañihua e mirtilli rossi 
(ricetta priva di glutine e di lattosio)

250 gr di latte di Chufa* (Isola Bio)
200 gr di panna di riso (Isola Bio)
4 tuorli
1 cucchiaio di glucosio
100 gr di zucchero di canna integrale (Alce Nero)
2 barrette di cañihua soffiata** e mirtilli rossi (Shnitzer Break)
anice stellato per decorare (a piacere)

* molto conosciuta in Spagna o Argentina, la Chufa è una pianta che produce un tubero commestibile dal quale si ricava la famosa horchata de chufa, bevanda popolare diffusa soprattutto nelle zone di Valencia. Il fatto che si chiamasse anche zigolo dolce o babbagigi, sono onesta, me l'ha resa troppo simpatica per non utilizzarla.

** la cañihua, originaria delle Ande del sud, Bolivia e Perù, è una pianta che produce del grano a chicchi piccoli e scuri (pare quasi simile all'amaranto) che vengono tostati e/o macinati per ricavarne della farina.

Montare bene i tuorli con lo zucchero e il cucchiaio di glucosio, fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. A parte, portare quasi ad ebollizione il latte di Chufa e la panna di riso. Versare il composto appena intiepidito sui tuorli montati e mescolare energicamente fino a che il tutto sarà omogeneo. Trasferire in un pentolino antiaderente e cuocere la crema alla rosa (ossia fino a che non raggiungerà una temperatura di ca. 80/84°C: potrete aiutarvi con un termometro da cucina). Porre in frigorifero almeno per 4 ore o comunque, meglio ancora, per un'intera notte. 
A questo punto procedere alla preparazione del gelato: versare il composto nella gelatiera per ca. 35/40 min. Dieci minuti prima del termine, aggiungere la barretta di cañihua e mirtilli rossi ben spezzettata. Potrete consumarlo appena preparato, servendolo con dell'anice stellato per decorare, oppure conservarlo in un'apposita vaschetta nel congelatore (in questo caso abbiate l'accortezza di lasciarlo fuori dal freezer almeno 10/15 minuti prima di servire).

p.s. Isa, cara, te lo avevo promesso e spero che questo gelato sia di tuo gradimento!

p.p.s. grazie, dolce Miki, per il bellissimo pensiero che hai avuto nel donarmi nuovamente il premio Very Inspiring Blogging Award. Un bacione di miele. Tutto per te! 

....e finalmente dopo un mese riesco a postare qualcosa, sebbene ancora per un po' sarò costretta a mancare ancora. 
Mi dispiace davvero, non sapete quanto. Vorrei dirvi tanto, veramente moltissimo.
In questo periodo un po' pieno, complicato e difficile (come alcune di voi sanno) vorrei che sapeste che ringrazio tutte/i voi, con il cuore, per le parole d'affetto e d'amicizia che mi avete donato; per ogni singola parola di luce che mi avete lasciato nei vostri bellissimi commenti. Vorrei che sapeste che mi mancate immensamente
Spero davvero che qualcosa si appiani e che la tranquillità possa presto arrivare, in modo da permettermi di tornare ad essere un pochino più presente. Non vedo l'ora di venirvi ancora a trovare, di dividere con voi le giornate, nel bello e nel cattivo tempo; non vedo l'ora che la primavera finalmente arrivi anche qui e il tempo torni a regalarmi attimi preziosi da dedicare ad ognuno di voi. 
Intanto, credetemi, mi scuso dal cuore se non sono riuscita a rispondere a ciascuno. 
Ma una cosa è certa: vi abbraccio virtualmente con un bene intenso, sincero e reale. Vi stringo forte e ricordate che vi voglio tanto, ma proprio tanto beneVi porto dove si tengono i pensieri più belli, senza dimenticarne nessuno.

Che il cielo vi avvolga di luce e turchese.
A prestissimo, amiche e amici dolcissimi. E ancora grazie.