martedì 29 ottobre 2013

Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Un odore acre di legno arso risaliva dal vecchio comignolo in pietra. Il fumo grigiastro e suadente si disperdeva nell'aria  confondendosi con la bruma, in un silenzioso peregrinare nel vuoto; la nebbia avvolgeva gli esili tronchi del frutteto ormai spoglio, sfumandone i contorni tanto da farli sembrare fragili spettri dalle braccia raggrinzite: si udiva solo il gracchiare di un grosso corvo, che interrompeva un’atmosfera pensosa e surreale, volando inquieto da un ramo all'altro come in preda ad un’intima confusione.
Coline si sentì per un attimo parte di quel nulla, persa nelle nuvole grigie e nella bellezza quasi antica di una dozzina di zucche accatastate là fuori, su una scura panca di legno: le osservava affascinata, malinconica; accarezzava i loro contorni gialli e verdastri con lo sguardo, percependone i muti pensieri. La solitudine che sussurravano era la stessa che lei portava dentro. Il profumo pungente delle castagne arrostite, che stavano bollendo da un po’ insieme ad un pezzo di carne in un largo paiolo in pietra ollare, aveva ormai pervaso completamente la stanza: la pentola borbottò più volte, richiamando l’attenzione della giovane che sembrava averla dimenticata sulla brace. Quando se ne accorse, la ragazza corse dinanzi al fuoco e mescolò energicamente gli ingredienti con l’aiuto di un grezzo cucchiaio; rabboccò con un poco di vino rosso, purpureo come le foglie cadute che adornavano il sentiero della sua umile dimora. Chiuse gli occhi e ne respirò profondamente l’aroma, che la riportò agli autunni che viveva nella sua infanzia. Infine sospirò, sedendosi accanto al camino, dove in un ampio catino di noce il suo gattino stava riposando.
Coline sorrise amabilmente, accarezzando la sua morbida testolina.
<Menomale che ci sei tu a riempire d’amore la mia solitudine> gli disse, tirandogli leggermente l’orecchio <Sei proprio un buon amico, come non ne ho mai trovati>.
Il micetto sbadigliò, ricambiando le attenzioni della sua padroncina con innumerevoli fusa. Si mise a sedere e la guardò, con gli occhi socchiusi, percependo un velo di tristezza nel suo cuore.
<Insomma, cosa non va in me?> soggiunse la ragazza sbuffando, raccogliendolo dalla cesta e appoggiandolo sulle ginocchia <Ho sempre dato tutto ciò che potevo dare; fatto tutto ciò che potevo fare. E sono rimasta comunque sola, prima o poi dimenticata>.
Passò qualche istante e gli occhi di luna del gatto incontrarono il suo viso.
<Non hai nulla che non va, piccina> le sussurrò dolcemente il minuscolo felino, osservando il suo sguardo farsi lucido di lacrime <E’ che l’amicizia è un dono molto difficile da trovare. Il più delle persone la scambia per ciò che non è, senza chiedersi cosa effettivamente dovrebbe essere; il più della gente la ritiene un bene passeggero, mutevole come le stagioni. Lascia che te lo dica: sei certamente amico quando tendi la mano, quando ne stringi una tra le tue; quando abbracci e puoi sentire il cuore di chi ami palpitare accanto al tuo. Sei amico quando sei sincero, quando metti i tuoi occhi in altri occhi e condividi con essi le ore del giorno o della notte. Ma l'amicizia non è solo occuparsi di qualcuno che abbiamo modo tutti i giorni di vedere: l’amicizia non vive nell'ovvietà. Saremmo tutti in grado di godere del sole quando non manca mai, quando splende nel cielo e inevitabilmente accarezza anche il nostro viso. Siamo tutti in grado di vivere nell'abbondanza quando non proviamo nemmeno un giorno a metterci alla prova> sentenziò saggio il gatto, godendo delle carezze sul lucido pelo screziato. Infine continuò: <Se mi consenti, perciò, l’apparenza e la vicinanza non sono sempre sinonimi di sentimento vero. Vale più quello che fai per un amico lontano dai suoi occhi, più che quello che fai vicino ad essi: tutti i pensieri che gli doni, tutti i sorrisi che gli dedichi, quando non è accanto a te ma è come se lo fosse realmente; tutti i più bei suoni che conservi quando non senti la sua voce ma ti pare ugualmente di percepirla, nello spartito dei ricordi. Vale più la lealtà che gli regali, fosse solo nell'onestà dei gesti, lontano da ciò che lui può udire: vicino a ciò che il resto del mondo ode. E in quel discorso ricami bellezza e affetto perché il vento glie la porti; perché tu possa renderlo grande anche dinanzi a chi non lo conosce, perché è davvero nobile solo quello che non si mostra agli interessati ma risplende per essi come se in quell'istante fossero personalmente presenti. Ricorda. Sai che è amicizia se nei momenti di assenza due amici sono comunque insieme, e ne hanno la certezza: perché anche se distanti hanno dell'altro preoccupazione e cura, nonostante le età, nonostante le vicissitudini della vita. Sai che è amicizia vera quando esiste, semplicemente, vicino o lontano; nel sole o nella nebbia; nella dedizione contro il tempo che scorre: senza che si pronunci un suono, senza che si riveda un viso. Ma non tutti sono pronti ad amare ciò che non si può vedere; non tutti sanno riconoscere i tesori più preziosi e li gettano al vento come semi nell'aia. Quella è illusione, non virtù; se ti abbandona non è mai stata tua> concluse il micio, inarcando la schiena e stiracchiandosi pigro.
Coline lo abbracciò forte, appoggiando teneramente la guancia sul suo musetto: quel morbido contatto la rincuorò.
<Ed è amicizia vera quando ti sento parlare anche se per tutti non hai voce, vero?> gli sussurrò maliziosamente <Anche quando parli una lingua diversa dalla mia e nel silenzio facciamo comunque i più grandi discorsi, non è così?>
Il felino miagolò, appagato da quel calore tanto speciale che la sua padroncina emanava dal profondo dell’anima. La ragazza si sentì intimamente vicina a quel selvatico cuore e capì che non avrebbe dovuto cambiare, solo aspettare. Comprese che la solitudine non era una maledizione, se era frutto della verità: forse aveva sofferto per qualcosa che non era mai stato suo o forse l’amicizia vera non l’aveva mai incontrata.
Perlomeno, pensò, fino a quel momento.


Esiste un luogo fatto di calore e di amore, anche quando il cielo è pensoso e avvolge ogni cosa tra dita di nebbia e respiri umidi; esiste un luogo dove i gattini riposano in vecchi catini di legno, in cui i camini scoppiettano paterni e le panchine accolgono dozzine di zucche malinconiche e solitarie, screziate di giallo e verde silvestre; v’è un luogo dove la quiete si perde tra i vigneti, tra grappoli succosi e violacei, appesi qua e là su generose e nodose braccia di vite. E il silenzio porta la voce del cuore: d’improvviso un momento riluce più di altri, un abbraccio scalda più di un altro; un sorriso diviene il sole che nasce in un giorno di pioggia e in un istante due cuori selvatici si incontrano per non lasciarsi mai più.
Perché la solitudine non è mai davvero una maledizione, perché la sofferenza non è sempre vana; perché l’amicizia vera si può incontrare realmente, in un unico e inaspettato momento.
E’ per te, mia dolcissima Vale: per ricordarti che ci sono, ci sarò sempre. Nella vicinanza e nella lontananza, sia quando mi vedrai sia quando non sarò davanti ai tuoi occhi: perché stai certa che anche allora, quando avrai bisogno, mi troverai sempre almeno davanti agli occhi del tuo cuore.
Ti voglio tanto, tanto bene tesorina: abbracciarti è stato meraviglioso, uno dei doni più belli che questo uggioso autunno mi potesse portare!


Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Per il castagnaccio alle pere e anacardi
250 gr di farina di castagne (Molino Zanone)
350 ml di acqua
2 cucchiai di olio d’oliva
1 pizzico di sale
50 gr di pere essiccate (Noberasco)
30 gr di anacardi grossolanamente tritati + 30 gr di anacardi interi per la copertura

Per la salsa al Bonarda
½ bicchiere di vino rosso Bonarda
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di glucosio

Per la decorazione
fettine sottili di lardo d’Arnad q.b.
2 piccole pere Decana (non troppo mature)
2 cucchiai d’acqua
1 cucchiaio abbondante di miele d’acacia

Preparare il castagnaccio versando nella planetaria la farina con un pizzico di sale, l’olio e l’acqua a filo. Quando il composto sarà piuttosto cremoso, aggiungere le pere essiccate tagliate a pezzetti piccoli e gli anacardi tritati. Mescolare e versare in una teglia rotonda da 22/24 cm di diametro, opportunamente oliata. Distribuire sull'impasto i restanti anacardi interi e infornare a 180°C per ca. 30/35 minuti: il castagnaccio sarà pronto quando si saranno formate le classiche crepe sulla superficie. Mentre il castagnaccio raffredda, sbucciare e tagliare a fettine sottili le due pere, metterle in un padellino antiaderente a fondo spesso e aggiungere due cucchiai d’acqua. Cuocere fino a che le pere non si saranno ammorbidite e l’acqua sarà quasi del tutto assorbita, poi spegnere il fuoco e aggiungere il cucchiaio di miele: mescolare fino a che non si sarà amalgamato bene alla frutta. Preparare infine la salsa al Bonarda: versare in un pentolino mezzo bicchiere di vino rosso, lo zucchero e il glucosio. Cuocere fino a che la salsa non si sarà opportunamente addensata.
Tagliare il castagnaccio a piccole fettine e avvolgere ciascuna di esse in una fettina di lardo. Decorare con un paio di pezzettini di pere al miele e irrorarle con la salsa al vino tiepida o fresca.

Con questa ricetta, amica mia, partecipo al quarto contest dell'Agriturismo Ca' Versa. Ho immaginato questa salsa, che potesse fare le veci della vostra deliziosa gelatina: un po' amarognola, un po' dolciastra, corposa e piena come un buon bicchiere di Bonarda, per accompagnare questo secondo piatto dal profumo autunnale.


Ed eccoci giunti alla fine, per oggi.
Vi abbraccio con tanto affetto, mi mancate tantissimo: ma vicine o lontane, vi porto sempre nel cuore. 
E la mia gioia risiede nel fatto che so di potervi trovare lì, in fondo all'anima  finché non tornerò qui con voi.
Una serena notte, piena di sogni luminosi e di desideri d’amicizia vera. A presto!


sabato 5 ottobre 2013

Un augurio speciale e.. un grazie a Taste&More!

Si racconta che secoli e secoli fa esistesse un gentile e onesto artigiano di nome Cuauhtémoc: egli abitava nei pressi del villaggio di Capachica, sulle rive del vasto e millenario lago Titicaca. 
Il suo animo era grande e generoso, nobile e modesto; il suo cuore era umile e volenteroso, benedetto dagli déi che lui tanto amava. Lavorava mestamente ogni giorno, onorando con il sudore della fronte quell'innegabile talento che gli spiriti avevano saputo donargli attraverso l’abilità insita nelle sue mani: creava instancabilmente ariballoi dalla delicata fattura, gioielli decorati e damaschinati in piombo, rame e stagno; realizzava meravigliosi strumenti musicali e flauti sofisticati, per celebrare in armonia persino la potente gloria divina.
Cuauhtémoc era devoto al suo lavoro quanto ad un unico amore, Itzayana, sua carissima sposa: non passava istante che non vivesse dei suoi sorrisi, larghi come spicchi di luna; non passava momento che non si sentisse rapito dal profumo pungente e fiorito dei suoi lunghi capelli lucidi e scuri, ogni volta che gli si sedeva accanto per dividere con lui un po’ della squisita chica morada che lei soleva preparare ogni pomeriggio. L’abile artigiano si sentiva realizzato e felice ogni istante che poteva stringerla a se e sentirla parte della sua stessa anima, vita della sua stessa vita.
Un giorno però la dolce Itzayana si ammalò: non ebbe inizialmente più forza di camminare, poi non ebbe più energia per parlare; non riuscì più a preparare quella deliziosa bevanda al mais nero che Cuauhtémoc tanto bramava. 
Finì per non illuminare più la notte dell'artigiano con grandi sorrisi di luna: lentamente si spense, chiudendo gli occhi per sempre. E all'uomo, ormai solo, parve di non avere più un senso nel mondo: osservava la sua pallida sposa avvolta nella delicata anacu turchese, stretta in vita da una cintura variopinta, non riuscendo in alcun modo a darsi pace. Invocò così il grande Viracocha, signore di tutti gli dèi, perché lo ascoltasse  e riportasse in vita il suo unico amore; gridò alle nuvole tutta la sua disperazione e il suo dolore, ma il cielo restò muto e Cuauhtémoc pensò con rabbia che la devozione di una vita non fosse servita a nulla.
Caricò dunque il corpo della sua sposa su una modesta barca di legno e, rassegnato, pensò di dirigersi verso l’isola di Amantanì: decise che là, all'alba, le avrebbe dato degna sepoltura.
In preda al dolore e alla sofferenza, pensò però che non avrebbe mai lasciato sola la bella Itzayana: <Se tu non puoi tornare da me> le sussurrò tra le lacrime <Allora resterò io con te per sempre>
E così dicendo, passò tutta la notte ad intagliare un fresco ciocco di legno verde, scalpellandolo con tutto l’amore che aveva in corpo e donandogli una graziosa forma di cuore.
Prima di richiudere la tomba, sotto il tocco dorato dei primi raggi di sole, posò dunque quel tenero pensiero sul petto della donna: fu il suo ultimo e solenne saluto.
<Questo è il mio cuore, amore mio. Un giorno ti raggiungerò e allora questo legno non sarà più un mero chirimuya; non sarà più un freddo seme. Questa modesta scultura palpiterà a nuova vita e il mio petto vivrà eternamente nel tuo> le sussurrò Cuauhtémoc bagnandola con caldissime lacrime, prima di terminare il rito e tornare al villaggio.
E ogni giorno, per anni, l’uomo non mancò di farle visita: remò avanti e indietro dall'isola anche quando invecchiò e le forze lo abbandonarono; anche quando pareva aver perso la fede e la speranza che il cielo lo ascoltasse, lo consolasse e lo salvasse. Fu così anche durante quel dorato tramonto, quando il buon Cuauhtémoc chiuse gli occhi per l’ultima volta, piegato sul sepolcro della sua amata Itzayana. Eppure un amore così grande non poteva restare nascosto per sempre. 
Il signore degli déi, Viracocha, squarciò in quel momento le nubi e posò lo sguardo sull'uomo ormai privo di vita; soffiò commosso sul sepolcro e radunò il forte Inti e l’argentea Mama Quilla, rispettivamente signori del sole e della luna. Pregarono la madre terra Pachamama di accogliere la loro supplica e così, con la benedizione dell’alito divino, gli déi fecero sì che i due amanti potessero risorgere a nuova vita: sul sepolcro crebbe vigoroso un piccolo arbusto che si fece nel tempo albero, simbolo eterno del fecondo amore di Cuauhtémoc e Itzayana. Ora quel cuore di legno verde non giaceva più sterile e freddo in una tomba, ma adornava a grappoli le belle braccia della pianta: fu chiamato Cherimoya, frutto cremoso e succoso; amabile e avvolgente come un bacio d’eterno amore.

A te, mia dolcissima Sabi! Perchè il mio cuore resterà sempre con il tuo, dovunque sei e sarai; perché la mia amicizia profonda e il mio affetto saranno sempre al tuo fianco, palpitando senza fine in un sentimento eterno. Sei speciale amica mia, non dimenticarlo mai. Buon compleanno, tanti auguri perché questa giornata ti porti tanta luce, bene e calore: siano tutti esauditi i tuoi desideri e la pace avvolga la tua vita donandoti la gioia infinita che meriti! Ti voglio bene, sono con te! 


Crema vellutata di cherimoya allo sciroppo d'agave e semi di vaniglia

145 gr di polpa di cherimoya*
100 gr di mela annurca
30 ml di sciroppo d'agave
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio scarso di zucchero di canna integrale
semi di mezza bacca di vaniglia

Unire la polpa di cherimoya alla mela a pezzetti e frullare insieme con un cucchiaio di succo di limone. Unire lo sciroppo d'agave, lo zucchero e i semi della bacca di vaniglia. Mettere in un pentolino antiaderente a bordi spessi e portare ad ebollizione fino a che il composto non assumerà una consistenza vellutata e corposa.
Travasare in un vasetto sterilizzato per conserve e capovolgere perché si formi il sottovuoto. 

* questo frutto così particolare l'ho reperito casualmente negli ipermercati Il Gigante. Lo specifico in modo che possiate eventualmente recarvi in uno di questi centri e acquistare un piccolo cuore tutto per voi. Non riesco mai a resistere davanti a creature così particolari, tanto che era impossibile per me non fantasticarci un po' sopra: chissà la gente cosa penserà, quando ogni tanto mi vede sospirare e commuovermi davanti ad una cassetta di verdura! 

Anche se di questi tempi non posso essere molto presente, non potevo mancare nemmeno per ringraziare le dolcissime amiche del magazine Taste&More, che mi hanno dato l'opportunità di collaborare con loro attraverso il mio piccolo e modesto contributo.
Un grazie dal verde cuore anche a voi, dunque. La passione che mettete in tutto ciò che fate, la bellezza delle emozioni che comunicate e la gioia che sapete trasmettere attraverso immagini e sapori è qualcosa di unico! 
Vi abbraccio forte forte, una per una. Ed ecco il nuovo numero.

                                                         

Un ringraziamento va infine alle care Ila e Gwendy per avermi assegnato un nuovo e gradito premio: siete state proprio carine a pensare a me. Ricambio con tanto affetto quel bene che mi donate, restituendolo a mia volta a tutti coloro che passeranno di qui! 


A presto, carissime/i. Spero di poter tornare ad essere più presente quanto prima. 
Intanto vi mando un bacio con affetto e un augurio perché tutto possa procedere sempre come meglio desiderate! 



giovedì 19 settembre 2013

Crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas con salsa di tamarillo all’acqua di cocco e cannella

Huechu legò l’ultimo fascio di lunghi e bruni steli, stringendo a più riprese la grezza cordicella che li teneva uniti. 
Posò così l’ultimo raccolto nelle capienti ceste di paglia appese ai fianchi del suo alpaca e sospirò profondamente, levandosi per un attimo il grigio cappello di feltro e portando l’avambraccio al viso per asciugare il sudore che gli imperlava la fronte: il tessuto fresco della sua tunica arancione, attraversata da vivaci linee purpuree, gli diede momentaneo sollievo dalla calura, mentre un torrido e accecante sole di mezzogiorno splendeva alto in un cielo immensamente turchese, vigoroso di energia e di luce.
Il maestoso massiccio dell’Huayna Potosì si ergeva all'orizzonte come un potente sovrano dal capo innevato e l’uomo non poté fare a meno di perdersi tra i suoi lineamenti così aspri, imponenti e rocciosi: le vaste pianure andine, acri e verdeggianti, si stendevano ai suoi piedi larghe e pacifiche, mentre raggi brillanti di luce ridevano vivaci sulla superficie increspata di un modesto lago, incastonato come una gemma limpida in un vasto tappeto di velluto ocra.
Non v’era suono, se non quello del vento. Non v’erano grida, se non quelle lontane di qualche rapace che inseguiva nell'azzurro la sua libertà. Un flebile alito di vento soffiò sul viso di Huechu, che socchiuse gli occhi scuri e pungenti come spilli, mentre l’aria frizzantina accarezzò quel viso ambrato solcato dalla fatica e da una vita passata a lavorare sotto i raggi cocenti del sole: pareva portasse dipinte in viso le brune zolle della pianura andina, arse dal calore e seccate dall'aridità; sembrava che quell'espressione vagamente lungimirante, data dalle sue rughe, custodisse la saggezza di secoli addietro.
L’uomo reclinò il capo all'indietro, respirando profondamente e ritmicamente, abbandonandosi finalmente ad un istante di pace. Poi volse lo sguardo ai cesti pieni del suo raccolto, colmi di quei fasci dall'inestimabile valore: la sacra chisiya mama, madre di tutti i semi e fonte di sostentamento per le loro famiglie da generazioni. 
Fu improvvisamente grato alla terra, mentre pensò alle parole dei suoi avi: <Un chicco è un piccolo mondo. E’ un universo a se stante, che contiene i più importanti principi vitali. Un seme ha bisogno di una terra che lo accolga, che gli permetta di mettere radici; ha bisogno tanto di pioggia quanto di sole; tanto di resistenza per sopravvivere al gelo, quanto dell’amore dorato del sole. Ha bisogno di luce ma anche di ombra> gli ripetevano quegli umili contadini, che dissodavano zolle sull'altipiano di Potosì quando lui era solo un bambino.
<Un chicco è come un essere umano, che conserva dentro sé la vita e ha bisogno di una terra dove piantare le sue radici; necessita di lacrime per divenire saggio e di calore per sentirsi amato. Deve essere forte, per superare il gelo dell’esistenza, come ha diritto all'amore per poter sopravvivere; ha bisogno di luci tanto quanto di ombre>.
Huechu strinse tra le mani la cima di una piantina di kinwa, che rilasciò nel suo palmo una buona quantità di semi. Li passò amorevolmente tra le dita e pensò che in fondo quei chicchi non erano solo l’emblema della vita, che palpita silente nel cuore dell’uomo: erano molto di più. 
Erano il simbolo della forza di tutti gli uomini, tutti quelli che possono chiamarsi fratelli.
Perché un chicco da solo germoglia, ma non fa di un campo una risorsa; un seme da solo può dare frutti meravigliosi, ma che non sfamano un'intera comunità. E’ l’unione di più germogli che crea la vera ricchezza; è la potenzialità di più piante che crea una piantagione.
Per ogni seme che lotta disperatamente per sbocciare, un altro ne trae esempio; poiché l’amore è la forza che muove il mondo e ci dona la possibilità di comprendere quanta gioia si possa trarre dalla solidarietà: per ogni uomo che lotta per seminare il suo cuore ce ne sarà sempre un altro pronto ad imitarlo, rendendo le brulle lande del mondo un luogo colmo di comunanza e di calore. 
Perché un chicco tira l’altro, sempre. La vita chiama altra vita. E germoglia splendidamente in amore.


Crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas con salsa di tamarillo all’acqua di cocco e cannella
(dosi per ca. 6 piccole crepes, prive di glutine e di lattosio)

Per le crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas
80 gr di farina di Quinoa (Priméal)
160 ml di latte di Quinoa e Riso (The Bridge)
15 gr di burro 100% vegetale (Provamel, senza glutine e lattosio)
3/4 foglie di salvia ananas fresca
20 gr di zucchero di canna integrale (Dulcita AltroMercato)
1 uovo
1 pizzico di sale
Quinoa soffiata (Priméal) q.b.

Per la salsa al tamarillo all’acqua di cocco e cannella
175 gr di polpa sbucciata di tamarillo*
160 ml di acqua di cocco al naturale (Isola Bio)
150 gr di zucchero integrale di canna (Mascobado AltroMercato)
Cannella q.b. (io ho optato per un cucchiaino, ma si può dosare a piacere)
  
*Il tamarillo è un frutto sudamericano chiamato anche ‘pomodoro d’albero’ per la sua somiglianza al pomodoro, appunto. Viene coltivato nelle Ande del Perù, del Cile, della Bolivia, della Colombia e dell’Ecuador. Il suo sapore non è estremamente dolce ed è quasi simile a quello di un pomodoro, ma è molto più fruttato. Non disperate, non è impossibile da trovare! Se dalle vostre parti non ci sono negozi di frutta esotica che lo vendono, potete tranquillamente acquistarlo nel reparto frutta di un qualsiasi ipermercato Auchan! Non è per mero vezzo che l’ho utilizzato (quindi non uccidetemi) ma desideravo creare una ricetta che mi portasse là, tra i profumi e sapori delle Ande.

Preparare prima di tutto la salsa al tamarillo. Sbucciare i frutti e tagliarne la polpa a pezzettini, fino ad ottenere in peso la quantità necessaria (se ve ne avanza, è ottimo con zucchero e limone!). Metterla in un pentolino piuttosto alto, antiaderente, aggiungendo lo zucchero, l’acqua di cocco e la cannella in polvere. Cuocere fino a che il composto non inizierà ad essere viscoso, levare dal fuoco e frullare il tutto fino ad ottenere una consistenza liscia e vellutata. Cuocere poi per altri due o tre minuti, fino a che la salsa non si sarà definitivamente addensata. Lasciar freddare.
Dedicarsi dunque alla preparazione delle crepes. Mettere in un recipiente la farina di quinoa, il latte di quinoa e riso, lo zucchero e un pizzico di sale. Frullare fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungere poi l’uovo sbattuto e il burro vegetale sciolto. Amalgamare bene, aggiungere le foglie di salvia ananas tritate grossolanamente e porre in frigo a raffreddare per ca. 30 minuti.
Passato il tempo d’attesa, procurarsi una padellina antiaderente di piccole dimensioni e ungerla leggermente con burro vegetale. Mentre si scalderà, aggiungere della quinoa soffiata (a piacere) al composto tolto dal frigorifero, amalgamando bene per distribuire i chicchi in modo omogeneo. Con un mestolino prelevarne un po’ e procedere alla cottura delle piccole crepes.
Una volta pronte, riempirle con la salsa di tamarillo all'acqua di cocco, piegarle in quattro e servire tiepide.

Ho pensato a lungo, cercando profumi e sapori che potessero condurmi in terre lontane. Alla fine ho pensato di usare questo chicco dalle grandi potenzialità nutritive, la famosa chisiya mama, per creare qualcosa da regalare con affetto all'iniziativa di Progetto Mondo Mlal.
Non potevo certo mancare, quando si tratta di donare qualcosa per uno scopo così alto e importante. Volevo essere io per prima quel chicco pieno di vita che si apre donando il suo cuore, a tutti coloro che chiamo fratelli; sperando che l’amore possa essere contagioso e che un chicco possa tirarne un altro.
Aderisco pertanto con questo mio piccolo pensiero alla nuova raccolta ProgettoMondo Mlal, perché nessuno mangi più da solo!


Poi un pensiero particolare a te, Sandrina. A te che sei un chicco splendido, che non ha paura di aprirsi regalando il suo immenso amore; che ha il coraggio di resistere alla pioggia e al gelo, tenendo le radici ben salde nel terreno del cuore. A te che sei riuscita a fermare lacrime per riportare il sole, che doni la tua energia pensando prima al prossimo che a te stessa. Una dedica con affetto e immensa riconoscenza, con estrema amicizia e calore. 
Ti voglio tanto, tanto bene, mio semino dai poteri straordinari.

Grazie infine alle amiche dolcissime che mi hanno pensata nuovamente nell'assegnazione di premi: riceverli ancora è per me come averli sempre per la prima volta. Grazie immensamente alla cara Virgi e alla cara Franci per aver pensato a me, donandomi il premio Blog 100% Affidabile. E grazie con tutto il cuore alla tenera Rossina e alla gentilissima Manu per avermi fatto dono del premio The versatile blogger award
Tutto il bene che mi avete fatto in pensieri e parole, in questo momento di confusione e grigiore, lo auguro a voi triplicato amiche mie. Con affetto sincero e tanta, tanta gratitudine!

Colgo l'occasione per scusarmi se ultimamente sarò di nuovo poco presente. 
Purtroppo sapevo che prima o poi gli impegni e i problemi si sarebbero ripresentati, necessitando di tempo per essere risolti. Scusatemi, quindi, se a breve potrò essere solo saltuariamente attiva: non appena potrò, non mancherò di correre a darvi un grosso abbraccio e ricordarvi quanto vi voglio bene. 
Un bacione con immenso affetto. Vi porto con me.


giovedì 5 settembre 2013

Meline di grano saraceno integrale e noci brasiliane con mousse di mele al basilico viola

Un tiepido alito di vento le scompigliò all'improvviso i lunghi capelli rossastri e l’ultimo raggio di sole, pigro e ambrato, le infiammò le ciocche di un fulvo colore ramato. I suoi limpidi occhi verdi si persero distratti tra gli ipnotici dondolii dell’erba, mossa dalla brezza serale; la danza silenziosa di una libellula, sospesa a mezz'aria  la incantò improvvisamente e la rapì. E in quel silenzio surreale, scandito dal placido gracidio dei grilli, solo qualche farfalla volava salutando l’inizio di settembre; solo qualche merlo dagli occhi curiosi saltava da un ramo all'altro  frusciando tra le fronde degli alti aceri color ruggine. 
Josephine chiuse gli occhi. Posò il grosso libro che stava leggendo accanto a se, nel prato, abbandonandosi all'indietro fino ad incontrare il soffice manto verde dell’erba.
Respirò voluttuosamente l’aroma intenso dei grossi cespugli di basilico violaceo che la circondavano, desiderando che quell'istante non terminasse più. La giovane ne staccò distrattamente una foglia e la portò alle narici, lasciando che il suo profumo le avvolgesse i sensi e l’anima; sentì la fioca luce crepuscolare illuminarla fin dentro, mentre l’aria frizzantina giocava con le pagine del suo volume aperto, girandole casualmente avanti e poi indietro. Ripetutamente, lievemente: tanto che pareva che delle dita invisibili cercassero tra le righe d’inchiostro qualche prezioso segreto da rubare e portare lontano con se. La ragazza si voltò, sprofondando con la guancia nei teneri fili d’erba, fissando per un po’ il suo tomo perso tra le margherite: d’improvviso, dei dolcissimi ricordi le affollarono la mente non meno che il cuore, in una sorta di profondo e languido pensiero.
Era solo una bambina, quando all'inizio dell’autunno si sedeva sul grosso tavolo in legno del nonno e riapriva i suoi numerosi libri di scuola; era distratta e irrequieta, davanti a pagine che parevano non terminare mai e non dicevano nulla che potesse distrarla dal pensiero di correre a giocare in cortile. Troppe volte l’adorato anziano la sgridava, ricordandole che il dovere veniva sempre prima del piacere.
<Devi concentrarti su quello che stai leggendo!> le ripeteva sempre <Non puoi dire di conoscere una storia se non vai con ordine, se non ne carpisci il senso!>
E quando lei sbuffava, non sapendo da dove iniziare, lui le ricordava che sarebbe semplicemente bastato leggere la prima pagina che aveva davanti.
Sì, perché il nonno adorava leggere e le aveva trasmesso crescendo questa preziosa passione, che finirono per condividere fino al giorno in cui il suo angelo dai capelli bianchi si ammalò e decise che sarebbe volato via.
Furono giorni difficili per lei; giorni in cui non si rassegnava all'imminente perdita, torturandosi d’angoscia e d’impotenza, di confusione e paura. Ma ancora una volta fu la calda e rassicurante voce del nonno, in un flebile soffio prima di tacere per sempre, che le donò il coraggio e la verità più grande.
<Ricordi quando da piccina ti angosciavi davanti a quei libri di scuola? Quando giravi follemente le pagine all'indietro  perché distratta non ti ricordavi quello che avevi da poco letto e poi, non contenta, le giravi nervosamente in avanti poiché avevi fretta di sapere quanto ti mancava a finire? Ecco, ricordi cosa ti dicevo sempre?> le aveva sussurrato, stringendole la mano con un tenero sorriso <Devi dedicarti alla pagina che hai davanti. Anche adesso, perché non devi dimenticare mai che stai leggendo ogni giorno il grande volume della tua vita: non puoi vivere guardando sofferentemente al passato e abbandonandoti angosciosamente ad un futuro non ancora scritto. E’ all'oggi che ti devi affidare. Devi scorrere ogni giorno la pagina del tuo presente con calma, assaporandola e riflettendo su ogni singola parola che troverai scritta su quel telo bianco. Perché tu non tralasci niente, perché non ti sfugga niente; perché sia la radice che diverrà un solido passato e il tralcio armonico di un lucente futuro. Fai che quella storia t’appartenga, vivila nel bene e nel male; fai che i tuoi passi siano l’avventura più bella e tormentata che sia mai stata narrata. Conosci il tuo cammino, allontana la confusione, persino quando avrai perso le speranze o avrai timore di agire e sbagliare. Scrivi con i gesti, con le coraggiose decisioni, con i tuoi errori; con le tue risate e con i tuoi pianti. Ama la tua storia così com'è  così come l’hai voluta. E se vorrai ritrovarmi, te ne prego: sfoglia il tuo volume fino a dove mi vedrai nuovamente sorridere. Io sarò lì, sempre su quel tavolo di legno, a leggere con te.>
Poi era sopraggiunto il silenzio: da quel doloroso pomeriggio erano passati anni ormai e lei era diventata una donna. Ma ancora quella voce soave era in grado di riempirle gli occhi di commozione e pianto, quando riaffiorava alla mente.
Josephine allungò così il braccio e richiuse lentamente il volume disteso nell'erba  lo strinse al petto, avvicinandolo il più possibile ai battiti del suo cuore. Poi estrasse dalla sua borsa bruna una dolcissima mela e l’addentò, cercando il suo angelo tra le nubi candide del cielo e nell'aroma semplice di quel succoso frutto.
Ricacciò indietro le lacrime, con fatica ma con maturata consapevolezza. Perché lo aveva promesso: da quel lontano giorno aveva deciso che era pronta a viverla, quella misteriosa e talvolta incomprensibile vita; istante per istante, iniziando ogni volta da lì: dalla prima pagina che si sarebbe trovata davanti.


Talvolta viviamo il nostro presente in preda all'angoscioso ricordo del passato e in balia delle preoccupazioni per un futuro ancora non scritto. Giriamo follemente all'indietro le pagine del nostro libro della vita, nel tentativo di cambiare quello che abbiamo già passato; nel tentativo di rileggere parte di esso che non capiamo, che ci pare incomprensibile o che risveglia in noi antichi dolori e rancori. Non contenti, saltiamo al contempo il presente per andare a sfogliare spesso pagine di un futuro ancora non scritto, preoccupandoci per quello che potrebbe riservarci l’avvenire in quella cellulosa pallida, ancora bianca e intatta.
Viviamo nella perenne attesa di qualcosa, senza mai ancorarci a ciò che è veramente importante, a ciò che cambierebbe davvero la nostra sorte se solo gli prestassimo ‘la dovuta attenzione’: il presente. Quella pagina aperta davanti ai nostri occhi, che ci da potere di scrivere attivamente e di cominciare ad essere consapevoli da oggi. Da subito. Perché non potremo mai carpire il senso di una storia, se non procediamo con ordine e non gli diamo l’interesse che merita. Perché forse dovremmo solo incominciare da lì, da quel foglio bianco che abbiamo di fronte agli occhi, desideroso di essere contemplato e assaporato in ogni suo istante, per divenire solido passato e promettente futuro. Proprio da lì, quando siamo titubanti: dalla prima pagina che, come un prezioso dono, ci troviamo ogni giorno aperta davanti.



Meline di grano saraceno integrale e noci brasiliane con mousse di mele al basilico viola
(ricetta priva di glutine e di lattosio)

Per la frolla (dosi per ca. 6 crostatine)
100 gr di farina bianca (Mix senza glutine Shar)
20 gr di farina di grano saraceno integrale (Fior di Loto)
5 gr di amido di mais
50 gr di noci brasiliane triturate
50 gr di margarina 100% vegetale senza grassi idrogenati (Vallè Naturalmente)
50 gr di zucchero a velo vanigliato (Eridania, senza glutine)
1 cucchiaio di latte di riso
1 pizzico di sale
1 tuorlo

Per la mousse di mele al basilico viola
2 piccole mele golden
1 cucchiaio di zucchero di canna integrale (Alce Nero)
4/5 foglie fresche di basilico viola
3 cucchiaini di succo di limone

Preparare la frolla miscelando farine, sale, zucchero, margarina, tuorlo, noci brasiliane triturate e il cucchiaio di latte, avviando l’impastatrice (o procedendo a mano) fino ad ottenere un composto liscio e omogeneo. Avvolgere nella pellicola e lasciar riposare in frigorifero per ca. 30 minuti.
Nel frattempo preparare la mousse di mele. Sbucciare le piccole mele e tagliarle a cubetti, irrorandole con il succo di limone affinché non anneriscano. Passarle successivamente in un mixer insieme a 4/5 foglie di basilico viola, fino ad ottenere un composto vellutato. Trasferirlo in un pentolino con il cucchiaio di zucchero di canna e cuocere fino ad ebollizione o finché non si sarà un poco asciugato e rappreso.
Stendere la pasta frolla ai pinoli ad uno spessore di ca. 4 mm e rivestire delle formine antiaderenti a forma di mela. Distribuire in ciascuna di esse della mousse alle mele e basilico e, con i ritagli della pasta, coprire con delle striscioline incrociate. Se gradite, tenetene un po’ da parte per creare delle piccole foglioline di frolla da posizionare accanto al picciolo.
Cuocere in forno già caldo a 180°C per ca. 20/25 minuti, fino a che le meline non saranno dorate.
Sfornare e lasciar raffreddare prima di gustare insieme ad un delizioso tè.

Desidero infine ringraziare con tutto il cuore la dolcissima Lara de La barchetta di carta di zucchero e i magnifici tesori dell’Agriturismo Cà Versa per avermi nuovamente assegnato il premio Blog 100% affidabile. Sono gesti che apprezzo tanto, in quanto segno di affetto e amicizia per me molto preziosi. Grazie dunque, con sincerità e bene. Possa il libro della vostra vita essere una splendida avventura, piena di sorprese e mai di rimpianti. Vi voglio bene!

Vi auguro una buona serata. Che abbia il profumo del cuore, carissimi/e.


giovedì 22 agosto 2013

Freddo elisir del drago al grano saraceno e zenzero, uva spina e miele di atamisqui

Si narra che molti secoli fa, dal commovente e profondo pianto di un drago, la terra fece nascere un arbusto sinuoso e contorto, dalle lunghe braccia sottili, spinose e ruvide.
Un modesto albero dai rami cupi e intricati, dagli aculei appuntiti che solevano tenere lontano ogni creatura vivente; dal cui cuore facevano mostra di se grappoli d'iridi verde smeraldo e venature di tuono, il cui sguardo incantava e stregava il cuore di coloro che riuscivano a scorgerle tra le fitte foglie.
Sfere succose, dolci e asprigne, secondo una leggenda in grado di guarire ogni dolore e di rendere saggio e lungimirante chiunque riuscisse a godere anche del succo di un solo, rotondo acino ambrato. Un privilegio non concesso a molti, poiché solo i cuori puri e umili avrebbero potuto coglierli senza ferirsi o lacerarsi; solo anime trasparenti e benevole avrebbero potuto domare le puntute spine e acquisire la sapienza secolare del pianto del drago, con i suoi poderosi benefici.
In passato solo spiriti benedetti avevano accesso ai rari cespugli incantati, in armonia con la terra e il cielo e nel rispetto profondo dell’anima terrestre: solamente druidi dalle bianche vesti, che solevano appropriarsi di poche iridi smeraldo al fine di creare un potente elisir in grado di rifondere forza, vigore e saggezza profonda agli animi meritevoli di grazia; alle anime perdute, ai sofferenti, ai quali il prezioso nettare avrebbe restituito una grande verità, in grado di dissipare le nubi scure di una misera e ingiusta esistenza: lo sguardo vitreo e ipnotico di quei verdeggianti bulbi avrebbe sussurrato il suo più intimo segreto agli spiriti puri, donando ad essi la possibilità di acquisire una straordinaria vista del cuore.
Nessuno sa esattamente quali erbe incantate o quali nettari preziosi venissero miscelati al potente succo di quei globi, riconosciuti ancora oggi come i traslucidi frutti d’uva spina: qualcuno racconta che i druidi più anziani si avvalessero del calore ambrato del miele, linfa di vita e sacralità, oro liquido fermentato nell'antica bevanda del chouchen; qualcun altro rimembra invece la forza spirituale di un grano scuro e saporito, in grado di dare vigore fisico e mentale, spesso trattato e lavorato con sapienza dalle mani di abili agricoltori.
Ciò che appare certo però, è che quel secolare mistero si perde ancora oggi nei sibili del vento, nei pressi dei rari arbusti di deliziosa e antica uva spina; è nascosto tra le dita dell’aria, che sussurra a cuori umili e attenti il prezioso segreto. E talvolta pare di sentirla mormorare, bisbigliare, con voce lontana, fresca e ammaliante: <Solo tra le spine nascono i frutti più belli; solo dal dolore nasce la saggezza. E’ dal coraggio che sboccia la virtù, dalla bontà d’animo il vero incanto della vita>.


Perché tra le spine nascono i frutti più belli. Perché solo soffrendo l’anima talvolta riesce ad imparare quanto amore può contenere, quanta vita sa capire; solamente sentendo l’anima bruciare e una scia di lacrime cadere sul viso, riesce ad entrare nel cuore cieco di altri sofferenti e aiutarli a vedere. E’ in fondo il grande dono che il dolore ci fa: se all'apparenza ci priva di ogni cosa, nel profondo sa renderci molto più ricchi. E così, dopo le spine, riusciamo anche a scoprirci colmi di incanto.
Ecco un elisir speciale, da condividere con voi: un piccolo augurio perché il segreto del drago incontri i vostri cuori, laddove nascondete i pensieri più buoni, per renderlo capace di vedere e sentire le più celate voci del mondo. Perché possiate imparare a gioire o soffrire soprattutto con gli occhi degli altri, così da comprendere al meglio il prossimo ed anche voi stessi; perché il dolore non vi spaventi comunque in nessun caso, certi che vi donerà in cambio qualcosa di immensamente prezioso per la vita.
Perché l’incanto non vi abbandoni mai, portandovi ‘là’: dove l’irreale diviene sempre, prima o poi, una splendida e inaspettata realtà.

Freddo elisir del drago al grano saraceno e zenzero, uva spina e miele di atamisqui
(ricetta priva di glutine e di lattosio)

250 ml di latte di grano saraceno (The Bridge Bio)
200 ml di panna di riso (Isola Bio)
125 gr di uva spina bianca + 1 cucchiaino di zucchero + 1 cucchiaino di succo di limone (o 90 gr di composta di uva spina, se non disponete dei frutti freschi)
4 tuorli medi
20 ml di sciroppo di glucosio
2 cucchiai rasi di miele di atamisqui (Altro Mercato)
80 gr di zucchero di canna integrale (Alce Nero)
1 cucchiaino di radice di zenzero triturata (o in polvere)

Montare i tuorli con lo zucchero, il miele e lo sciroppo di glucosio, fino ad ottenere un composto chiaro e spumoso. A parte, portare ad ebollizione il latte di grano saraceno, la panna di riso e lo zenzero tritato. Filtrare e, una volta intiepidito, mescolare il composto ai tuorli precedentemente montati. Versare nuovamente tutto in pentola e cuocere ‘alla rosa’ (ovvero fino a che la temperatura del composto non raggiungerà gli 80-84°C, dovrete utilizzare un termometro da cucina). Filtrare il tutto nuovamente e lasciare a riposo in frigorifero, coperto da pellicola, almeno 4 ore (meglio ancora tutta la notte).
Procedere poi alla preparazione del gelato: versare il composto nel cestello della gelatiera e lasciare mantecare per circa 20 minuti. A questo punto, frullare l’uva spina con il cucchiaino di zucchero e un cucchiaino di limone: versarla nel cestello e continuare la mantecatura per altri 10 min. ca.
Gustare il freddo elisir del drago subito, oppure conservarlo in una vaschetta ermetica nel congelatore (avendo l’accortezza di estrarlo dal freezer almeno 15 min. prima del consumo). 

E’ specialmente per te, dolce amica mia, questo fresco e speziato elisir. Partecipo con tutto il cuore al terzo e strepitoso contest Ca’ Versa, donandovi l’incanto di una lacrima di drago e un sincero augurio perché ogni spina della vita possa sempre nascondere frutti stupendi.



 p.s. l’avevo detto che non avrei rinunciato per niente al mondo all’uva spina! :) 

Kiaretta, infine un pensiero lo rivolgo al tuo cuore. Non temere le spine, non lasciarti spaventare dal buio e dal dolore. Presto frutti meravigliosi nasceranno per te, arricchendoti di luce che saprà rischiarare i momenti di sconforto, anche futuri. Sei splendida, ricordati che sono qui se hai bisogno. E anche in silenzio, ti abbraccio.

Una dolcissima notte a tutti, con affetto. Che sia piena di sogni argentati!


domenica 11 agosto 2013

Desideri di pan dolce al miele con ricotta ai petali e rose, mirtilli al balsamico e creme de cassis

Una lieve e fresca brezza notturna scompigliava silenziosamente le cime di alte e sinuose betulle.
Il sommesso fruscio di foglie, scosse dalle dita del vento, accompagnava l’argenteo stridore dei grilli, nascosti alla vista da un campo ricolmo di esili spighe mature.
L’ipnotico sussurro delle cicale riempiva l’aria di note misteriose e lontane, di un canto angelico che rapiva l’anima, conducendola al di sopra delle stelle e sulle soffici gote delle nuvole.
Ed è proprio in quell’armonia che da qualche istante Julie si era perduta, mentre appoggiata al grande balcone di pietra fissava pensierosa il vuoto. Il profumo intenso dell’erba d’estate le pervadeva le narici, inebriandola di un umido sentore di fiori e vaniglia; quell’aroma accarezzava teneramente il suo animo tormentato, diradando un poco le nubi del suo cuore. La ragazza sospirò profondamente e socchiuse gli occhi, reclinando lentamente il capo all’indietro: quasi le pareva di poter dimenticare l’oscurità dell’anima, confondendosi tra le mute ombre di una placida nottata d’agosto; quasi sarebbe rimasta in quello stato di grazia per sempre, se non fosse stato per un leggero tocco che la ridestò.
<Martin> sussurrò Julie sommessamente, mentre il ragazzo le si fece accanto.
La osservò con tenerezza, perdendosi nei suoi profondi occhi chiari; poteva percepire tutta la sua fragilità, tutta la sua insicurezza confondersi nei toni scuri di quella notte di velluto.
Così la accarezzò, portandole dietro all’orecchio una bruna ciocca di capelli lucenti.
<Hai presente quelle notti buie, ma tanto buie che pare che il cielo, sgombro da nubi, assomigli ad un telo opprimente e scuro? Quelle un po’ come questa, in fondo, in cui pare che gli occhi non possano scorgere altro che oscurità? Ecco, è proprio in quelle notti che se aguzziamo lo sguardo, se ci sforziamo di vedere, fissando la volta celeste riusciamo prima o poi a riconoscere le prime stelle; e dopo aver individuato i bagliori più grandi, se osserviamo con attenzione, ci accorgiamo con sorpresa che accanto ad essi ce ne sono di più piccoli, e accanto a quelli piccoli altri ancor più minuscoli. Così ci rendiamo conto con stupore e meraviglia che quello che ci pareva il buio più opprimente nascondeva in realtà una miriade di diamanti lucenti, pronti a rischiararlo.
E’ così che succede anche nei momenti più oscuri e grigi della vita, quelli in cui pare di non poter scorgere nient’altro che tristezza, buio e dolore: se ci mettiamo alla prova, se siamo convinti di voler vedere, se ci incoraggiamo ad alzare lo sguardo e a superare le tenebre, ecco che appaiono le prime luci a rischiarare il nostro cammino; a guidarci e a ricordarci che proprio in quei momenti ci è permesso di andare oltre le apparenze e trovare del buono in ciò che pare non godere del minimo bagliore; è proprio in quegli istanti che ci accorgiamo come i nostri sogni restano là, nella volta stellata, brillando uno per uno per noi. Splendendo per motivarci, al di là del nostro scoramento; lucendo per insegnarci che basta solo osservare attentamente nel nostro cuore per rendere visibile l’invisibile. E crederci, fino in fondo. Perché siamo noi a tenere acceso ogni nostro più intimo desiderio, dal momento che ci crediamo; finché ci crediamo, in una notte che non sarà mai realmente così buia>
Julie d’improvviso sorrise, reclinando la testa di lato e poggiando la morbida guancia nel palmo di Martin. Respirò profondamente, grata alla vita per aver condotto quell’anima saggia da lei; poi si voltò verso la volta stellata e sollevò lo sguardo: scrutò speranzosa e attenta il cielo per qualche istante, cercando di scovare quei bagliori nascosti che a prima vista parevano invisibili. Cercò di seguire il prezioso consiglio di Martin, allenandosi a scorgere la speranza anche dove le pareva di non vederne; insistette a lungo, decisa a vedere qualcosa nell’oscurità più profonda.
E d’improvviso, una scia luminosa solcò il cielo staccandosi dall’immenso telo nero su cui era appuntata.
Julie sussultò piena di emozione, senza trovare alcuna parola in grado di descrivere quell’improvvisa sorpresa. Ma Martin le colse per lei, baciandole amorevolmente la fronte: <Hai visto?> le mormorò all’orecchio <Talvolta, cercare i sogni accesi in cielo fa sì che cadano proprio tra le tue mani>.


E’ proprio nel buio più profondo che dobbiamo maggiormente sforzarci di trovare le luci; è proprio nell'oscurità più intensa che ci è chiesto di avere speranza e fiducia, al fine di scorgere finalmente quei bagliori che parevano invece invisibili. E se ci crediamo, se siamo disposti a non cedere, ecco che le stelle brillano luminose e più belle che mai, giungendo in nostro soccorso e riempiendoci di meraviglia e stupore. Ecco che il nostro sguardo si fa più leggero e si riempie del luccichio di sogni che restano appuntati in cielo per noi, solo per noi.
Possiate dimenticare in questa notte speciale ogni ombra nel vostro cuore; possiate scorgere stelle splendenti, ancora e ancora. Possiate rendere visibile l’invisibile. Possiate far sì che, in una scia lucente, i vostri sogni si sfilino dal manto nero in cui sono ricamati per cadere esattamente nelle vostre mani. Laddove da desideri si tramuteranno in realtà.

Desideri di pan dolce al miele con ricotta ai petali e rose, mirtilli al balsamico e creme de cassis
(dosi per ca. 4 bicchierini)

Per le briciole e per le stelle
6/7 fettine di pan dolce speziato al miele (De Rit Bio)
2 cucchiaini di zucchero a velo e ½ cucchiaino d’acqua (per la glassa sulle stelle)

Per la ricotta ai petali e rosa
200 gr di ricotta fresca
1 o 2 cucchiaini di miscela fiori e spezie Sonnentor (pepe rosa, pezzetti di fragola, fiori di rosa, pezzetti di lampone, vaniglia in polvere)
1 cucchiaino e ½ di acqua di rose
50 gr di zucchero a velo

Per i mirtilli allo sciroppo
2 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di aceto balsamico
2 cucchiai di creme de cassis (Bols, senza glutine)
150 gr di mirtilli freschi

Per guarnire
Mirtilli freschi q.b.
Panna montata q.b.
½ cucchiai di sciroppo di mirtilli tenuto da parte

Ricavare delle stelline da alcune fette di pan dolce speziato al miele, con un’apposita formina per biscotti. Tenere da parte e sbriciolare il restante pan dolce con le dita.

In un pentolino preparare i mirtilli allo sciroppo. Mettere al suo interno i cucchiai di zucchero con l’aceto balsamico e la creme de cassis; scaldare fino ad ottenere quasi un caramello denso; poi spegnere il fuoco e versare i mirtilli nello sciroppo caldo. Mescolare fino a che i mirtilli non rilasciano un poco del loro succo, rendendo il composto più fluido. Lasciar raffreddare.

In una ciotola mescolare la ricotta fresca alla miscela di fiori e spezie, all'acqua di rosa e allo zucchero a velo. Comporre quindi i bicchierini: versare a piacere sul fondo un po’ di mirtilli allo sciroppo (avendo cura di tenere qualche cucchiaio dello stesso da parte, per la decorazione), coprire con delle briciole di pan speziato e ricoprire con crema di ricotta. Procedere così a strati fino al riempimento del bicchierino.

Montare a questo punto la panna ben ferma e, con l’aiuto di una sac-a-poche, decorare la sommità dei dessert. Aggiungere la stella di pan speziato, su cui avrete a piacere posto della glassa bianca; versare delle gocce di sciroppo sui ciuffetti di panna e terminare con dei mirtilli freschi a piacere.
Lasciar riposare in frigorifero per almeno 2/3 ore. 
Gustare davanti al cielo stellato, esprimendo tutti i desideri più belli.

Tanti auguri, amici e amiche. Con tanto affetto possiate godere della pioggia argentea di milioni di stelle: mi raccomando, desiderate e sperate. 
Possano i vostri sogni divenire presto una splendida realtà!
Un abbraccio e dolce notte!