lunedì 24 dicembre 2012

Melodie di Natale


<Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale-
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.>
(E. Montale)

Chissà se questa notte la neve cadrà fitta, candida e lieve.
<Taci> sussurrava al mondo <Taci>
In quel silenzio purificato ogni cosa, in attesa, meditava.
Ma là fuori, quell'albero brillante di perle e ghiaccio, perse d’un tratto il sorriso; attendeva, a capo chino. 
Tra le fronde uno sguardo affranto, incontrava il mio e poi si spegneva.
Per labbra avevo sepolcri, poiché solo il cuore poteva sussurrare.
E tu eri lì, seduto, a contemplare come me quell'ultima pioggia di cotone: perché sapevamo entrambi che lo sarebbe stata. Avrei voluto riempirmi gli occhi di te, fino a traboccare; avrei voluto tenerti per me, dipinto com'eri nell'aria di quel Natale. Eppure, né io né quell'albero volevamo vedere: ci perdevamo tra anima e foglie, per dimenticare quella fiaba triste; ci abbandonavamo al nostro reciproco sguardo per tralasciare quel freddo, che aveva gelato l’anima. Mai così profondamente.
Guardo il tuo ritratto, nonno. Guardo il tuo viso in vecchi e ruvidi filmini che mi graffiano dentro: saluti con la mano, sorridi, attendi il pranzo di Natale. Felice.
Brillava gioia in quegli occhi grigi, vestiti da sempre di veli violacei. Riempiva l’aria la tua voce profonda e vibrante, mentre stringevi la mano alla nonna e guardavi con gioia quello che quel giorno, solo quel giorno, era possibile gustare. Quello che ti pareva la cosa più bella del mondo, quella che mai avevi avuto quando eri ragazzino.
Nevicava, nonno mio. E chissà se anche stanotte nevicherà, nevicherà e non smetterà.
E' quasi Natale e tu non ci sei. Chi lo sa se qualche fiocco gelato scenderà a chiedermi ancora di restare in silenzio.
<Taci> gridava la neve, senza suono, al mondo <Taci>.
Note della tua ultima, flebile voce. Sommesso ricordo di feste che mai più ho vissuto.
Non lo so, nonno. Non mi chiedere perché ora non so più essere felice.
E’ che non è più Natale da quando tu non sei seduto in fondo alla tavola, da quando non c’è più la tua luce in sala, né la tua inesauribile gioia; non è più festa da quando non c’è il tuo luminoso e largo sorriso, o i tuoi occhi chiari e saggi. Non è più Natale da quando non prendi più le mie manine nelle tue e orgoglioso, soddisfatto, notavi come curavo le mie piccole unghie bianche. Non è più Natale da quando non posso più lasciarti un dono strano, impacchettato malamente, sotto quell'albero che ci abbracciava: non posso più emozionarmi per averti regalato un nuovo rastrello, né sorridere perché mi dici che è la scopa della Befana. E che la tua Befana sono io.
Non è più festa da quando l’inverno non riesce a lasciare il posto alla primavera: forse perché non ci sei più tu a curare le piante, il giardino e i frutti della tua fatica. Non è più tornata l’estate perché la portavi tu, cogliendo il primo e succoso pomodoro caldo di sole e offrendolo a me- strofinandolo sui tuoi pantaloni di tela, con le mani rugose di quercia. Potevo sentire il tepore del sole e quello del tuo amore nella sua polpa succosa; potevo sentire il calore del tuo volto e di quell'abbraccio che ora mi manca come l’aria: che mi manca come mi mancano le tue dita, che veloci volteggiavano sul vecchio pianoforte, creando le melodie più belle; e io danzavo sulle scale, leggera, per te.
Angelo del pianoforte: io non so parlarti con note o melodia, ma sto dipingendo per te parole di lacrime e inchiostro, come fosse sangue distillato dal mio cuore. Goccia per goccia.

Buon compleanno, nonno. Oggi nascevi, tanti anni fa, ‘cum’è ul Bambin’- te disevet semper.
Dal lassù guardaci, se puoi: perché io da quaggiù lo farò, cercando la stella più bella in cielo.
Immaginerò che mi sarai accanto.

Per te. Un fiore, della rugiada e immenso amore.
Ti voglio bene.


Che una dolcissima melodia giunga da me a voi, amiche e amici miei. 
Mi devo scusare per non essere stata presente come avrei voluto in questi giorni, ma come sapete durante le feste c'è sempre qualcosa da fare e non riesco a trovare un poco di tempo nemmeno per me.
Vi auguro vivamente un Natale meraviglioso, ricco di pace e di gioia; ricco d'amore e di calore. Possiate godervi l'abbraccio di chi amate, il loro sorriso e il profumo della loro anima accanto alla vostra. 
E se c'è qualcosa che vorrei chiedere al cielo è proprio la vostra immensa felicità: che vi accompagni, che vi illumini, che vi porti la possibilità di veder realizzati tutti i vostri sogni. Perchè voi mi avete regalato e mi regalate ogni giorno tanto, per il quale la mia riconoscenza non basterebbe: siete voi il più bel dono, per me.
Vi abbraccio con affetto e, con tutto il cuore, uno splendido Natale!

A presto, buone feste!


mercoledì 19 dicembre 2012

Un dono d'amore per gli amici con le ali


Tanto tempo fa, si racconta che un Angelo decise di punire l’uomo.
Da quando il Signore gli aveva donato abbondanza, ricchezza, frutti saporiti e bellezza delle stagioni, l’essere umano non aveva saputo far altro che divenire più egoista, cattivo e prepotente nel tentativo di arricchirsi a scapito degli altri suoi fratelli.
La Creatura Celeste, colta così da un impeto d’ira e di dolore, decise di privarlo del calore del sole e dei germogli della terra, relegandolo ad un infinito inverno. Non vi furono più colori né profumi e il ghiaccio coprì ogni cosa: ci fu chi maledì l’esistenza, chi divenne ancor più crudele e aspro di cuore; ci fu chi divenne subdolo e opportunista e chi invece accettò il castigo e condusse una vita onesta e in povertà, mantenendo viva la speranza di poter rivedere un giorno il sole.
Tra queste poche anime pie, di certo spiccava un fragile vecchio: stanco di vedere l’uomo litigare e uccidersi per ogni bene materiale, si allontanò dal suo villaggio per condurre una vita da povero vagabondo. Camminò, senza sosta, ogni giorno della sua esistenza; ringraziava il cielo di quel poco che riusciva ad avere per sfamarsi, vivendo con cuore pulito e generoso, sempre a disposizione di chiunque avesse bisogno.
Gli anni però passarono e un giorno il vecchio saggio, ormai stremato dal gelo e dalla fatica, si accasciò sul bordo di un sentiero e non riuscì più a rialzarsi. Si strinse nella pesante tunica di panno, ormai lisa dal tempo e dalla vita passata nella totale povertà. Nella bisaccia scura che portava sempre con sé non era rimasto che un piccolo pezzo di pane raffermo, che estrasse vacillante e affamato. Passò l’avambraccio sulle labbra secche e screpolate, nascoste da una folta e incolta barba bianca. Osservò a lungo quel misero pasto, per abituarsi all'idea che forse sarebbe stato l’ultimo: i suoi piedi erano ormai congelati dalla neve e la sua pelle, raggrinzita dal freddo, era divenuta ormai simile ad una ruvida corteccia di quercia. Gli occhi gli si fecero lucidi e sentì il suo sguardo bruciare: le lacrime erano l’unica cosa calda che da tempo poteva confortarlo, quando colavano come cera bollente su quel viso buono e rassegnato.
Cercò di ricordare allora com'erano i fiori, quale fosse il loro profumo; cercò di immaginare il cielo turchese e quelle nuvole bianche che parevano di cotone. Fece leva su tutti i suoi ricordi per rimembrare com'era il calore del sole sulla pelle, la sua luce e il tiepido amore che regalava al mondo. Ma ormai erano sensazioni troppo lontane.
Sospirò, tremante e confuso, cercando di cacciare ogni pensiero e di portare alla bocca almeno quel poco che gli era rimasto per sfamarsi. E fu proprio allora che l’uomo sentì un magnifico suono, in grado di fargli dimenticare per un istante la fame: un cinguettio stridente, un gorgheggio di vita, un soffio di speranza. A pochi metri da lui, una piccola creatura dal capo celeste lo osservava: gonfiò le piume, reclinando la testolina da una parte e poi dall'altra. Lo scrutò curioso, con occhietti neri e pungenti come spilli, saltellando leggero sulla neve fresca e brillante. Le sue zampette sottili e nere non producevano alcun suono; eppure il vecchio sentì che, ad ogni suo balzo lieve, quella cinciarella stava lasciando profonde e  indelebili impronte nel suo cuore.
Rimase per un attimo avvolto in un silenzio quasi sacro, per timore che quel passerotto potesse volar via, insieme alla sua speranza.
Ma l’uccellino restò a fissarlo, guardando fiducioso quel pezzo di pane che l’anziano saggio stringeva nella mano. Quando l’uomo se ne accorse, si svegliò da quello strano torpore: <Oh, è questo che desideri, piccola creatura?> disse improvvisamente a bassa voce, per non turbare il suo minuscolo amico.
<Hai fame anche tu, non è così? Posso capire bene, con questa neve. Non c’è gemma che fiorisca o seme che dia i suoi frutti>
La fame ormai stava gridando sempre più forte e l’anziano sentiva dei forti crampi allo stomaco. Avrebbe di certo potuto darne un poco all'uccellino  ma in questo modo non sarebbe bastato per sfamare entrambi; fu così che il suo buon cuore gli suggerì la cosa migliore da fare.
<Un tempo era il vostro canto a svegliare i semi della terra e i loro frutti; un tempo eravate voi a portare l’abbondanza e ad accogliere i raggi caldi del sole> disse l’uomo con voce tremante <Io non servirò a lungo all'inverno perenne, ma tu devi sopravvivere amico mio: senza il vostro amore, senza il vostro canto melodioso, la terra non avrà speranza di svegliarsi da questo gelido torpore. Vivi per riportare la vita, piccola creatura dal capo turchese; vivi per l’attimo in cui il cielo ci offrirà il perdono e tu potrai far rifiorire questa splendida terra>
E così dicendo, ridusse in briciole quel che restava della pagnotta e lo offrì come ultimo dono alla cinciarella, spargendone i frammenti sulla neve immacolata. L’uccellino iniziò a gorgheggiare, cinguettando a lungo colmo di riconoscenza, mentre il vecchio abbozzò un tenero sorriso e si rannicchiò stanco e infreddolito ai piedi di un grosso albero. Infine si addormentò.
L’Angelo beato, fino ad allora nascosto in quel piumato corpicino, recuperò le sue sembianze e si avvicinò all'anziano ormai privo di vita. Lo osservò commosso, con gli occhi colmi di tenerezza; accarezzò a lungo il suo viso, con le leggiadre braccia bianche.
<Da tempo speravo che qualcuno onorasse la bellezza del cuore> sussurrò soavemente <Da tempo attendevo che l’altruismo e l’amore rinascessero per riportare calore alla terra. Ed ora tu, con il tuo sacrificio, non temerai mai più il freddo né la fame. Quando ti sveglierai sarai tra prati fioriti e tra farfalle cangianti; il sole riscalderà il tuo fragile corpo e vivrai del turchese del cielo>
Poi sorrise dolcemente: <E’ per cuori come il tuo che varrà la pena restituire alla terra le sue stagioni, tenero vecchio. Per cuori come il tuo che varrà la pena dare fiducia a ciò che resta di buono nell'essere umano: perché oggi hai mostrato ai miei occhi stanchi che l’amore non è ancora scomparso>.
Così facendo, l’Angelo spezzò l’incantesimo e il mondo ottenne nuovamente la sua Primavera: tra freschi gorgheggi e melodiosi cinguettii, la neve scomparve e nuovi fiori sbocciarono per arricchire la terra. Succosi frutti allietarono i rami delle piante da troppo tempo spoglie e il sole rese roventi e felici i campi di grano.
Così ogni anno, in memoria di quel dolce sacrificio, questo ciclico incanto si compie per ricordare all'uomo cosa significa avere un cuore; cosa significa usarlo per amare, quando il gelo copre la terra e spegne il tepore del sole.
Nessun'anima arida e ipocrita merita di vivere lontano dal gelo: solo nella misura in cui saremo in grado di seminare il nostro amore, avremo la possibilità di godere di frutti meritati in un’eterna primavera. Solo nella misura in cui la cercheremo, essa giungerà.


Con questa neve e questo gelo, si stima che tantissimi passerotti muoiano per mancanza di cibo e di calore. 
Aiutiamoli a sopravvivere, donandogli con amore qualcosa che possa confortarli e nutrirli fino a primavera: saranno loro, con i loro gorgheggi e le loro melodie, a rendere speciale l'arrivo della bella stagione. Amiamo questi piccoli angeli dagli occhi di carbone, la cui presenza è discreta, silenziosa ma tanto importante.

Sfere nutrienti per passerotti e cinciarelle

250 gr di farina di mais per impanatura
120 gr di farina 00 
40 gr di farina di castagne
250 gr di margarina 100% vegetale
1 manciata di riso crudo
1 manciata di riso soffiato
1 manciata di misto semi e graniglie per passerotti e cinciarelle
1 piccola mela tagliata a cubetti
1 manciata di nocciole tritate grossolanamente

In una ciotola capiente miscelate le farine, il riso crudo, il riso soffiato, il misto semi e graniglie, la piccola mela tagliata a cubetti e le nocciole tritate (o altra frutta secca a piacere) .
In un pentolino a parte, fate sciogliere la margarina a fuoco lento e versatela, una volta tiepida, sul composto nella ciotola. Amalgamare bene e poi formare delle piccole palline compatte, che andrete a sistemare in giardino o sul balcone come dono ai vostri amici piumati. 
Potete posarle in sottovasi larghi oppure recuperare un po' di rete dei contenitori di arance o patate, per avvolgerle e appenderle.
I piccini ve ne saranno assolutamente grati!

Arrivo in extremis ma questo è per voi, amiche mie. A voi che sapete cosa vuol dire avere un cuore, perché ogni volta che le distanze vi separano esso vi tiene comunque unite più che mai; a voi che capite cos'è l'amore profondo, in grado di far sbocciare germogli anche se fuori un manto di neve copre ogni cosa. Possa questo Santo Natale portare unione, amore e momenti indimenticabili a voi e a coloro che amate. Vi auguro un anno nuovo ricco e pieno delle stagioni dell'anima, momenti belli che sappiano superare quelli negativi; forze nuove laddove mancheranno. Un anno in cui ogni cosa che farete possa essere benedetta dal vostro Angelo e portare buoni frutti.
Vi voglio bene, Maria Pia ed Elisabetta


Ecco il mio pensiero per la vostra bellissima iniziativa.  Un abbraccio!

Desidero inoltre dedicare queste parole ad un'altra cara amica che ha avuto per me un pensiero dolcissimo, inviandomi delle fotografie meravigliose che terrò sempre gelosamente nel cuore. Grazie, Federica. Che l'amore continui a dipingere i tuoi occhi per mostrarti la poesia che fotograferai, di volta in volta. Sei un vero tesoro. 

Vi mando un bacione e vi stringo forte, un buon pomeriggio!

martedì 11 dicembre 2012

Fiorellini alle mandorle e vaniglia con miele d'acacia, polline e pappa reale


Da quando la vecchia signora Adele glie l’aveva donata, quella gerbera era ciò che Giulia aveva di più caro. I candidi petali color nuvola, in cui era incastonato un cuore giallo e luminoso, affascinavano la minuta bimba come non mai. Il suo stelo verde e ritto le pareva sempre così forte, fiero, nell'apparente e fresca fragilità; le sue foglie le parevano mani aperte pronte a tenderle un abbraccio, quando il resto del mondo mancava. La solitudine di un’orfana era qualcosa che pochi avrebbero potuto capire, pensava spesso, mentre dalla finestra della sua cameretta osservava sempre la felicità di altri bambini tra le braccia di chi li amava.
Giulia non aveva infatti mai conosciuto i suoi parenti, affidata ad un orfanotrofio quando era ancora in fasce. Lì passava tutte le sue giornate, in una stanza piccola ma che aveva saputo rendere accogliente. Ed ora, da quando il suo fiore era diventato la preziosa famiglia che desiderava, non aveva occhi che per lui: ogni giorno accarezzava lungamente la sua diafana corolla di seta, parlandogli amorevolmente; ogni mattina non mancava mai di dargli da bere, assicurandosi che non dovesse mai patire la sete. Aveva scelto per quella gerbera la vista migliore, sul modesto davanzale, accertandosi che potesse godere del panorama dell’immenso parco che circondava il palazzo: alti alberi, nuvole di cotone, cielo turchese ed erba vigorosa e verdeggiante.
Giulia si sedeva sempre su una modesta seggiolina, inginocchiandosi su di essa per arrivare a poggiare i gomiti sulla finestra. Metteva le mani sotto al mento, guardando spesso la sua piantina e sorridendo con lei del mondo circostante: i grandi occhi neri allora le si illuminavano, mentre giocava con i lunghi capelli scuri, lucidi ma sempre un po’ spettinati; faceva gran discorsi e si confidava con la bianca gerbera fino a che non calava il tramonto.
Un pomeriggio però, mentre era intenta a versare dell’acqua nel vaso e distratta passava tra le dita i petali, si accorse di una piccola ape che era accidentalmente caduta nel bruno sottovaso di terracotta: l’acqua le aveva bagnato le ali e la creatura, riversa all’insù, agitava disperatamente le zampine nel tentativo di liberarsi. Subito la bimba si allarmò e, posato il bicchiere, si aiutò con un ditino per metterla in salvo.
<Che spavento mi hai fatto prendere!> sospirò Giulia portandosi una mano al cuore e osservando l’insetto ancora stordito sul davanzale <Non lo sai che si beve dal cuore dei fiori e non dal loro sottovaso?>
Restò tuttavia in attesa solo qualche istante, il tempo necessario perché le ali della creatura si asciugassero; l’ape volò così ancora incerta sul cuore dorato della gerbera: iniziò a succhiare il suo nettare, prima di abbandonarsi nuovamente alle braccia del vento.
La bimba sorrise, felice di vederla volare via sana e salva. Ma fu ancora più gioiosa quando vide che ogni pomeriggio l’apina tornava a farle visita, baciando il centro del suo fiore.
La primavera così passò e anche la calda estate, tra sorrisi e armonia. Poi giunse l’autunno e, come accadde per il volto del mondo, persino la gerbera si fece improvvisamente malinconica. Giulia la vedeva abbassare il capo ogni giorno di più, farsi debole e gracile: i suoi toni verde acceso si spensero, i suoi petali bianco latte si raggrinzirono, fino a morire con l’arrivo di una fredda e silenziosa neve. Persino l’ape smise di farle visita e la bambina cadde in una profonda tristezza, fino a che non si ammalò: la sua solitudine era profonda, le sue speranze erano perdute; la bimba si fece gracile e sottile come le sagome dei rami assottigliate dal peso della neve, che ne delineava gli ossuti contorni. E quando i prati e le fronde iniziarono a rifiorire con una nuova primavera, per Giulia parevano non esserci più speranze: debole e inerme, restava immobile sotto alle lenzuola, con gli occhi chiusi e le labbra ormai secche.
Fu solo con il primo raggio di sole marzolino che l’apina tornò a trovare la sua giovane amica. Quando però la vide al di là del vetro,  immobile e spenta, sentì un tuffo al cuore. La osservò a lungo, pietosamente: ma non indugiò. Quella bimba stava annegando, come lei molto tempo prima; stava rischiando la vita e lei l’avrebbe salvata, ricambiando quel gesto gentile e umile che a suo tempo le aveva restituito il respiro. Volò rapida all’alveare e bagnò le sue zampine nel prezioso e dolce nettare dorato; le passò poi nella rugiada del mattino e le riempì di fecondo polline. Raccolse tutte le sue forze e, approfittando di uno spiraglio nella vecchia finestra di legno, ogni giorno le faceva visita: si posava delicatamente sulle sue labbra, nutrendola amorevolmente con quell’elisir di vita. Fu così che, giorno dopo giorno, la piccola Giulia iniziò a prendere colore: finalmente, dopo un lungo e malato sonno, si svegliò. I suoi occhi lucidi e ancora un po’ febbricitanti incontrarono subito quelli della sua minuscola amica volante. E la sentì parlare al suo cuore, mentre teneramente vibrava con le ali, commossa di averla riportata alla vita: <Mi hai spaventata, bambina!> le disse, con tono soave <Non lo sai che si beve dal cuore dei fiori e non dal loro sottovaso?>
Giulia abbozzò un lieve e debole sorriso.
<Cosa ti ha fatto pensare che non esistesse più alcuna primavera? Che la tua piantina fosse davvero morta? Quel fiore che tanto amavi è vivo: non più nel tuo vaso, ma là fuori; è tornato alla vita nel prato dove ho portato il suo polline, il nettare del suo cuore! Ed è proprio là che ti aspetta. Ho seminato il suo amore tutte le volte che venivo a farti visita, che mi dissetavo al suo centro. Non lo sai che l’autunno e l’inverno esisteranno sempre? Non lo sai che l’unico modo per sopravviverne è conservare intatto il nostro cuore? Da lì sgorga l’immortalità, da quell’amore che sappiamo elargire: è da lì che ogni seme che diffondiamo feconderà il mondo, rinascendo eternamente, sconfiggendo l’inevitabile e ciclica morte. Ogni cosa fuori sta tornando alla vita e tu non dimenticare mai più cosa significa possederne una, piccola e arrendevole bimba!>
La giovane si stropicciò gli occhi e lentamente si mise a sedere. Accolse l’ape sul suo ditino e lo portò alle labbra, baciandola sulla testolina con gratitudine.
<La morte mi aveva quasi ingannata, mi aveva quasi sconfitta. Ma tu mi hai salvata, con la dolcezza dorata della tua linfa> sussurrò, con un filo di voce <D’ora in poi non mi separerò più dal tuo nettare, e inseguirò la vita: seminerò amore ovunque potrò, attenderò i suoi frutti anche durante il lungo e freddo inverno. L’amore che il mio cuore saprà donare sarà la vittoria sulla solitudine e sul dolore: non mi arrenderò più di fronte ad un apparente destino di morte. Di riflesso, facendo gioire, gioirò anche io. Sarò un bellissimo fiore dal quale tutti potranno bere amore e rinascerò ovunque esso sarà portato. Per sempre>.
E’ certo che, da quel momento, Giulia amò per tutta la vita le api; le amò perché le avevano salvato la vita, le amò perché non poté più fare a meno di quel nettare dorato e zuccherino, poiché era il nutrimento più buono che potesse mai desiderare. 
Perché il miele e il dolce polline erano diventati per lei l’emblema dell'intensa e ancestrale vita. 


Fiorellini alle mandorle e vaniglia con miele d'acacia, polline e pappa reale

Per la frolla
125 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
55 gr di farina di riso (Baule Volante)
50 gr di farina di mandorle
20 gr di maizena
1/2 cucchiaino di vaniglia in polvere (Rapunzel)
1 uovo
50 gr di margarina 100% vegetale (Vallè Naturalmente)
50 gr di zucchero a velo
1 gr di lievito per dolci
1 pizzico di sale

Per il ripieno
2 cucchiai di miele d'acacia (La Casa del Miele)
1 cucchiaio scarso di Polline poliflora polverizzato (La Casa del Miele)
1/2 cucchiaino di Pappa Reale fresca

Per le apine (a piacere)
Frolla alle mandorle e vaniglia (che avrete tenuto da parte, q.b.)
1 cucchiaino di cacao amaro in polvere

Mettere nella planetaria tutti gli ingredienti necessari alla preparazione della frolla e impastare fino ad ottenere un panetto omogeneo. Porre a riposare in frigorifero per ca. 30/40 minuti coperto da pellicola: l'impasto verrà piuttosto morbido quindi farete un po' di fatica a lavorarlo, ma ne varrà la pena. Aiutatevi al limite con un po' di farina avanzata.
Stendere la frolla ad uno spessore di 0,4 cm e ritagliare i biscotti con le apposite formine a fiore: alla metà di questi praticate, con una formina più piccola, un foro al centro. Se desiderate creare le apine decorative, abbiate l'accortezza di tenere da parte, a piacere, un po' di frolla da lavorare a mano.
Cuocere i fiorellini in forno già caldo a 180°C per ca. 7/8 minuti, facendo attenzione a non farli dorare troppo.
Mentre i fiorellini raffreddano, procedete alla preparazione delle apine, se ne avete voglia: prelevate metà dell'impasto che avete tenuto da parte (un cucchiaio abbondante sarà sufficiente) e aggiungete il cacao amaro in polvere. 
Creare delle piccole striscioline bianche e nere che appaierete, tagliandole poi verticalmente ottenendo delle file alternate chiare e scure (saranno il corpicino dell'ape). Aggiungete una pallina di impasto chiaro ad ogni estremità delle file, arrotondate i bordi e con uno stuzzicadenti incidete gli occhietti. A questo punto prendete altro impasto chiaro e appiccicate delle alucce sotto al corpo, sagomandole a piacimento. Con delicatezza mettere le apine a cuocere in forno per ca. 5/6 minuti.
Lasciar raffreddare.
Procedere così alla preparazione del ripieno: polverizzare il polline in un tritatutto, mescolarlo pazientemente al miele insieme alla pappa reale, finché non avrà assunto un aspetto e un colore omogeneo. Appaiare i biscotti spalmando il composto all'interno e appiccicando l'apina ad ogni biscotto con una punta di ripieno. 
Lasciar riposare a temperatura ambiente per circa mezz'oretta e poi.. gustare con un buon té caldo! 

Perché le api mi hanno salvato la vita, perché per me la loro linfa è 'il mio oro'. E lo sarà sempre.
Perché se potessi mi nutrirei solo di miele, di polline e di pappa reale. Senza aver bisogno d'altro. 
Perché non potrebbe esserci dolcino più adatto, nella sua semplicità, che possa rispecchiarmi così bene. 
Per te, tenera Ale. Per il tuo contest e per la tua splendida amicizia. 
Ecco la ricetta che parla di me, puramente di me. 


Se dovessi scegliere una tua creazione, sai che la sola cosa che porto sono gli orecchini: mi piacciono veramente tanto. Amo il viola, il bianco e il verde. Per il resto mi affiderei senz'altro al tuo cuore! 

Desidero inoltre dedicare questo post alla mia dolcissima Vaty. A quella ragazza così speciale che ha fatto della sua anima uno scrigno prezioso da donare agli altri, dove ha conservato forza, sensibilità, tenerezza e speranza. A lei, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ha riempito la mia vita con del bene sincero, con la quiete del mare cristallino e con la spumeggiante tempesta del suo sorriso, bello come uno spicchio di luna.
Amica mia, festeggio volentieri con te questo tuo anno di blog, perchè se tu non l'avessi aperto a quest'ora sarei di certo più sola e soprattutto più povera, proprio dentro, in fondo all'anima. 
Perchè tu sei come le note del pianoforte che ami; perchè tu sei un fiore vero, uno di quei boccioli splendidi che non conoscono mai la morte: conservi un cuore giallo, luminoso e ricco di amore; nessun inverno ti spegne mai realmente, poiché conosci la forza del coraggio e della vita. E la sai trasmettere a chiunque abbia la fortuna di amarti.
Ti voglio bene, tanto bene. Per sempre. 
Un abbraccio e buon primo anno di blog, tesorina mia! 


Ed ecco il mio contributo al tuo giveaway! (http://vatineesuvimol.blogspot.it/p/blog-page.html)


Ed infine, i ringraziamenti più sinceri e sentiti alla mia cara Rosalba, di Miele e Vaniglia, per avermi donato il premio 'I love my followers'; alla piccola e dolce Rosi, di Chamilita creativa, per aver pensato a me nell'assegnazione del premio 'Dardos' e 'Versatile Blogger'; alla tenera Fede, di Micio a bordo, per il premio 'Lettrice assidua' e alle meravigliose Barbara e Luna, rispettivamente di Un giorno senza fretta e de I Barbapasticcetti, per avermi regalato il premio 'Sunshine'. Siete state dei veri tesori, vi porto nel cuore e vi auguro davvero tanto bene in ogni passo che farete nella vita. Grazie, amiche. Grazie con tutto il cuore!


Come sempre, ormai non posso che dedicare i premi a tutte voi, considerando che in certi casi l'affetto non può scegliere! :) E visto che ho già raccontato di me in post precedenti, rispondendo a varie domande, non vi annoierò ancora con un post chilometrico... già lo è stato abbastanza! :D
Voglio solo dirvi che siete speciali. E dovreste ricordarlo sempre.

Per oggi vi saluto, augurandovi un pomeriggio stupendo. 
Speriamo di riuscire almeno oggi a combinare qualcosa...!
Un abbraccio forte! 

domenica 2 dicembre 2012

Salsiccette di pollo con patate e champignons, pere al vino bianco e noce moscata


In una tacita e lenta danza, piccoli e silenziosi fiocchi di ghiaccio cadevano lievi dal cielo.
Come soffici e brillanti cristalli si depositavano su macchie erbose e su vecchie staccionate in legno; si stendevano numerosi su tetti fumanti e su abeti dalle chiome sempreverdi.
Ogni cosa era ammantata da una candida e delicata veste d’avorio, mentre il cielo, dal volto pallido, si era fatto improvvisamente muto e solenne. Quasi volesse cancellare i contorni del mondo e i suoi rumori, la neve aveva ovattato l’aria riempiendola di assordanti sibili privi di alcuna voce.
L’aria pungente e gelida ricamava brividi sulla pelle del giovane Arden, che tremava sotto al suo pesante mantello di lana scura: appoggiato alla grossa trave lignea della stalla, osservava dinanzi a sé le esigue macchie di colore residue, tra prati e fronde di alti pini. Non erano rimasti che pochi dettagli di ciò che componeva la sua realtà quotidiana: il freddo riempiva i suoi occhi di lacrime e dipingeva le sue guance di una lieve tonalità amaranto, mentre un profondo senso di smarrimento e solitudine riempì il suo spirito. Il giovane sbuffò, liberando nell'atmosfera il suo respiro fumoso, stringendosi poi nelle spalle nell'inutile tentativo di scaldarsi: il gelo che da qualche tempo logorava i suoi pensieri non differiva molto da quelle lacrime ghiacciate di neve, eppure riusciva sempre a soffrire dell’inverno che incombeva sui sensi. Era passato tanto tempo da quando il vecchio artigiano del villaggio lo aveva accolto con sé, dopo che era rimasto orfano di entrambi i genitori a causa di una grave epidemia che aveva colpito la piccola cittadella di Altensteig: il ragazzo fu sempre grato al buon Bertrand di averlo cresciuto come un figlio, eppure non riusciva a dimenticare il dolore e il senso di smarrimento che incombevano come ombre nel suo presente.
Malinconico e taciturno, aveva sempre preferito la compagnia del vento, delle foreste e dei ruscelli a quella delle persone; era sempre stato schivo e solitario come un lupo, ferito dagli eventi.
Assorto nei suoi pensieri, Arden fissava un grande pino piegato dal carico della neve: i suoi grossi rami tendevano al suolo, sostenendo a fatica il gravoso peso del ghiaccio; la sommità, chinata in avanti, pareva il volto stanco e inerme di un gigante sempreverde, avvolto dall'abbraccio del gelo.
Quell'impalpabile silenzio di vetro fu però presto interrotto e il giovane tornò velocemente alla realtà.
<Delle volte il gelo pare impenetrabile, vero?>
Arden si voltò e vide il vecchio Bertrand in piedi dietro di lui. L’aveva osservato a lungo prima di disturbare il suo taciturno dialogo col mondo, ma temeva che se fosse rimasto fuori più del dovuto si sarebbe di certo ammalato.
Il ragazzo annuì e abbozzò un sorriso a metà.
<Sì, proprio così>
Bertrand gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla, stringendolo a se.
Arden sentì piacevolmente il suo abbraccio pieno d’amore ma, preso da un vago senso di imbarazzo, cercò di rompere quel silenzio tanto scomodo.
<E’ che..> cominciò a farfugliare <E’ che tutto è così bianco, così assente.>
L’anziano artigiano si voltò a guardarlo.
<Lo vedi quell'albero? Guarda la sua testa abbassata, osserva le sue braccia stanche, rassegnate; guarda quel verde privo di vigore e quel corpo un tempo forte, ormai fragile e infreddolito> continuò, a metà tra la delusione e il rancore <Ecco, io talvolta mi sento inerme, come lui: deluso, stanco, rassegnato, piegato dal gelo della solitudine; sento perfino il cuore pulsare meno velocemente, il dolore e la malinconia mi gelano il sangue. La mia linfa è rallentata, come intorpidita dal freddo>.
<Ti pare tanto triste, vero?> osservò Bertrand, pacatamente.
Il ragazzo annuì, mentre sentì degli spilli liquidi negli occhi.
<Ragazzo mio, è perché tu vedi il gelo sotto un’unica prospettiva. Questo ghiaccio gela i sensi, immobilizza l’anima, cancella i contorni del mondo. E forse ti da l’impressione di cancellare anche i tuoi, quando quella fredda morsa gelida si aggrappa alla tua vita rallentandola> continuò lentamente il vecchio <Eppure tu non devi vedere la neve solo come una spessa coltre ghiacciata. Sotto ad essa nulla soccombe: se non esistesse, il mondo non ricorderebbe più cos'è il candore, nessuno avrebbe modo di sentire la propria voce nel silenzio; persino i boccioli più fragili non supererebbero l’inverno. Ciò che chiami gelo e ti pare tanto triste sta solo proteggendo i colori e la vita che tanto ti mancano. Se questi freddi fiocchi di cristallo non esistessero, gli alberi non riposerebbero, non dormirebbero e non sognerebbero cose che a primavera saranno realtà, un dono per i tuoi occhi.>
<Allora vuoi dire che questo gelo mi sta solo proteggendo?>
<Dico che questo gelo è un’opportunità. Il dolore e i brividi che porta con sé fanno parte della tua delusione e della tua solitudine, Arden. Lui vuole solo essere medicina, anestesia, placebo: vuole costringerti a riflettere, ad accettare un inevitabile sonno presente perché tu possa trarne i sogni migliori per il futuro: hai sofferto altre volte in passato e la tua pelle si è fatta corteccia; è benedizione candida che ti chiede di pazientare, come un’anima bianca, per vedere i tuoi semi germogliare non appena sarà nuovamente primavera>.
Il ragazzo fissò Bertrand negli occhi e affondò il viso nel suo petto, stringendolo forte.
Non disse nulla e l’uomo capì che stava piangendo.
<Coraggio figliolo> gli disse, accarezzando amorevolmente i suoi capelli chiari <Che ne dici se rientriamo? Ci prenderemo di certo qualcosa, se restiamo qua fuori. Una scodella calda e speziata ci aspetta da un po’, sul tavolo della bottega, pronta a portare un po’ di ristoro all'animo >.
Arden allora sorrise stancamente, asciugandosi le lacrime: non si sarebbe perso per niente al mondo il saporito intingolo del suo vecchio. Poteva già sentirne il profumo d’amore.


Salsiccette di pollo con patate e champignons, pere al vino bianco e noce moscata

250 gr di salsiccette magre di pollo
300 gr di patate novelle 
250 gr di champignons
1 piccola cipolla bianca
1 pera williams
1 bicchiere e mezzo di vino bianco (Friulano La Tunella)
2 cucchiaini abbondanti di noce moscata
olio evo q.b.
sale q.b.
prezzemolo q.b.

Sbucciare la pera e tagliarla a listarelle sottili. 
Metterle a bagno in un bicchiere e mezzo di vino bianco, aggiungendo la noce moscata e lasciandole da parte a marinare, con un poco di sale. Portare ad ebollizione una pentola d'acqua salata e cuocere le patate novelle, private della buccia. Quando saranno quasi cotte, scolarle e metterle in una padella antiaderente piuttosto larga. Aggiungere dell'acqua, la cipolla tagliata a cubetti, un po' d'olio, un poco di sale, del prezzemolo a piacere e i funghi champignons tagliati a lamelle sottili. Cuocere fino a completa cottura dei funghi e delle patate. Aggiungere le salsiccette di pollo tagliate a pezzetti e le pere con tutta la marinatura. Cuocere ancora fino a che le salsiccette non saranno cotte e le pere non saranno appassite. 
Servire l'umido caldo con delle fette di pane abbrustolito, se lo gradite. 
Buon appetito!

Vorrei ringraziare adesso la mia cara amica Kate di 'Non ti tollero' per avermi nuovamente donato il premio 'The versatile blogger', unitamente al premio 'Love your blog'. Con lei, sempre per lo stesso premio, desidero ringraziare la dolce Sara di 'Fior di Vaniglia' e la tenerissima Monica de 'Il Pappamondo'. Poi anche le carissime Simo di 'Love Cooking' e Clara di 'Clara pasticcia' per avermi nuovamente assegnato il premio 'Dardos', la simpaticissima e preparata Tiziana di 'La fattoria di nonna Paperina' per il premio 'Blog 100% affidabile' e infine la tenera Any di 'La cucina di Any' per aver pensato a me nell'assegnazione del premio 'Liebster award'.


Come sapete, visto l'affetto che mi lega sempre di più a tutte voi, preferisco non girare nuovamente i premi ma dedicarli come di consueto a tutti coloro che mi vogliono bene e che passano a trovarmi regalandomi del calore bellissimo. Il vostro pensiero mi ha fatto tanto, tanto piacere, amiche mie: tutto questo affetto che mi avete dimostrato io lo auguro a voi triplicato, con tutto il mio cuore. Siete speciali, non dimenticatelo mai. 
p.s. chiedo scusa se ho accorpato in una sola immagine i premi, ma il post sarebbe risultato altrimenti di una lunghezza immensa :)

Infine un'altra notizia: con tantissime lacrime ma anche con tanta gioia, sono lieta di comunicarvi che Elettra e Oreste hanno trovato finalmente casa, presso una buona famiglia che ha deciso di adottarli entrambi. Mi mancheranno immensamente, li amavo moltissimo, però so che ora saranno felici e liberi di correre dove vorranno. Buona fortuna, tesori miei. 

Sono giorni un po' pieni e cerco comunque di essere presente come posso, per cui perdonatemi se arrivo tardi ;)
Un abbraccio forte forte e vi auguro un inizio di settimana stupendo! 

Buonanotte!