mercoledì 31 ottobre 2012

Manzo vindaloo e curry indiano di patate


Harsha osservava distratto l’orizzonte, riflettendo negli occhi lucidi gli ultimi bagliori del giorno. 
La sua giovane pelle ambrata aveva assunto i caldi toni del tramonto e il suo candido dhoti kurta si agitava debolmente al vento, ad ogni folata di brezza serale. Seduto al bordo del grande fiume, poco distante dallo shmashana, il tempo scorreva lento. Il rito del visarjanam era terminato, eppure un flebile sentore di sandalo e gelsomino pervadeva ancora l’aria, confondendosi con gli odori penetranti del piccolo villaggio. Il ragazzo chiuse gli occhi e inalò profondamente, tentando di non lasciarsi sfuggire le ultime carezze di quel profumo che avrebbe voluto scolpire nell’anima. 
Quasi ghermito da invisibili pensieri agitò lentamente una gamba nel vuoto, mentre la sua mente veniva rapita dal moto perpetuo delle onde del Gange: i raggi del sole parevano essersi fatti in mille pezzi, luccicando in frantumi sul pelo dell’acqua; una gran quantità di silenziose candele galleggiavano mute, trasportate dai flutti, ondeggiando vistosamente. Tra la miriade di colorati petali e fiori che le accompagnavano, il giovane si stupì di quanto queste fossero stabili, sebbene apparissero così fragili e incerte nel loro cammino. Erano passati solamente tre giorni dalla cerimonia con la quale aveva dato l’ultimo addio al caro padre, appiccando il fuoco alla sua pira funebre. Come si conveniva ad un primogenito, aveva espletato con dignità e onore ogni suo dovere: ricordava l’ultima carezza, l’ultimo suo sguardo; rimembrava il suo calore, ormai perduto, con in volto quel sorriso che sembrava aprirsi sempre come uno spicchio di luna. Portò alla mente l’aspersione del corpo, il gelido rumore del contenitore di terracotta che aveva dovuto gettare ritualmente al suolo. 
Poi solo fiamme e la sua infanzia farsi cenere insieme all’amore a cui aveva detto addio.
Harsha abbassò lo sguardo e portò al viso il bianco fiore che aveva nella mano, annusandolo ripetutamente: era la sola cosa che il rogo aveva risparmiato e non avrebbe mai potuto lasciarla dov’era. Una lacrima rigò teneramente la sua guancia.
I suoi pensieri furono però presto interrotti, quando sentì una mano sconosciuta poggiarsi sulla sua spalla.
<Jai Shri Krishna> sussurrò flebilmente una debole voce.
Il ragazzo si voltò e vide un esile anziano sorridergli, dietro ad una folta e lunga barba bianca. Il grande turbante aranciato che portava in capo pareva rendere la testa di quell’uomo sproporzionata rispetto al suo gracile corpo ossuto.
<Ti ho portato qualcosa da mangiare, ragazzo> gli disse dolcemente, porgendogli un largo thali di legno. Il giovane dapprima scosse il capo, allontanando il piatto fumante di carne e patate; poi, seppur titubante, si lasciò convincere dal vecchio.
<Coraggio, hai bisogno di un po’ di forze. Con questo ti sentirai meglio> gli disse bonariamente, mentre con un po’ di fatica si mise a sedere accanto a lui.
Harsha portò alla bocca qualche tiepido boccone, masticando piano: in un altro momento avrebbe sicuramente apprezzato molto quelle morbide patate speziate che anche sua madre gli preparava sempre, sapendo quanto gli piacessero. In quel frangente però, pensò che qualsiasi cosa avrebbe avuto per lui lo stesso sapore. Posò il piatto a lato, affranto e privo di interesse, poi sospirò.
<Scusami, non ho appetito. Il grande fiume ha appena portato con se le ceneri di mio padre e io mi sento smarrito>.
Il gracile vecchio annuì, posando la mano sul ginocchio del giovane. Il tramonto illuminava flebilmente il suo volto grinzoso, invecchiato dal sole, nel quale piccoli e luminosi occhi scuri squarciavano una corteccia di fitte rughe.
<Il fiume non ha portato via tuo padre, ragazzo mio. Lui sarà sempre con te, poiché ora è ovunque: la sua voce nel vento, il suo respiro tra le onde, i suoi occhi nel sole e nella luna; non lo sai, figliolo, che le divinità ci hanno plasmato con la polvere delle stelle? Apparteniamo all’anima che pervade il mondo e ad esso dobbiamo ricongiungerci, per vivere una nuova esistenza>.
Harsha abbassò il viso: <Così dice il divino, vecchio saggio. Eppure io temo la morte. Se il prezzo da pagare per l’immortalità è morire, avrei preferito non nascere>.
Il ragazzo deglutì, ingoiando angoscia e soffocando il pianto. Poi continuò: <Non c’è serenità in questo regno, dove si continua a perdere chi amiamo; non c’è pace, dove si continua inevitabilmente a soffrire>.
Il sapiente e gracile saggio allora prese delicatamente il viso del giovane tra le sue mani tremanti. 
Lo guardò fisso negli occhi e gli donò un semplice, splendido sorriso.
<Non ti rendi conto che l’immortalità ci è stata donata due volte?> gli sussurrò amabilmente <Una è per il nostro spirito, quando torneremo ad essere parte dell’universo; ma l’altra, figliolo, ci è già data in questo cammino terreno. Certi dolori lacerano, graffiano, feriscono e uccidono; certe sofferenze paiono levare la vita: eppure non smettiamo lo stesso di respirare. Non smettiamo lo stesso di rialzarci, di curarci le ferite. Meravigliosamente, dalla cenere torniamo ad esistere: dalla morte traiamo ripetutamente nuova vita. E, miracolosamente, risorgiamo ogni volta per vivere di nuovo.>


Manzo vindaloo e curry indiano di patate

Per il manzo vindaloo
280 gr di spezzatino di manzo (potete usare tranquillamente l'agnello, ma a me non piace)
50 gr di burro
1 cipolla bianca di medie dimensioni
1 cucchiaino colmo di dragoncello tritato
1 cucchiaino colmo di prezzemolo tritato
3 peperoncini verdi dolci
1 cucchiaino di coriandolo in polvere
1 cucchiaio di spezie Tandoori Masala Cannamela (zenzero, aglio, peperoncino, cardamomo, pepe nero, chiodi di garofano, carvi, cannella, cumino, macis e noce moscata)
1 cucchiaio di semi di sesamo
1 cucchiaio di aceto balsamico
2 cucchiai di succo di limone filtrato
sale q.b.
olio q.b.

Per il curry indiano di patate
250 gr di patate novelle lavate e sbucciate
1 piccola cipolla bianca
1 cucchiaino di zenzero fresco tritato
1 cucchiaio di curry indiano
4 peperoncini verdi dolci
1 cucchiaino di senape rustica
1/2 cucchiaino di pepe nero
sale q.b.
olio q.b.

Mettere in una padella piuttosto capiente il manzo a pezzetti con un poco d'acqua, d'olio, di sale. Aggiungere i peperoncini verdi a pezzetti, il dragoncello, il prezzemolo, la cipolla tagliata a fettine sottili, le spezie, i semi di sesamo, l'aceto balsamico e il succo di limone. Cuocere a fiamma bassa, con coperchio, per ca. 4/5 ore: di tanto in tanto, aggiungere un bicchierino d'acqua ogni volta che lo spezzatino si asciugherà. La cottura è lunga ma alla fine la carne si scioglierà in bocca.
Nel frattempo mettere in un'altra padella le patate sbucciate e lavate e cuocerle per ca. 20 minuti, fino a quando si saranno ammorbidite ma non saranno totalmente cotte. In una casseruola mettere la cipolla a pezzetti, lo zenzero tritato, il cucchiaio di curry, i peperoncini verdi tagliati a listarelle, la senape e il pepe nero. Aggiungere un poco d'acqua e un po' d'olio e  unire le patate. Finire la cottura delle stesse in padella, mescolando spesso fino a che il condimento non sarà appassito e le patate non saranno completamente cotte.
Servire su un bel piatto di legno (se gradite) e buon appetito!

Ringrazio di cuore la tenera Vale per avermi nuovamente donato il premio '100% Blog Affidabile'. Il tuo pensiero è stato meraviglioso, cara! Grazie infinite! 

E ringrazio anche le dolcissime amiche Licia, Ondina, Dory Mary e Dona per aver invece pensato a me nell'assegnazione del premio 'Dardos', ossia un riconoscimento creato dallo scrittore spagnolo Alberto Zambade il quale nel 2008 concesse nel suo blog Leyendas " El Pequeno Dardo" il seguente premio ai primi quindici blog selezionati da lui e dal quel momento il premio iniziò a circolare su internet. Secondo il suo creatore, questo premio vuole "riconoscere il valore di ogni blogger, per il suo impegno nella trasmissione di valori culturali, etici, letterali e personali". Esprimendo in ultima analisi la loro creatività, attraverso il suo pensiero rimane vivo innato tra le sue parole.



Ho pensato a lungo a chi poterlo donare a mia volta: tante persone lo avevano già ricevuto (sono arrivata tardi con la pubblicazione del premio e me ne scuso!) e alcune amiche non accettavano premi. Da quando vi conosco, tutte voi avete avuto un posto nel mio cuore e ogni giorno di più fatico ad operare delle scelte: ho pertanto deciso di condividerlo con tutte voi, con immenso ed eguale affetto. 
Sempre per le stesse motivazioni, farò così anche con il graziosissimo premio di Dona, ricevuto proprio poco fa, ossia il premio 'Grazie a te'. Innanzitutto voglio dire a Donatella che è una persona stupenda, vera e profonda: il suo pensiero mi ha regalato una carezza che non dimenticherò. 


Lo dedico in primo luogo a mia volta a te, amica mia. E poi a tutte voi perché... si, sebbene io non indichi dettagliatamente ciascun blog, nomino tutte, tutte voi. E una motivazione ci tengo a darla. Da quando ho aperto questo piccolo blog ho conosciuto persone meravigliose: persone che hanno diviso con me risate, felicità, dolore, malattia, grigiore e raggi di sole. Ho conosciuto cuori forti, anime leggere, spiriti fragili e delicati; ho potuto gioire delle vostre belle notizie, dei vostri traguardi, dei vostri sogni realizzati e donarvi parte di ciò che porto dentro, sicura che il tutto sarà ben riposto nelle vostre mani. Come evitare di ringraziare tutte voi, che ogni giorno camminate con me, rendendo il cammino un viaggio migliore? Grazie, amiche mie.. grazie per avermi regalato della vita.

Infine voglio rivolgere un pensiero speciale al mio tenerissimo angelo: cara nonna Pinuccia, oggi hai compiuto 90 anni. Vorrei poterti dire quanto sei profondamente bella, quanta vita hai donato e quanta continui a regalarmene; vorrei poter raccogliere le stelle e donartele tutte insieme, per illuminare tutte le tue notti a giorno e far sì che il buio non ti venga mai più a trovare. Mi piacerebbe poterti ridare gli affetti che hai perduto, farti rivivere i momenti più belli che ricordi e anche quelli che hai dimenticato; mi piacerebbe cancellare ogni tua fragile lacrima e ogni ingiustizia che hai subito... e sopportato, grazie al tuo grande cuore. Per me non sei solo una nonna, ma una mamma; non sei solo una stella, sei l'universo... e quel tuo sorriso, io l'amo. Amo il modo in cui nasce sul tuo viso, dopo che un'improvvisa risata sale come spuma, come una cascata, dal tuo nobile cuore.
Sì, se l'amore avesse un volto, per me avrebbe proprio il tuo. 
Ti amo, nonna. Tanti auguri! E presto vedrai che bella festa faremo per te...


Una notte stupenda e un luminoso risveglio, di tutto cuore!

giovedì 25 ottobre 2012

Piccoli cestini all'amaretto e cannella con crema di castagne e Marrons Glacès


L’orizzonte si vestì dei primi veli dell’alba.
Sotto delicate carezze di luce mattutina, le gote del cielo s’accesero di toni pesca e rosati. 
Prati silenti e ancora sognanti liberarono il loro nebbioso respiro nell'aria, confondendo i contorni del mondo: la bruma, fumosa, s’aggirava spettrale tra i fusti alti dei pini e delle querce, come uno spirito inquieto all'eterno inseguimento della memoria.   
Il sole si stava svegliando, allungando le sue braccia dorate sull'erba ormai bruna e sulle gialle chiome cadenti degli arbusti. Qualche allodola cantava sommessa l’inizio di un nuovo giorno, tra foglie ocra e rossastre; il sottobosco effondeva nell'aria fresca un umido profumo terrestre, un selvatico sentore di funghi e di muschio, mentre attendeva d’essere raggiunto dal lieve tocco dorato del sole.
Sotto un grosso e antico castagno, brune foglie ormai cadute coprivano castani e ombrosi frutti spinati. Il loro canto si diffondeva nel flebile vento, in parole disperse nel silenzio del primo chiarore del mattino.
<Il tempo è arrivato!> sussurrarono lievi <Il tempo è arrivato! E’ parte del passato, è parte del passato!>
La brezza soffiò curiosa sull'inerme fogliame, che s’agitò nell'aria con un sordo rumore.
<Ciò che è stato, ci ha insegnato!> sibilarono ancora.
<Creature d’autunno, pungenti ricci dal viso acuminato> intervenne il fresco alito <Quale verità volete che porti, al giorno nascente?>
<Dacci ascolto, lieve vento. Dacci ascolto. Siamo frutti: ma siamo guerrieri. Siamo parte del dolore e del deludente passato. Siamo armature di esperienza e saggezza, non lo sai? Dietro ad esse un cuore dolce e saporito palpita nella sua bontà: sfavillante, tenero, dalla lucente pelle mogano scuro. Protetto da queste spine vive un intenso amore, fresca brezza. Ogni anno sussulta solo tra l’alba e le foglie d’autunno>
E il vento sospirò: <Ah, ma quanta più luce brilla, tanto più l’oscurità tenta di spegnerla!>
I frutti del castagno ridacchiarono, poi seri rivelarono il segreto di vita: <Nessun essere è inerme al mondo; nessun individuo può esistere, certo che nulla lo turberà! Sempre più cuori cadono apparentemente sconfitti, segnati da delusione e grandi rinunce; sempre più anime paiono segnate dall'azione del male! Ma non è certo smettendo di amare, non è certo odiando che potremmo rischiarare il buio, che si nutre di rabbia e frustrazione!>
Nessun fresco alito si mosse, in fremente attesa.
<La saggezza impone di correre ai ripari, per la propria sopravvivenza: è necessario armarsi e combattere. Ma una dura scorza non deve nascere per attacco, bensì per pura difesa!>
<Quanto più si ama, tanto più si corrono rischi> sentenziò diffidente e trasparente la brezza.
<Eccone il rischio> risposero pronti i frutti puntuti <Dopo tanto dolore si può scegliere di divenire parte di esso, annientando ciò che di buono si porta dentro. Oppure è possibile far tesoro delle sconfitte, per renderle ciascuna una spina che ci rammenta dove non dobbiamo più sbagliare: ogni esperienza può essere un monito futuro, un’occasione per divenire guerriero! Tutte insieme saranno uno scudo, utile a preservare il cuore: utile ad amare senza rischiare ancora l’annientamento. Solo uno sciocco si avventura in battaglia senza protezione; ma attento, amico vento: solo uno sciocco non è mai incosciente. Senza incoscienza non c’è errore; senza errore non v’è esperienza.>
Il vento allora scosse nuovamente fiero le fronde, abbracciando la saggezza della prole del castagno.
<Ricorda: una corazza non serve per far filtrare il male da fuori, ma per irradiare amore da dentro. E’ verità che amando si può soffrire: ma è solo soffrendo che è possibile comprendere per quale amore vale la pena di mostrarsi nuovamente inermi!>
E fu così che il sole raggiunse dorato i luoghi più reconditi del bosco, illuminando i piccoli e saggi ricci sparsi ai piedi dell’imponente castagno. I raggi luminosi accarezzarono lievi le spine appuntite: la loro corazza, sotto quegli sfolgoranti tocchi d’amore, si squarciò in un largo sorriso che mostrò all'alba il dolce cuore bruno di castagna.
Non vi fu allora alcun dubbio o ritrosia: non vi fu amore più vero per il quale i ricci guerrieri desiderarono essere completamente inermi, in balia della luce del giorno.



Piccoli cestini all'amaretto e cannella con crema di castagne e Marrons Glacès

Per la frolla all'amaretto e cannella
150 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
40 gr di amaretti tritati (Di Saronno, senza lievito)
1 cucchiaino di cannella in polvere
1 uovo
60 gr di margarina 100% vegetale (Vallè Naturalmente)
50 gr di zucchero a velo
1 pizzico di sale

Per il ripieno
Crema di castagne q.b. (Alce Nero)

Per la decorazione
60 ml di panna liquida
1 cucchiaino di zucchero
cacao amaro q.b.
Marrons Glacès q.b.

Preparare per prima cosa la frolla all'amaretto e cannella. Mescolare la farina, gli amaretti tritati, la cannella, l'uovo, la margarina, lo zucchero a velo e un pizzico di sale. Una volta ottenuto un impasto omogeneo, lasciare riposare in frigo per ca. 30 min, avvolto nella pellicola. 
Passato il tempo di riposo, stendere la pasta ad uno spessore di ca. 4 mm e ricavarne tanti dischetti che andrete a posizionare in uno stampo mignon per tartellette. 
Riempire ciascun cestino così ricavato con della crema di castagne e infornare a 170°C per ca. 20 minuti. 

Mentre i piccoli cestini cuociono, montare la panna ben ferma con un cucchiaino di zucchero. Lasciarla in frigorifero per ca. 30 minuti. Sfornare i cestini e lasciarli raffreddare. Con l'aiuto di una sac-a-poche distribuire piccoli ciuffetti di panna su ogni dolcetto, spolverizzando con cacao amaro. Posizionare su ciascuno un pezzetto di Marrons Glacès. 
Tenere in frigorifero fino a pochi istanti prima di servire. Buon appetito! 

Con questa ricetta partecipo al contest della cara Simona del blog 'Amici allergici', 'Dolcemente privi di...' per la categoria senza lievito. Si, forse in extremis, ma cara.. oggi è il tuo compleanno e non potevo lasciarti senza un buonissimo dolcino! Tanti tanti auguri, amica mia! Che la tua vita sia piena di soddisfazioni e di felicità, ogni giorno a venire! Ti abbraccio e ancora BUON COMPLEANNO


Partecipo inoltre anche al contest delle carissime Elle e Silvia, 'Cestiniamo', ovviamente per la categoria dolce! Ci tenevo a dare il mio contributo, proprio per affetto nei vostri confronti! 

Ringrazio infine la mia amica Ribana, per aver pensato a me nell'assegnarmi il premio Simplicity, nonchè la tenera Bea per avermi nuovamente donato il premio Cutie Pie. Sebbene li abbia già ricevuti, è una vera gioia poterli accettare anche da voi. Siete dei tesori! :)

Vi abbraccio con affetto e vi auguro una meravigliosa giornata! 

domenica 21 ottobre 2012

La carezza di un soffione



<Per voi, una carezza di cielo. 
Si posi lievemente sul vostro cuore, accompagni i suoi desideri. 
Che i vostri sogni possano trasformarsi nel volto di un candido soffione.
Che quei puri pensieri possano divenire morbidi come piccole stelle di cotone, come bianche nuvole autunnali.
che il vento possa disperderli nell'aria, danzanti e leggeri.
Là, dove potranno sbocciare come profumati boccioli a primavera.>

Vi lascio un piccolo saluto, poiché sarò via per qualche giorno e non potrò venirvi a trovare. 
Sarà breve la distanza, perché vi porterò comunque con me.
Con immenso affetto, vi abbraccio forte. A presto! 

venerdì 19 ottobre 2012

Imjadra e Korma di pollo speziato alle verdure

Gli ultimi raggi del sole, come fendenti dorati, filtravano dall'ampia bifora della sala esedrata.
Nella morbida e calda luce dell’imbrunire, voluttuosi fumi di incenso disegnavano carezze evanescenti nell'aria, disperdendo un intenso profumo di mirra, sandalo e gelsomino; alte colonne proiettavano lunghe ombre sui pavimenti di marmo cinerino, delineando un lungo corridoio coperto da pregiati e antichi tappeti dall'anima berbera.
Sulle pareti, finemente incorniciate da girih a poligoni e stelle, preziosi arazzi dai toni della notte facevano bella mostra di se, rivelando minuziosi decori floreali e arabeschi finemente ricamati in argento. Lunghi candelabri in ferro battuto sorreggevano bianche candele: come diafane presenze, agitavano sinuosamente la loro fiamma nell'atmosfera, ad ogni minimo vuoto d’aria. Al loro evanescente cospetto, piccoli e felpati passi percorrevano lenti e solenni l’androne, supportati dalla dolce melodia prodotta dall’oud e dal taarija
La giovane donna si avvicinò sempre di più al potente Sultano, sdraiato su un letto color porpora; quando fu infine al suo cospetto si fermò, inginocchiandosi. Il sovrano fece cenno alle guardie accanto a lui di sedersi, quindi  la ragazza posò il vassoio che portava tra le mani su un piccolo e basso tavolino di legno color ruggine: sollevò uno spesso coperchio di terracotta e d’un tratto si sprigionò nell'aria un pungente profumo di spezie e carne bollita. L’uomo la fissò a lungo, dietro quell’hijab carminio che le lasciava in vista solo gli occhi scuri e penetranti come la pece.
<Come ti chiami, odalik?> le disse con voce profonda, scostando con un rapido gesto il bianco kefiah che gli incorniciava il volto barbuto.
La donna impugnò lentamente il manico intarsiato della teiera bollente. 
Esitò un istante, poi versò il profumato infuso nel bicchiere del sovrano.
<Hamira> infine sussurrò, senza alzare lo sguardo <Il mio nome è Hamira, Sultano>.
L’uomo sfoggiò un sorriso beffardo, annuendo lentamente mentre iniziava a consumare il suo pasto: <Allora balla per me, Hamira> le disse. 
Passò qualche istante ma la giovane non si mosse, né profferì parola.
Il sovrano dunque si rabbuiò, contrariato dalla disobbedienza della sua nuova odalisca. Con un fulmineo gesto d’ira la afferrò quindi per un braccio, stringendolo forte e ripetendo a gran voce: <Ho detto che desidero che danzi per me, fanciulla dagli occhi neri! Adesso!>
Hamira si lasciò sfuggire una smorfia di dolore. Si voltò improvvisamente, trafiggendo con lo sguardo i glaciali occhi del Sultano. D'un tratto, una rabbia profonda pervase come un fuoco l’anima della giovane donna, che si sollevò da terra con estrema dignità: osservò silenziosa le numerose concubine del sovrano, che la spiavano da dietro una spessa moucharabieh in legno, poi pensò intensamente che avrebbe desiderato la morte, piuttosto che una vita di schiavitù al servizio della prepotenza di un misero essere umano.
<Desidero una spada> ringhiò Hamira, in preda ad una controllata collera <Se volete che danzi, mio padrone, ho bisogno di una spada> sentenziò.
Il Sultano fece un cenno distratto ad una guardia, che le porse la lunga sciabola che teneva riposta nell'elsa della cintura. Al ritmo dell’ipnotica melodia tipica della raks al sayf, la ragazza iniziò a roteare la sciabola danzando sinuosamente: dapprima lentamente, poi con passione e intensità sempre crescente. L’impalpabile velo che le cingeva il capo lasciava intravedere lunghe e morbide onde corvine, mentre la lucente cintura tintinnava al ritmo dei flessuosi movimenti del suo bacino.
Il Sultano la osservava rapito, sorseggiando il suo odoroso infuso bollente.
Con estrema destrezza, la donna posò più volte la spada sul capo, mantenendola in equilibrio; poi la poggiò abilmente sulle spalle e infine la portò sul ventre, piegandosi voluttuosamente all'indietro con notevole grazia. Danzò a lungo, molto a lungo, come rapita da una musica ammaliatrice: danzò con energia, con passione; danzò con rabbia e con orgoglio.
Infine, ansimante, roteò un’ultima volta l'affilata arma: con un rapido e inaspettato gesto, puntò così la sciabola alla gola del Sultano. 
Madida di sudore lo fissò a lungo con occhi occhi roventi, scuri e ombrosi come tizzoni sopravvissuti all'aggressione di fiamme ormai spente. Strinse con collera l’impugnatura della spada e, ormai sfinita, con le ultime forze gridò tutta la sua profonda dignità: <Avete acquistato il mio passato, potente Sultano; avete potere sul mio presente e anche sul mio futuro. Avete persino facoltà di decidere se devo vivere o morire! Eppure mai, mai avrete la mia anima: dentro di me non ho catene, dentro di me non ho padrone. Nel mio cuore sono libera, libera per l’eternità!


Imjadra e Korma di pollo speziato alle verdure

Per l'Imjadra libanese
250 gr di Burghul di grano duro
550 ml di acqua
50 gr di noci sgusciate
1 cucchiaino di zenzero fresco grattato
1 piccola cipolla bianca
2 cucchiaini abbondanti di menta fresca triturata
olio evo q.b.
sale q.b.

Per il Korma indiano di pollo e verdure
6 sovracosce di pollo prive di pelle
1 cucchiaino abbondante di cannella
1 cipolla bianca di piccole dimensioni
250 ml di latte di cocco
150 ml di acqua 
60 gr di anacardi tostati 
2 cucchiaini di zenzero fresco grattato
4 semi di cardamomo verde
1 cucchiaio di Garam Masala (cannella, cumino, coriandolo, curcuma, peperoncino, aglio, chiodi di garofano, pepe nero, senape in polvere)
1 grossa zucchina
1 grossa carota
pepe q.b.
olio evo q.b.
sale q.b.

In una padella antiaderente piuttosto profonda e larga, mettere le sovracosce di pollo con acqua, sale, olio, cannella. Lasciar cuocere ca. 3/4 d'ora, con coperchio, avendo cura di aggiungere altra acqua nel caso evaporasse tutta. 
Terminato il tempo di cottura, estrarre le sovracosce e disossarle, creando degli sfilaccetti che rimetterete in padella. Tritare insieme gli anacardi con un po' di pepe e i semi di cardamomo verde, aggiungervi lo zenzero e mescolare. Porre il composto in una ciotola dove verserete il latte di cocco allungato con i 150 ml di acqua, mescolando per amalgamare il tutto. Aggiungere il cucchiaio di Garam Masala. 
A parte, tagliare a spicchi la carota e la zucchina e mettere nella padella con il pollo. Versare anche il contenuto della ciotola con il latte di cocco e continuare la cottura finchè le verdure saranno al dente e il Korma avrà assunto un certo grado di cremosità. 

Preparare poi il piatto libanese per accompagnare il Korma. Mettere in una pentola il bulghur con un pizzico di sale e l'acqua, cuocere per 7 minuti ca., coprire e lasciar riposare fino a completa asciugatura. Tritare le noci piuttosto grossolanamente, poi aggiungere la menta e lo zenzero. Tagliare la cipolla a cubetti piccolini, far cuocere con un po' di sale, acqua e olio fino a che non sarà appassita. Aggiungerla al bulghur mescolando, insieme al composto di menta, noci e zenzero.  
Servite tiepido, accompagnato dal pollo speziato e... buon appetito!

Con questa ricetta, per la sezione piatti salati, partecipo al contest della dolcissima Monica di 'L'Emporio 21', in collaborazione con il Mercato del Gusto. Forse sarà una ricetta semplice e poco originale, ma credimi amica mia... l'ho preparata per te, con tutto il cuore! 


Colgo infine l'occasione di ringraziare la cara Simona del blog 'Amici Allergici', la tenera Ketty del blog 'Zagara & Cedro' e la dolce Dory Mary di 'La Buffetta' per avermi assegnato nuovamente il premio 'Blog 100% affidabile'. Siete state molto carine e vi mando un abbraccio caldo e pieno di affetto, con tutto il cuore! Mi avete donato una carezza che fa sbocciare l'anima. Vi voglio bene. 
p.s. Simo, ce la posso fare eh.. attendimi! ;)

Un felicissimo pomeriggio!

lunedì 15 ottobre 2012

Le trofiette del fabbro Isnart con champignons al prezzemolo, rum e cumino nero


Nella piccola e vecchia stanza, dalle pareti in pietra, filtrava una lieve e fioca luce.
Il bagliore del fuoco, all’interno dell’antico forno a cupola, tremava costantemente disegnando sui muri ombre evanescenti e spettrali. Ormai consunto dagli anni, un grosso tavolo in legno grezzo faceva bella mostra di se in un angolo, carico dei più disparati strumenti: grandi tenaglie, pinze, martelli, maglie in metallo, piccoli incudini e scarti di lavorazione; tra di essi, matrici per la colatura del ferro erano accatastate con cura e rigore. Un altro ciocco di legno, di dimensioni importanti, sosteneva poco vicino un massiccio incudine sul quale il vecchio fabbro stava lavorando: la sua fronte, madida di sudore, era illuminata dal pallido bagliore del fuoco. Intento a forgiare la lama di una lunga spada damascata, la sua mente era persa in lontani pensieri. Con il martello assestava colpi violenti, mentre teneva le labbra corrugate sotto la folta barba bianca; le sue mani erano possenti, così come la sua corporatura che tradiva un passato da uomo vigoroso e potente: avrebbe potuto divenire di certo un cavaliere, ma tuttavia con la vecchiaia aveva deciso di seguire le orme dell’amato padre Rodan. Lo ricordava spesso, mentre passava le giornate alla sua postazione di lavoro: la forgiatura del ferro l’aveva proprio nel sangue, tanto che Rodan decise da subito di dargli un nome dal profondo significato.
<Ti chiamerai ‘Isnart’> disse, il giorno della sua nascita <Questo sarà il tuo nome, ossiaforte come il ferro’.>
Nessun nome poteva essere più calzante, dato che l’anziano fabbro non si era mai lasciato scoraggiare dalla vita: né quando rimase orfano molto giovane, durante un’incursione dei bizantini di Baduario, né quando fu costretto a sopportare un’esistenza di solitudine, fatica e stenti.
I pensieri vagavano lontani, mentre l’uomo batteva tenacemente il suo ferro ormai intiepidito. Quando se ne rese conto, improvvisamente si fermò: non potendo proseguire, Isnart decise di fare una pausa. Sollevò la spada e, voltandosi, la poggiò sul rovente carbone di legna che crepitava da dentro al forno: tra quegli ardenti tizzoni rosso rubino, avrebbe presto raggiunto la temperatura adeguata per essere nuovamente lavorata.
Il vecchio fabbro passò allora una mano sulla fronte, stropicciandosi poi gli occhi con estrema stanchezza. Sospirò e levò dal capo il consunto cappuccio di cuoio bruno, poggiandolo sul tavolo. Sfinito e accaldato, afferrò la ciotola di legno contenente il suo meritato pasto e si accomodò su un treppiede barcollante. I suoi occhi si persero nello sguardo rovente e ipnotico della brace, mentre assaporava l’intenso aroma boschivo dei funghi e delle erbe che proprio quel mattino aveva raccolto. Ricordò d’un tratto quando era ragazzino, le lunghe giornate come apprendista presso la bottega di suo padre;  ricordò la sua voce profonda e le sue parole, quelle che per una vita non avrebbe mai dimenticato: <Vedi figliolo> gli disse quel giorno, mentre da ragazzo guardava il ferro scaldarsi nella brace fino a divenire vermiglio e incandescente <Tra le mani ho uno dei metalli più difficili e duri da lavorare: il ferro va battuto con intenso calore, per poter essere plasmato. Solo così potrà essere forgiato nella sua forza e nella sua resistenza. Devi ricordare sempre che ogni vita è proprio come un pezzo di questo ferro: la plasma il dolore come la plasma l’amore. Entrambe sono forze incredibili, divampano come fiamme e sanno essere incandescenti: il primo tempra l’animo, il secondo lo rinvigorisce; l’uno e l’altro sono in grado di rendere le anime forti e resistenti alle intemperie della vita. Tanto più è forte e fervente il dolore, tanto più la nostra fibra diviene ben salda; tanto più bruciamo di amore e passione, tanto più riusciamo a scaldare i cuori più sordi, sciogliendone il gelo e rendendoli morbidi e compassionevoli. Solo attraverso la forza dei sentimenti le anime più dure e insensibili scoprono la vera felicità, divenendo forma e assumendo un proprio significato. Ricorda di mettere amore in tutto ciò che fai, in ogni tuo respiro. Ricorda di imparare dal dolore per divenire forte come una spada>.
Isnart abbozzò un sorriso e, posando la ciotola ormai vuota, afferrò con vigore il suo ferro ormai bollente: dagli occhi color ghiaccio trasparì allora un immenso orgoglio.
Quel ragazzo di una volta, tra sofferenza e passione, era diventato col tempo un uomo: il suo nome divenne il suo destino. E fu d’improvviso fiero, d’essere divenuto forte come il ferro.


Le trofiette del fabbro Isnart con champignons al prezzemolo, rum e cumino nero

450 gr di trofiette fresche
1 cipolla bianca di medie dimensioni
350 gr di funghi champignons 
45 ml di rum bianco chiaro
2/3 cucchiaini di semi di cumino nero (Nigella sativa)
1 cucchiaino di maizena
prezzemolo tritato q.b.
olio evo q.b.
sale q.b.

Tagliare la cipolla a cubetti piccoli e i funghi champignons a listarelle. Mettere entrambi in una padella antiaderente piuttosto larga e aggiungere un po' di olio, del prezzemolo a piacere, del sale e un paio di cucchiai d'acqua. Cuocere a fuoco moderato finché i funghi non saranno cotti e la cipolla sarà appassita. A questo punto alzare la fiamma e aggiungere il rum bianco, mescolando fino a che non sarà evaporato (in questo modo resterà l'aroma ma non si sentirà l'amarezza data dall'alcool). Spegnere il fuoco e lasciare da parte. Cuocere in una pentola con acqua bollente salata le trofiette, per ca. 10 minuti. Tenere da parte 4/5 cucchiai di acqua di cottura in cui scioglierete un cucchiaino di maizena. 
Scolare e versare le trofiette nella padella con i funghi. Accendere il fuoco, mescolare e unire l'acqua con la maizena, poi i semi di cumino nero. 
Far saltare in padella fino a che il tutto diverrà piuttosto cremoso. 
Togliere dalla fiamma, servire caldo e.. niente di più facile! Buon appetito! 

Prima di salutarvi, volevo ringraziare immensamente la cara Giadina de L'isola di Giada per avermi assegnato nuovamente il premio Simplicity: sei un tesoro vero nella tua splendida e preziosa semplicità!


Poi ringrazio anche le dolcissime Ellen ed Alice del blog Paneamoreceliachia, per avermi pensato nell'assegnazione del premio Cutie Pie. Da voi lo ricevo volentieri un'altra volta, visto che siete davvero persone speciali. Quello che fate ogni giorno, l'amore che mettete nelle vostre ricette e nell'importante divulgazione che portate avanti vi fanno onore e traspare come luce nella nebbia! Grazie infinite, per tutto!



Anche se il periodo non è dei migliori, spero di riuscire comunque ad essere presente e attiva. 
Vi abbraccio forte!

martedì 9 ottobre 2012

Zuppa morbida al pane nero con ceci, fontina, cipolla bianca e rosmarino


Un voluttuoso e rovente fuoco crepitava nel piccolo caminetto di pietra. 
Dietro un’intarsiata protezione in ferro battuto, deformata dagli anni, le fiamme illuminavano la stanza di una fioca e tremante luce giallastra. Quasi come una creatura inquieta tenuta in gabbia, quelle indomabili chiome bollenti si dimenavano tra le pietre, rilasciando scoppiettii, tizzoni ardenti e acute grida soffocate. Sembravano voler essere liberate, impossibilitate a restare in catene, per la loro natura avvampante e dirompente.
Proprio davanti al focolare, una vecchina si dondolava lentamente sulla sua scricchiolante sedia di legno. I suoi occhi vacui e quasi ciechi si perdevano nello sguardo ipnotico del fuoco, mentre teneva tra le piccole e ossute mani una scodella di terracotta, dalla quale usciva un vaporoso sentore di rosmarino e pane. Ogni tanto reclinava la testa e abbozzava un timido sorriso, abbandonandosi a ricordi lontani e ad un calore che, probabilmente, nemmeno quel camino avrebbe saputo restituirle.
Gli occhi le si fecero lucidi, brillando alla luce soffusa. Sollevò la violacea coperta di lana per sistemarsela meglio sulle ginocchia, poi chiuse gli occhi e si perse nel profumo della sua zuppa bollente: forse semplice, povera, ma da sempre un salutare sostentamento.
<Tutti abbiamo diritto ad un pezzo di pane> diceva la sua mamma, quando nella vecchia cascina tagliava grosse forme di fragrante pane nero <Anche se siamo poveri, ne verrà un pranzo da re.>.
E ricordava il sentore di quel brodo bollente, che veniva quasi totalmente assorbito dalle fette di pane e che l’era per tucc una gran medisìna; rievocava le mucche della stalla e la mungitura. Ricordava la fatica per produrre quel pezzo di formaggio tanto agognato, che avevano fatto le donne della corte con sudore della fronte; poi la penàgia e il burro che anche lei da piccina era solita preparare, muovendo le braccia su e giù in quel grosso catino di legno. Rimembrava l’odore penetrante della cipolla, sempre una benedizione per molti mali. Portava alla memoria la grossa pianta di rosmarino e il cortile dove tutti erano da sempre una grande famiglia. E quella zuppa dal sapore povero era un pranzo da ricchi, della domenica, quando i omen pudevan bee anca un bel bicér de vin rus.
L’anziana donna non voleva riaprire gli occhi per non lasciare andare il ricordo di nessuno di loro: poteva rivederli accanto al focolare, tutti in cerchio. Nessuno era lasciato solo durante le fredde domeniche di Gennaio, quando fuori il vento congelava col suo fiato gelido le finestre della cascina; nessuno si nutriva da solo, poiché quella non era solo una calda zuppa ma un momento da condividere: era famiglia, era solidarietà, era gioia. Tutti sentivano allora meno brividi, sentivano che forse il ghiaccio se ne sarebbe presto andato, tra sorrisi e racconti popolari; ognuno di loro si lasciava abbracciare da un morbido boccone di pane e brodo, mentre ciascuno a sua volta abbracciava il cuore di ogni singolo commensale: con un sorriso, con lo stomaco soddisfatto e l’energia ritrovata. L’era inscì bel e  quant amur che l’pasava in di occ e in del coeur!
Sì. Forse i tempi erano cambiati. Forse l’abbondanza aveva cancellato l’estrema importanza della pura semplicità. Eppure per lei quel sapore era uno scrigno di valori, di pensieri e di felicità: per tutta la vita non aveva mai trovato nulla di più ricco della povertà di quella zuppa. Aprì lentamente gli occhi e sorrise. 
Portò il cucchiaio alla bocca, assaporando l’amore.
In quella stanza muta, ogni volta che ne assaggiava un boccone, ancora una volta sentiva quell'abbraccio. 
Ancora una volta non avrebbe mangiato sola.


Il valore della condivisione, il profumo della famiglia. 
L'abbraccio caldo di un momento insieme, della bontà confortante del pane. Ingredienti semplici e nutrienti, l'aroma intenso delle pagnotte scure bagnate di brodo caldo; il sapore del formaggio, dei ceci e la freschezza del rosmarino. 
Quando non c'era nulla, quel nulla era tutto: la pagnotta era fonte di sostentamento, di forza; i legumi erano sufficientemente energetici e il formaggio, spesso autoprodotto nelle vecchie cascine, dava le calorie necessarie per affrontare le dure giornate di lavoro, specialmente in inverno. 
Quel calore riempiva d'amore, teneva lontani i malanni; l'unione suggellata da un pasto insieme era la prosperità più grande. 
Perché è così: è nella povertà che spesso si nasconde l'autentica ricchezza, nella semplicità che si nasconde la vita.
Non potevo che proporre questa ricetta che mi è cara, per dare il mio sincero contributo al contest sponsorizzato da Virginia, Io non mangio da solo, in collaborazione con Progetto Mondo Mlal.


Zuppa morbida al pane nero con ceci, fontina, cipolla bianca e rosmarino

Per il pane nero
500 gr di preparato per Pane Nero ai 7 cereali (Molino Spadoni)
2 cucchiai di olio evo
300 ml di acqua tiepida
1 bustina di lievito secco attivo

Per il condimento
1 cipolla bianca di medie dimensioni
400 ml di brodo leggero di verdure (o di pollo)
250 gr di ceci lessati
250 gr di Fontina dolce
rametti di rosmarino q.b.
olio evo q.b.

Per prima cosa preparare il pane. Mettere nella planetaria la farina, aggiungere l'olio, la bustina di lievito secco attivo e mescolare. Aggiungere l'acqua tiepida e impastare per qualche minuto. Potrete svolgere tranquillamente l'operazione anche a mano. 
Mettere la ciotola in un luogo tiepido a lievitare, coperta da un panno, per ca. 15/20 min.
Riprendere l'impasto e formare una grossa pagnotta rotonda. Lasciare nuovamente al caldo per ca. 3 ore. A questo punto, scaldare il forno a 200° C e, mettendo in esso un pentolino di acqua calda per mantenere l'umidità costante, cuocere per ca. 30 minuti.
Lasciar raffreddare bene il pane su una gratella.
Una volta freddo, tagliare la pagnotta a fette, e queste ultime ancora a metà.
Preparare quindi la zuppa morbida.
Tagliare a fette sottili la cipolla bianca e la fontina. Mettere i ceci nel brodo caldo di verdure (o di pollo. Io l'avevo già, ma potrete prepararlo come meglio credete).
In una pirofila da forno mettere un pochino d'olio sul fondo e adagiare un primo strato di fette di pane nero. Sopra ad esso distribuire parte delle cipolle e del formaggio. Bagnare con i ceci e il brodo fino ad assorbimento del pane. Lavare il rosmarino e metterne a piacere sulla superficie. 
Procedere quindi a strati mettendo nuovamente uno strato di fette di pane, cipolla, formaggio, rosmarino e brodo con ceci, fino ad esaurimento. Infornare per ca. 20 minuti a 180°C. Sfornare, tagliare in porzioni e servire calda, con un bel bicchiere di vino rosso.
La zuppa tenderà ad assorbire tutto il brodo in cottura, rimanendo molto morbida e cremosa  all'interno e piacevolmente croccante fuori.

Un vecchio detto lombardo recita: <Se l'è minga supa l'è pan bagnaa> (<Se non è zuppa, è pan bagnato>). Fermo restando che la sostanza è la stessa, potrete sempre decidere di gustare questa zuppa morbida 'al naturale' oppure potrete assaporarla aggiungendo a piacere un cucchiaio di brodo in più, al momento di servire. :) 
Buon appetito!

Un abbraccio forte e una splendida giornata!

venerdì 5 ottobre 2012

Buon compleanno, dolce Sabi!


Fu Primavera, con la sua veste profumata di vita, a rivelarlo al suo cuore. 
Fu dalle sue risate tra le gemme appena nate, pallide e fragili, che apprese il gioioso segreto.
Fu proprio osservando il tenero prato verde, appena nato coi suoi candidi boccioli, che la sentì.
<Nessun inverno tanto lungo può impedire alla vita di rifiorire, nessun gelo può addormentare un seme per sempre> sussurrò, variopinta e luminosa <Fu quando il sole rivide la terra, dopo lunghe stagioni di sonno; fu quando la terra gli sorrise, mantenendo la sua promessa di eterno amore, che il sole pianse di accecante gioia. Mille gocce di luce caddero al suolo e adornarono d’incanto i manti erbosi, per poi aprirsi in una candida risata; mille cuori dorati, dal profumo di pace, sfoggiarono delicate corone d’avorio. Fu nel silenzioso amarsi di cielo e terra, nel loro reciproco sguardo d’amore ritrovato, che palpitarono di vita le candide e semplici margherite>.


Perché sei anche tu uno di quei fiori che tanto ami.
Perché il tuo cuore profuma di sole, perché da dentro irradia calore.
Perché sei gioia, costanza, forza. Sei la semplicità di una poesia.
Nessun vento può davvero piegarti, perché con nobiltà gridi al mondo la tua purezza. Il tuo coraggio.
Non c’è tempesta che può farti dimenticare la gioia che sei: per chi saluta con te la bellezza della vita; per chi riscopre con te la Primavera.
Perché in essa tu vivi sempre: annunci la giovinezza eterna, perché nei tuoi occhi e nei tuoi sorrisi il tempo non scorrerà mai.
Il mio giardino è diventato prezioso da quando tu l’hai adornato con la tua presenza; è diventato luminoso da quando hai permesso al mio cuore di sbocciare, di semplicità e amicizia vera.
Quell’amicizia così forte e bella che farebbe commuovere il sole e sorridere i prati di smeraldo.
Buon compleanno, amica mia: che la vita, per te ancora tanto giovane, possa condurti sui sentieri che realizzeranno tutti i tuoi sogni; che la gioia vera ti accompagni ad ogni respiro e che l’amore che meriti ti ripaghi di ogni ingiusto dolore!
Tanti auguri, dolce Sabi! Con tutto il mio cuore! :D

E siccome oggi è la tua festa, il pranzo te lo preparo io… ecco per te un risottino dall’abito elegante, impreziosito con freschi rubini e salmone delicato!


Riso nero al melograno con radicchio rosso e salmone al dragoncello

250 gr di riso nero Venere (Risogallo)
1 piccola cipolla bianca
1 trancio di salmone di medie dimensioni
½ melograno
1 radicchio rosso di medie dimensioni
1 bicchiere di vino bianco
2 cucchiai di dragoncello tritato
2 cucchiai di olio evo
½ cucchiaino di sale
½ cucchiaino di pepe rosa
2 cucchiai d’acqua

Preparare in una ciotola un’emulsione con olio, sale, pepe rosa e acqua. Spennellarla sui lati del salmone e passarlo nel dragoncello tritato, fino a ricoprirlo. Mettere a riposare su un piatto e lasciare da parte.
Nel frattempo, in una casseruola piuttosto larga, mettere il radicchio tagliato a striscioline, la cipolla tagliata a cubetti, un po’ di acqua, sale e un po’ di olio. Cuocere a fuoco basso fino a che il radicchio non sarà appassito.
Aggiungere il bicchiere di vino bianco e il trancio di salmone. Quando quest’ultimo sarà cotto e il vino si sarà asciugato, tagliare a cubetti il pesce e mescolare.
Cuocere il riso in abbondante acqua salata per ca. 18 min. 
Scolarlo, passarlo sotto acqua fredda per fermarne la cottura e aggiungerlo al condimento. Far saltare il riso in padella per un paio di minuti, fino a che il tutto non sarà ben amalgamato. Unire i chicchi di melograno, mescolare nuovamente e servire caldo!
Buon appetito!

…anche se adesso è finita la stagione del melone che ad Elsa piace tanto… posso servire anche a lei il melograno?

Un abbraccio grande grande a tutti voi e… ancora auguri a te, carissima.
Proprio auguri intensi... di petali e fiori! ;)

martedì 2 ottobre 2012

Angioletti di riso e mandorle ai petali di fiori, panna e ciliegia


Vivono angeli, laggiù nel roseto.
E parlano tra petali e profumo, con dolci suoni dal sentore di rugiada.
Tintinnii silenti, piccole note d’argento. Lieve alito fresco e fiorito, come chiome verdi a primavera.
Respirano nel grano maturo, quando il sole intarsia d’oro le spighe ed i campi; dipingono di sogni il turchese e tessono nuvole di zucchero filato. 
Giocano nel vento piegando steli novelli, facendo sbocciare come desideri rossi veli di papaveri e tulipani. 
Esistono là, tra le gote infiammate di un orizzonte follemente innamorato, quando cala il tramonto e l’anima autunnale s’accende d’ambra e rame; si specchiano nelle lucenti pozze, scavate nella bruna e umida terra, sorridendo dal cielo dopo ogni tempesta. Si stendono puri nell'invernale manto avorio e ghiaccio, impalpabili e silenti come neve; vestono il mondo di bianche carezze, di sogni sopiti e lacrime di cristallo: coprono la vita per non farla morire.
Esistono angeli che annunciano ogni stagione, che custodiscono il respiro del tempo e della terra; esistono angeli dal volo lucente, dalla Santità beata.
Ed esistono angeli che benedicono ogni passo, nel cammino della nostra vita: angeli senza ali, né giovani né vecchi.  
Né ricchi, né poveri. Vivono vicino al nostro cuore, riempiono la nostra anima, chiunque noi siamo.
Dovunque noi siamo.


Hai tenuto la mia mano tremante e incerta, dal primo respiro che io ricordi, dal primo passo che ho azzardato su questa terra. Mi hai abbracciata quando il resto del mondo non c’era, mi hai sostenuta quando ogni speranza perduta mi aveva fatta cadere. Mi hai sussurrato ogni giorno cos'è l’amore, attraverso la fatica e il dolore. Mi hai regalato la virtù dell’anima. 
Tu, piccolo grande angelo senz’ali.
Ed ora poco importa quale sia, tra le nostre, la mano incerta e tremante. Poco importa chi è colei che la sostiene. Adesso stringo io la tua, non la lascerò: poiché per nulla al mondo permetterò che tu cada. Quando mi abbracci mi rendi cosa preziosa, angelo mio: la tua anima, così forte e così fragile, diventa sole e riscalda la pelle fin dentro all'anima.
Con cosa sei stata creata, se non dell’immensa vastità del cielo? 
Da cosa, se non dalla poesia che rende morbide le nuvole?
E accendi in me un tenerissimo amore, quando ti dico che sei bella; quando non ci credi e abbassi lo sguardo, quando scuoti la testa come se non fosse realtà. Ma tu sei realtà, angelo senz’ali: sei la prova che anche i sogni possono esserlo.
Ogni tanto diventi muta, come l’inverno; come la malinconia. I tuoi occhi si fanno vacui e regali i tuoi pensieri ad un tempo lontano, perdendoti nella nebbia. Da lì vorrei tenerti lontano, salvarti.
Ma tu salvi me, ogni volta che un riso profondo sgorga improvviso dal tuo cuore, come una frizzante cascata: il suono della tua gioia è allora la musica della mia, quando un grande e luminoso spicchio di luna si apre sul tuo viso, irradiando di vita il tuo volto.
<Ad ognuno> dice il cielo <E’ dato un angelo custode>
<Sei tu, nonna> rispondo io.
E mi perdonino il manto stellato, l’alba e il tramonto; mi perdonino il Signore e i suoi Angeli divini.
Perché do sempre tutto ciò che ho al mondo, anche quello che non ho.
Eppure di fronte ad un dono tanto grande, non riesco a non essere egoista.
Il mio angelo non ha le ali, ma sono felice che sia così.
Non voglio che le abbia mai. Perché finché così sarà, non potrà mai volare via da me. 

Angioletti di riso e mandorle ai petali di fiori, panna e ciliegia

150 gr di farina di riso (Baule Volante)
150 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
90 gr di farina di mandorle
40 gr di maizena
200 ml di panna liquida
125 gr di zucchero a velo (Baule Volante)
60 gr di margarina 100% vegetale (Vallè Naturalmente)
1/2 bustina di lievito
1 o 2 cucchiaini di miscela fiori e spezie Sonnentor (pepe rosa, pezzetti di fragola, fiori di rosa, pezzetti di lampone, vaniglia in polvere)
1 pizzico di sale

Confettura di ciliegia (Ecor)
Zucchero a velo per decorare q.b.

Preparare la frolla impastando le farine con un pizzico di sale, il lievito, lo zucchero a velo, la margarina fredda a pezzetti, la miscela di petali e spezie e la panna liquida. Ottenere un composto piuttosto omogeneo.

n.b. vista la presenza di farina di riso, zucchero a velo e margarina, il composto sarà veramente molto soffice. In caso risultasse difficile da lavorare aggiungere un altro poco di farina 00, fino a che non si appiccicherà più alle dita.
Se volete rendere la preparazione adatta a celiaci, sostituite la farina 00 con farina di mais o di riso: in questo caso, però, usare lo zucchero semolato e non quello a velo! Aiuterà a dare consistenza al composto. 

Far riposare per ca. 15/20 min. l'impasto, poi stenderlo ad uno spessore di 4/5 mm. Con l'aiuto di un tagliabiscotti a forma di angelo, ricavate delle forme che metterete su una teglia coperta di carta da cucina. Usando un altro tagliabiscotti più piccolo, levate dal centro di qualche angioletto un cuoricino, facendo in modo che le parti degli angioletti si possano appaiare a due a due.
Cuocere in forno caldo a 180°C per ca. 10/12 minuti.
Far raffreddare, poi appaiare gli angioletti mettendo nel mezzo della confettura di ciliegia.
Spolverizzare di zucchero a velo e gustare con un buon té!

Auguri a te, nonna Pinuccia. A te, nonna Mariuccia
E a voi, nonno Livio e nonno Avenente, che avete ricevuto in dono delle bianchissime ali.
Auguri a tutti i nonni e a coloro che lo diventeranno a breve (guarisci presto, zia Rachele!)

Possano essere benedetti tutti gli Angeli Custodi e ognuno di voi da loro. 
E possiate benedire voi le vite di chi amate, divenendo voi stessi bellissimi angeli terreni.

Un abbraccio!