sabato 29 settembre 2012

Dolcetti al farro e cacao amaro, crema di riso fondente al caffè e Baileys

Nel giorno degli Arcangeli, nel loro nome che tanto benedico ed amo: trent'anni fa oggi nascevo.
Ed è così che andrò sempre scalza a riempire la pelle di questa mia terra. 
Così che chiamerò chi abita sul ramo, con la stessa voce del vento.
Converserò con i boccioli, chiudendo gli occhi con il tramonto.
Mi volterò fiera quando le fronde s’agiteranno; sentirò l’erba tra le dita e pettinerò amabilmente le sue chiome verde foglia. 
Sarò per un attimo anche io una coccinella silente nel prato.
E se qualcuno mi chiedesse ora:  <Perché ciò che desideri dovrebbe proprio accadere a te e non ad un altro?>
Ecco. 
Semplicemente risponderei: < Perché la mia vita è il mio sogno. Mio e di nessun altro. E nei sogni, tutto è possibile.>


Il tempo non sia un veloce destriero che vi cavalca accanto, siate voi i cavalieri e domatelo.
Non lasciate che passi lasciandovi inermi a guardare: nessuno può rubare il vostro tempo, lasciate che esso viva di voi e non vi sfiori solamente. Nessuno può gestirlo se non chi lo possiede.
I giorni non passino per ricordarvi quello che oggi non avete avuto, ma ciò che domani potreste ancora avere; la pioggia non sia il riflesso del vostro pianto, piuttosto l’umida amica con la quale cercherete nuovamente il sole.
Non pensate a quanti giorni sono passati, ma a quanti ancora sono di fronte a voi.
Non rivolgete il pensiero a sogni mai raggiunti, trovatene di nuovi da inseguire.  
Non contate i vostri anni ma raccogliete solo i frutti dell’esperienza: piantate nuove speranze e bagnatele con la vostra caparbietà, con il vostro profondo desiderio di felicità. Ogni giorno, per gioire quando infine germoglieranno: perché lo faranno, se siete disposti a prendervene cura. 
Perché state ancora vivendo e la vita non ha età: voi non avete età.
Finché avete respiro, respirate; finché avete un cuore, amate; finché potete sorridere, ridete. 
E piangete: senza acqua nessun terreno può divenire fertile.

<E’ donare, il più grande regalo che si possa ricevere>. 

Dolcetti al farro e cacao amaro, crema di riso fondente al caffè e Baileys

110 gr di farina di farro (Antico Molino Rosso)
22 gr di cacao amaro in polvere
125 gr di zucchero di canna (BRONsugar Demerara)
5 gr di lievito per dolci
45 gr di margarina 100% vegetale (Vallé Naturalmente)
1 pizzico di sale
125 ml di latte di riso (Isola Bio)
1 uovo medio

Per la crema di riso al fondente e caffè
500 ml di latte di riso (Isola Bio)
120 gr di zucchero di canna (BRONsugar Demerara)
40 gr di maizena
4 tuorli
100 gr di Fondente Cremoso al Caffè (Lindt)

Per la bagna
100 ml di acqua
60 ml di zucchero di canna (BRONsugar Demerara)
40 ml di Baileys

Per i cuoricini al fondente extra amaro
50 gr di cioccolato fondente (Excellence 85% Lindt)

50 ml di panna da montare (Accadì)
Cacao amaro in polvere q.b.


Preriscaldare il forno a 165/170° C.
In una ciotola capiente mescolare insieme farina di farro, cacao amaro, lievito, sale, margarina morbida e zucchero. Sabbiare con le dita fino ad ottenere un composto granuloso. 
A parte, sbattere bene l'uovo e aggiungerlo al latte. Versare il tutto nel composto con la farina e mescolare fino a che gli ingredienti non saranno ben amalgamati. Distribuire dei pirottini di carta in uno stampo per muffins da 12. Versare il composto nei pirottini riempiendoli per i 2/3 e infornare per ca. 20/25 min. Una volta cotti, toglieteli dal forno e fateli raffreddare.

Nel frattempo preparare la crema: comportarsi come con una normale crema pasticcera. 
In una scodella mescolare i tuorli con la maizena e metà dello zucchero di canna. Portare ad ebollizione il latte di riso in una casseruola, unendo l'altra metà dello zucchero rimasto. Togliere la casseruola dal fuoco e versarne il contenuto nella ciotola col composto di tuorli. Riportare il composto sul fuoco e cuocere fino ad addensamento. Aggiungere poi, mescolando, il fondente cremoso al caffè sciolto a bagnomaria o al microonde. Mettere in frigo per ca. 30 min.

Nel frattempo togliete le tortine dai pirottini e dividetele a metà. Preparare la bagna portando a bollore l'acqua con lo zucchero e unendo infine, lontano dal fuoco, il Baileys. Spennellare i due pezzi di tortino, imbevendoli del liquido.
Prendere altri pirottini, adagiare in ciascuno il fondo del dolcetto. Con una sac-a-poche distribuire su ciascuno di essi della crema di riso al fondente e caffè, richiudendo con la parte superiore. Montare la panna in modo che resti molto consistente e distribuire un poco di essa su ciascun dolcetto, sempre aiutandosi con una sac-a-poche. 
Mettere in frigo a riposare, il tempo necessario per preparare i cuoricini di decorazione: sciogliere a bagnomaria o al microonde il fondente all'85% e riempire con un sottile strato di cioccolato (non deve essere troppo spesso!) degli stampini per cioccolatini a forma di cuore.
Metterli in frigorifero fino a che non saranno solidi, estrarre i dolcetti dal frigo, spolverizzarli con cacao amaro e posizionare un cuoricino su ognuno di essi.

E servitevi pure! Oggi è il mio compleanno e voglio festeggiare con ognuno di voi!
Prendete un dolcetto e un mio caro abbraccio! 
(p.s. si vede che in questi giorni ho voglia di cioccolata...?)

Colgo l'occasione per rivolgere un pensiero d'amore ai miei amati Arcangeli, onorata di essere nata nel giorno che li celebra. E ovviamente alla cara Zia Francesca che proprio il 28 settembre (solo un giorno prima di me) ha compiuto 91 anni! 



Tanta gioia a te, adesso e in ogni tuo domani. Che la tua vita possa ancora essere lunga e felice, semplice e splendida. Come quella bimba che, in fondo, sei rimasta! :) 

Un bacione a tutti e un fine settimana meraviglioso.


giovedì 27 settembre 2012

Ciambella autunnale all'avena, prugne nere alla cannella e menta fragola


Vortici di foglie color ruggine e ottone danzavano vorticosamente sul sentiero di ghiaia, mentre gli ultimi raggi del sole filtravano tra bruni e nodosi rami, regalando all'atmosfera una flebile aura dorata.
Fresco e frizzante, il vento autunnale era tornato a soffiare tra le alte fronde del querceto: ai piedi dei grossi e forti tronchi, piccole ghiande giacevano tra distese di morbido e odoroso muschio verde; spinosi ricci difendevano un morbido cuore di castagna, mentre le lunghe dita affusolate delle felci nascondevano carnosi e profumati funghi, intrisi del penetrante sentore di terra bagnata.
Un mantello leggero di foglie, ambrato e rossastro, copriva come un tiepido lenzuolo alcune chiazze d’erba superstiti; qualche topolino campestre vi aveva fatto persino la tana: zampette piccole e veloci liberavano scrocchianti fruscii nel sottobosco, mentre occhietti neri e acuti come spilli osservavano da sotto il fogliame la sommessa e operosa vita autunnale. Fulvi scoiattoli correvano su e giù per i tronchi, intenti a cercare le ghiande e i semi più saporiti da portare nelle tane, premunendosi prima dell’arrivo del gelo, mentre lente e sagge chiocciole disegnavano il loro vischioso ed argenteo cammino su cappelle di porcini, finferli e funghi prataioli.
L’odore acre del legno bagnato permeava l’aria, dopo un incessante pianto del cielo, mentre un’alta e sottile betulla osservava malinconica il suolo: il suo sguardo vacuo regalava ancora più pallore a quella bianca corteccia, squarciata da pennellate color nerofumo. 
Lente le sue chiome sfiorivano, lasciando spogli i suoi arti magri e allungati: parevano sostenere un peso invisibile, quasi gravoso, pur nella totale assenza di un effettivo carico da supportare.
<Scivolano a terra le mie foglie> sussurrò affranta al vento <Una per una, come le mie speranze>
Fissò a lungo le sue radici, coperte di sottili rametti spezzati e di castano fogliame ormai secco. Preziose perle di pioggia ristagnavano tra le pieghe del fragile manto, brillando come effimeri e perfetti cristalli.
<Bagnate> continuò flemmatica <Ignare, inermi. Madide di pianto, delle nuvole o del mio>.
La triste betulla sospirò profondamente: <Eccole, di nuovo ai miei piedi: prive di sogni e di volontà; prive di forza e di energia. Prive di linfa, ormai secche come l’anima che un tempo mi dava vita>.
Ed il vento ascoltò a lungo. Attese il giusto momento prima di correre fischiante al suo orecchio, scuotendola in un vortice di fresche parole: <Malinconica e affranta betulla, quant'è gravoso il fardello del vuoto! Quant'è pesante e opprimente il peso del nulla!> sibilò tra i rami <Che paradosso, quando l’abbondanza di chiome porta solo leggerezza e l’assenza di esse una grande oppressione! Non trovi?>
E accarezzò il suo viso di corteccia: <Alza il capo, osserva e credi!> gli disse, volteggiando tra la luce dorata che fendeva i suoi rami.
<Non lo vedi laggiù?> chiese stupito, indicando con le sue dita eteree l’orizzonte.
La triste betulla sollevò allora lo sguardo, in tempo per vedere il commiato giornaliero del sole: tra cielo e terra una lingua di fuoco accendeva le nubi di toni aranciati e sanguigni; raggi d’oro disegnavano i preziosi contorni di nuvole accese di bianco splendore da dentro l’anima, mentre morbide sfumature color rosa e pesca rendevano il cielo un immenso bocciolo in fiore. La gloria della luce troneggiava dietro al cammino dei raggi solari, pronti a concedersi il riposo, contrastando magnificamente con toni plumbei e violacei alla sommità della volta celeste. Quasi fosse il soffio di un drago, un incendio maestoso dipinto nel cielo, il malinconico arbusto non poté emettere un solo fiato: ciò che vide fu incredibile e fu un attimo destarlo dal torpore.
<Quante cose ci si perde in cielo, quando si è intenti a guardare solamente il suolo dove si cammina!> soffiò il vento. Ed infine sussurrò: <Ascolta attentamente e non disperare più: è proprio quando tutte le speranze sfioriscono, che il tramonto si accende dei miracoli più belli>
Fu così che giunse l’autunno.



<Ci sono due modi per vivere la propria vita: uno è quello di pensare che non esistono miracoli; l'altro quello di pensare che ogni cosa è un miracolo>
(A. Einstein)


Ciambella autunnale all'avena, prugne nere alla cannella e menta fragola

180 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
100 gr di farina di avena (io l'ho macinata in casa, utilizzando fiocchi d'avena Ecor)
40 gr di farina di riso
7/8 foglie di menta fragola fresche
170 gr di zucchero di canna (BRONsugar Demerara) + 2 cucchiai per spolverizzare
50 gr di margarina 100% vegetale senza lattosio (Vallè Naturalmente)
110 ml di latte di riso (Isola Bio)
3 uova medie
3 prugne nere di medie dimensioni
1 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di sale
cannella q.b.
Zucchero a velo (Baule Volante, facoltativo)

In un mixer tritare i fiocchi d'avena insieme alle foglie di menta fragola, fino a ridurli in farina.
Unire in una ciotola la farina d'avena profumata di menta fragola, la farina 00 e la farina di riso. Aggiungere la bustina di lievito e amalgamare bene setacciando. 
In un piatto lavare e tagliare a spicchi le prugne nere, cospargere di cannella e distribuirla in modo uniforme sulla frutta mescolando bene: se vi piace tanto quanto piace a me, abbondate pure! ;)
In un'altra scodella montare le uova e lo zucchero di canna con un pizzico di sale, fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. Aggiungere la margarina ammorbidita e continuare a montare per qualche istante. A questo punto aggiungere il composto di farine e il latte di riso, alternando e aiutandovi sempre con le fruste, fino ad esaurimento degli ingredienti. 
Prendere lo stampo per ciambelle, passare della margarina e infarinarlo. Versare uniformemente il composto e disporre le prugne a spicchi lungo tutta la superficie, spolverizzando ben bene con lo zucchero di canna lasciato da parte. 
Cuocere a 180°C per ca. 30 min. 
Lasciare freddare ed estrarla dallo stampo. Una volta fredda, se lo gradite, passate dello zucchero a velo prima di servire! 

Con questa ricetta partecipo al contest della cara Simona, del blog Amici allergici, ossia 'Dolcemente privi di...' per la categoria senza lattosio.


Ovviamente per la presenza di farina di frumento e di avena non è permessa ad una persona celiaca.. ma eventualmente è possibile sostituire le farine in questione con 200 gr di farina di riso, aggiungere 80 gr di mandorle macinate con menta fragola e 40 gr di maizena permessa. E anche la celiachia non è più un problema! (Ovviamente, per chi volesse provare a renderla anche Gluten Free)

Possiate alzare lo sguardo e godere dei miracoli del cielo, dimenticando il suolo con le sue speranze cadute. 
Un abbraccio grande!

martedì 25 settembre 2012

Crespelle al farro integrale con soia e ricotta di capra, basilico, ribes rosso e panna d'avena


Una pioggia intensa e scrosciante cadeva ormai da qualche ora. 
Grosse gocce cristalline rigavano i vetri delle finestre come fossero lacrime su un viso triste: silenziose, rassegnate e malinconiche, scendevano lentamente verso il basso abbandonandosi ai più insondabili ricordi. 
Nuvole scure e cariche di acqua donavano al cielo un tono grigio e minaccioso, tra lampi e rombi lontani; un vento intenso e frizzante agitava le cime degli alberi e faceva tremare le foglie, che si staccavano in gran quantità dai rami come strappate con violenza da mani invisibili e rabbiose: pareva quasi che un folle volesse sovvertire ogni sorta di ordine apparente, agitando e gettando all’aria qualsiasi cosa trovasse sul suo cammino, gridando senza voce nel caos di una tempesta. 
Seduto sul divano, Riccardo ascoltava distratto il lamento del vento, avvolto in una calda coperta dai toni pallidi.
Osservava con occhi vacui fuori dalla finestra, con un grosso libro aperto sulle ginocchia: per quanto cercasse di concentrarsi, qualche pensiero lo rapiva sempre portandolo lontano da quelle pagine che avrebbe dovuto studiare. 
Troppe preoccupazioni, troppa angoscia, troppi eventi lo avevano destabilizzato negli ultimi tempi e non riusciva più a ritrovare se stesso. Non aveva più forza di inseguire i suoi obiettivi, né i suoi desideri; non aveva coraggio né energia per affrontare niente. Si sentiva come spento e inghiottito da un vortice cupo e profondo: non importava dove cercasse di nascondersi o scappare, l’inquietudine lo inseguiva sempre. 
Era già notte fonda e quel silenzio pareva maggiormente carico di voci, come se la confusione nella sua testa avesse trovato modo di farsi sentire, agevolata dall’assenza totale di rumore. 
<Sei ancora sveglio?>
Una voce flebile e carica d’amore lo destò dal lungo torpore.
<Nonno> disse il ragazzo, sobbalzando <Pensavo dormissi! Si, io sto cercando di studiare ma non riesco a concentrarmi...>
<Lo credo bene, con la tempesta che c’è fuori. Però speravo che la tranquillità della campagna ti avrebbe aiutato, sai?>
<Lo credevo anche io, purtroppo. Invece sembra che tutto ciò da cui voglio scappare mi insegua!> disse Riccardo, stizzito.
Poi sospirò e sfogliò nervosamente il libro sotto ai suoi occhi: pareva che le pagine che lo separavano dal meritato riposo crescessero di numero ad ogni suo tentativo di apprendere qualcosa. 
L’anziano lo osservò un poco, tenendo un fresco bicchiere d’acqua tra le mani. Poi sorrise paterno e si accomodò accanto a lui, sul morbido divano di velluto color ruggine. 
<Mi sembra proprio che tu sia uscito da quella tempesta che c’è fuori> gli disse, accarezzandogli la fronte.
Il ragazzo restò un attimo in silenzio, poi annuì: <Credo che tu abbia ragione, nonno. Mi sento proprio nel vortice di un ciclone: più cerco di calmarmi più ogni cosa che accade attorno a me mi risucchia, mi destabilizza, mi confonde. Non trovo pace, né calma, né forza per ritrovare me e la mia strada.>
<Forse è proprio così: dovresti capire che è solo da te stesso che devi ripartire, senza lasciare che tutto ciò che hai attorno ti destabilizzi. E’ la tua dimensione che devi ritrovare. E sono certo che ce la farai: devi solo imparare come; devi solamente carpire da questi istanti spunti e insegnamenti giusti, affinchè tu possa sentirti 'pronto'.>
<Pronto?> chiese scettico il nipote <E come faccio a sapere quando sarò 'pronto'?>
<Lo sarai quando avrai acquisito la facoltà di raggiungere il centro di quel ciclone che ti sta inglobando. Lì tutto sarà immobile e nulla di ciò che girerà vorticosamente attorno a te potrà scalfirti in nessun modo. Allora capirai: nessuna ansia, nessun evento preoccupante, nessuna disperazione potrà risucchiarti in un vortice confuso e destabilizzante; sarai in possesso della calma necessaria e soprattutto di te stesso. Sarai padrone delle tue azioni tanto da saper affrontare il tornado che ti circonda, fino a che non ti oltrepasserà ulteriormente senza trascinarti con se. Quel centro è uno stato dell’anima, una capacità che si può acquisire solamente dopo aver conosciuto cosa sia un ciclone, dopo averne patito, dopo aver perso qualcosa a causa sua e dopo aver subito il suo violento attacco. Non potresti affrontarlo e vincerlo se lui non ti avesse mai sconfitto. Non potresti affrontarlo e placarlo se non avessi mai misurato la sua forza. E anche la tua.>
Il vecchio signore strizzò l’occhiolino: <Spesso tutto ciò che ci trascina in un tornado non fa parte di noi ma delle preoccupazioni che ci assalgono, delle ansie e delle vicende che ci legano agli altri. E’ come se gli altri divenissero il riflesso delle nostre sconfitte, dei nostri insuccessi, della nostra tristezza e del nostro dolore: leggiamo noi stessi in base alla realtà a volte opprimente che ci circonda, non attraverso le nostre forze e le nostre reali facoltà! Ciò ci impedisce di realizzare quali siano le cose davvero pertinenti a noi stessi e ai nostri sogni: ci impedisce di trovare l’equilibrio necessario per gestire le nostre emozioni in armonia con quelle altrui, senza che una di queste prevarichi l’altra. Ragazzo mio, l’unica cosa che devi fare è credere in te, chiudere gli occhi e fare un grosso respiro: immagina di essere al centro del tornado e ritrova chi sei. In quell'immobilità troverai le tue radici, la tua lucidità, la capacità di gestire il vortice attorno a te con saggezza e obiettività.>
Riccardo osservò il nonno con un nuovo bagliore sul viso. Chiuse il volume e lo abbracciò forte, fino a sentirne i battiti del cuore.
<Credo che tu sia parte del mio centro, nonno. Ora c’è solo la tua voce. E credo proprio che inizierò da te, da questo cuore buono che confonde i suoi battiti coi miei>.


<La tempesta è capace di disperdere i fiori ma non è in grado di danneggiare i semi.>
(K. Gibran)

Crespelle al farro integrale con soia e ricotta di capra, basilico, ribes rosso e panna d'avena

Per le crespelle
250 gr di farina di farro integrale (Antico Molino Rosso)
500 ml di latte di soia (Isola Bio)
3 uova
50 gr di margarina 100% vegetale (Vallè Naturalmente)
1 pizzico di sale

Per il ripieno 
250 gr di ricotta di capra
2 cucchiai di miele di Melata di Bosco (La Casa del Miele)
pepe q.b.
sale q.b.
foglie fresche di basilico q.b.

250 ml di panna d'avena (The Bridge, Bio Organic)
1/2 cucchiai d'olio evo
Ribes rosso per decorare q.b.


Preparare l'impasto per le crespelle. In una ciotola capiente mescolare la farina di farro, il latte di soia e il sale. Frullare bene fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo. Sciogliere la margarina e aggiungerla lentamente al composto, unendo infine le uova dopo averle ben sbattute a parte. Coprire la ciotola con pellicola per alimenti e lasciare riposare in frigo per almeno 30 minuti.
Passato il tempo di riposo, prendere una padella antiaderente piuttosto larga e bassa. Passare un velo di margarina sul fondo della stessa e riscaldarla. Con l'aiuto di un mestolo, rovesciare dell'impasto nella padella e cuocere una dopo l'altra le crespelle. Con questa dose ne verranno circa 12/14.
Metterle da parte e preparare il ripieno: in una scodella unire la ricotta, il miele, un po' di sale e di pepe. Distribuire un cucchiaino di composto in ogni crespella, aggiungendo delle foglie di basilico fresco a piacere (io ne ho messe tre grandi per ogni crespella) e richiuderla piegandola in quattro.
Distribuire in una pirofila da forno le crespelle così preparate, fino ad esaurimento.
In un pentolino scaldare la panna d'avena con uno o due cucchiai d'olio evo. Distribuirla uniformemente nella pirofila e infornare per circa 8/10 min. a 180°C.
Distribuire le crespelle calde nel piatto e servire con del ribes rosso fresco. 
E' una ricetta semplice, in fondo, ma molto delicata e sana.
A mio papà sono piaciute molto e le ha trovate fresche e leggere! :) 

Sebbene qui piova e il tempo sia decisamente freschino e grigio, vi mando un abbraccio pieno di calore e vi auguro un bellissimo inizio di settimana! :)
Buongiorno!

venerdì 21 settembre 2012

Soffici cuori con farina di farro alla rosa canina, crema al cioccolato bianco e melograno


Una farfalla si posò lieve su un bocciolo rosato, imperlato di rugiada cristallina. Le sue ali fragili e delicate si muovevano ritmicamente, aprendosi e chiudendosi, mentre con la piccola proboscide ne succhiava il dolcissimo nettare.
Il giardino della vecchia corte era come rinato: la primavera aveva portato con se una meravigliosa tavolozza di colori e, come un artista, li aveva usati per dipingere nuovamente la vita. Cespugli rigogliosi si erano coperti di candide gemme, mentre narcisi giallo sole avevano fatto capolino tra l’erba rigogliosa. Il ciliegio si era vestito di delicatissimi e piccoli petali rosa e biancastri, corteggiati da numerose api che si cibavano del loro nettare zuccherino.
Tulipani, giacinti e narcisi rilasciavano al vento la loro essenza più pura, portando nel cuore note purpuree e rosso fuoco.
Ciò che senza dubbio Silvia e Maria amavano più di ogni altra cosa era però il loro roseto: ogni anno, col risveglio della terra, numerosissimi boccioli plasmati di poesia prendevano vita. Erano le purissime rose bagnate di rugiada a fare da cornice ai loro splendidi pomeriggi insieme, sin da quando erano piccole. Il loro sguardo si era incontrato un tiepido pomeriggio di Maggio, quando ancora non avevano ben imparato a camminare: la sorte aveva voluto che nascessero nella stessa corte, a breve distanza l’una dall’altra, nei primi anni del 1900.
Da allora divennero inseparabili e impararono a condividere ogni cosa: gioie, dolori, tristezze e soddisfazioni. Non conoscevano cosa fosse l’invidia, poiché la fortuna di una era automaticamente quella dell’altra; non conoscevano gelosia, poiché il loro sentimento era così puro da non avere mai bisogno di alcuna conferma. Nessuna di loro cadeva senza che ci fosse l’altra a sostenerla, mentre non c’era gioia che non le vedesse tenersi per mano.  
I loro segreti si perdevano in lunghe corse nei campi di grano, in tiepide serate davanti al camino mentre gli anziani raccontavano le storie di paese; le loro risate riempivano il fienile e non c’era nulla di più bello che sentirle vivere insieme, in piena armonia.
Quel giorno di primavera, però, non fu lieto come gli altri. La notizia era giunta inaspettata quanto dolorosa, ma Silvia sarebbe partita a breve per andare molto lontano: i suoi genitori erano decisi a trovare fortuna in America. Le due amiche non sapevano se si sarebbero mai riviste e la cosa le riempì di tristezza profonda. Mentre Maria dondolava le gambe seduta su una vecchia panchina di pietra, Silvia giocava distrattamente con una coccinella su un fiore.
<Mi mancherai> le disse sottovoce <Mi mancherai tanto, Maria. Mi mancheranno i nostri sorrisi, le nostre chiacchierate, la nostra vita condivisa. Mi mancherà ogni volta che ci siamo scambiate gli abiti, i giocattoli, le confidenze e i nostri sogni>.
La ragazza sentì un groppo in gola smorzarle il respiro: <Come farò senza di te?> le sussurrò di rimando <Non c’è nulla che possiamo fare questa volta, vero?>
Silvia scosse il capo, ingoiando lacrime amare. Seguì un breve silenzio, poi la ragazza smise di tormentare il piccolo insetto e si voltò, asciugandosi velocemente gli occhi con l’avambraccio.
<Una cosa però la potremmo fare, sai?> disse improvvisamente <Noi abbiamo sempre condiviso tutto, no?>
<Si, per me sei come una sorella, lo sai> le rispose Maria dalla panchina.
<Allora facciamo un’ultima cosa: scambiamoci i cuori, amica mia>
<I cuori?> chiese la ragazza un poco sorpresa.
<Si, proprio così> le disse Silvia con un tenero sorriso <Se tu avrai il mio cuore e io avrò il tuo, nessuno mai potrà separarci davvero. In ogni istante tu vivrai in me e io palpiterò in te, battito dopo battito; in ogni istante saprò che stai bene, perché ti avrò vicina. Non mi serviranno parole, non mi serviranno occhi per vederti; non avrò necessità di toccarti per sapere che ci sei, né di sentire il tuo profumo. E lo stesso potrai dire di me. Renderemo la nostra vita immortale: se una di noi dovesse scomparire, vivremmo comunque entrambe, poiché di due esseri ne avremo fatto uno solo. E quando anche l’ultima tra noi verrà a mancare, allora ci ritroveremo tra il sole e i nostri amati giardini di rose>
Il viso di Maria si illuminò: erano le più dolci parole che avesse mai sentito ed era visibilmente commossa. Si alzò improvvisamente e andò a stringere nella sua l’esile mano di Silvia, guardandola con gli occhi lucidi: <Avremo così sconfitto insieme la lontananza, la solitudine e persino la morte, amica mia>
La ragazza annuì, poi si persero entrambe in un lungo e intenso abbraccio.
Una stretta che sigillò un patto inossidabile ed eterno, per tutti gli anni a venire.
Anni difficili, in cui non si rividero mai più. Eppure nessuna delle due dimenticò l’altra, quasi fosse una parte integrante dell’anima, per tutta la vita; nessuna smise mai di prendersi cura di quel cuore tanto speciale che a ciascuna era stato affidato, onorando quell’amore immenso che pochi sanno celebrare. 
Quel sentimento che pochi sanno perfino riconoscere e nominare: l’immortale amicizia.



Quando sei giunta nella mia piccola vita non eri che un minuscolo essere muto: eppure ero certa che tu sapessi parlare, almeno con i bambini. Ignara del motivo, ero però fermamente convinta che tu non volessi farlo. Per scelta.
Poi hai aperto gli occhi, hai iniziato a muoverti e ad esplorare ciò che avevi attorno: rompevi tutti i miei colori, piangevi in continuazione e ti divertirmi a mordermi a ripetizione. Dando la colpa a me. In quei momenti ho cambiato idea: speravo non parlassi mai, perché eri davvero fastidiosa. Si, anche se i tuoi capelli profumavano sempre di camomilla.
Tu avevi una chioma bionda, io nera come la pece; tu eri graziosissima con i tuoi codini, mentre io ero perennemente spettinata: persino le principesse ti davano ragione, la maggior parte era come te.
Tu sei sempre stata amorevole ed ordinata, io impulsiva e disordinata; tu circondata di buoni amici, io circondata da nessuno di loro. Tu eri il sole, io la luna: ed è proprio in questo immenso spazio che ci siamo incontrate. Perché da sempre abbiamo diviso lo stesso cielo: quell'infinita volta celeste che ti ha inviato come un dono immenso nella mia esistenza.
E abbiamo capito che non esistono favole se non convivono principesse e piccole streghe.
Sei la sola cosa che differendo da me mi completa. La sola anima affine alla mia. 
L’amica che c’è sempre stata, il mio sicuro appiglio quando il mondo naufragava.
In quell’unico cielo ho deciso di scambiare il mio cuore con il tuo: eri più piccola di me e sei stata sempre molto più grande di quanto io fossi, ma abbiamo deciso di prenderci cura l’una dell’altra come se non ci fosse alcuna gerarchia. Ed ecco che il tuo dolore è sempre il mio; le tue lacrime scendono con le mie. Le tue risate generano i miei sorrisi e i tuoi traguardi sono anche miei successi. Ecco che chi ti fa del male diviene il mio nemico primo, mentre chi ti ama un mio prediletto. E il tuo cuore l’amo più del mio, perché la tua felicità viene prima di ogni mio respiro.
Perché non sei solo mia sorella, ma sei per me il nome primo dell’amicizia. Quella vera.

E’ per te, questo dolce pensiero. A maggior ragione adesso.
Per ricordarti, specialmente quando cadi, che non toccherai mai il suolo: ci sarò io a raccoglierti, prima che ciò accada. Ci sarò io ad aiutarti a sorridere ancora. E se dovremo superare la notte, non sarai mai sola: vedremo l’alba insieme, sicure che non ce ne sarà mai un’altra così bella.
Ti voglio immensamente bene, per la vita, mia cara ‘Rella.

p.s. E all'occorrenza, ricordati l'importanza di controllare l'uvetta passa. Con una bella tastata. E' fondamentale. Non solo in cucina. ;)

Soffici cuori con farina di farro alla rosa canina, crema al cioccolato bianco e melograno

Per la pasta biscotto
120 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Rossetto)
50 gr di farina di farro (Antico Molino Rosso)
4 cucchiai di acqua bollente
1 pizzico di sale
2 cucchiaini di miscela di fiori e spezie Sonnentor (pepe rosa, pezzetti di fragola, fiori di rosa, pezzetti di lampone, coriandolo, vaniglia in polvere)
4 uova
170 gr di zucchero
2 cucchiaini di lievito vanigliato

Per la crema al cioccolato bianco
500 ml di latte di riso (Isola Bio)
120 gr di zucchero 
40 gr di maizena
4 tuorli
100 gr cioccolato bianco 

Per la bagna
120 ml di tisana alla rosa canina
50 gr di zucchero
40 ml di liquore alla rosa

Melograno per decorare q.b.

Per prima cosa preparare la pasta biscotto: montare a spuma i tuorli con lo zucchero e l'acqua bollente, aggiungendo un pizzico di sale. Aggiungere le farine setacciate con il lievito. Montare a neve ferma gli albumi che avrete tenuto da parte, aggiungerli al composto insieme ai due cucchiaini di miscela di fiori e spezie.
Foderare una teglia con carta forno, versare il composto e cuocerlo per ca. 18/20 minuti a 160°C. Estrarlo a fine cottura, lasciare raffreddare e ricavare tanti cuoricini con un coppapasta apposito, che appaierete a due a due.

Preparare la bagna facendo sciogliere a fuoco moderato lo zucchero nella tisana alla rosa canina. Aggiungere a fuoco spento il liquore alla rosa e applicare sui cuoricini ben freddi.

Preparare la crema come una normale crema pasticcera: in una ciotola piuttosto capiente mescolare i tuorli con la maizena e metà dello zucchero. Portare ad ebollizione il latte in una casseruola, unendo l'altra metà dello zucchero rimasto. Togliere la casseruola dal fuoco e versarne il contenuto nella ciotola col composto di tuorli. Riportare il composto sul fuoco e cuocere fino ad addensamento. Aggiungere poi, mescolando, il cioccolato bianco tiepido sciolto a bagnomaria o al microonde. Lasciare riposare in frigo per ca. 30 minuti.

Passato il tempo di riposo, con una sac-a-poche distribuire la crema dentro i cuoricini che avrete appaiato e sopra quello di chiusura. Lavate i chicchi di melograno e distribuiteli sulla superficie come fossero piccoli e preziosi rubini. 

Del resto, persino Plinio (I sec. d.C.) nella Naturalis Historia parlava del melograno (Punica granatum) come un frutto simbolo di fecondità, abbondanza e amicizia. Come non usarlo per questi dolcetti? ;)

Con questa ricetta partecipo al contest della cara Monica di Dolci Gusti!
E se dovessi scegliere un regalo per la mia 'Rella sceglierei certamente una felpa come questa, siccome le piacciono tanto: è rosa, romantica come lei. E' semplice, proprio come il suo cuore, ma anche molto fine. 


Ho scelto questo modello anche per l'augurio che vorrei farle, esplicito e scritto anche sul la parte anteriore: 'Just the way I like it'...! Spero che possa tenerle caldo come l'abbraccio che vorrei darle per far sì che in questo momento particolare non senta freddo. Mai.

Un bacione grande!

mercoledì 19 settembre 2012

Dolce agli albumi con farina di riso, pere allo zenzero, mandorle e salvia ananas

La voce del vento era intrisa di silenzio, quella notte. 
Delle vecchie e biancastre persiane battevano ritmicamente su un muro dall’intonaco grigiastro, mosse da una brezza dispettosa e annoiata; a ridosso delle beole qualche grillo tesseva note d’argento, perso nei suoi ricordi, nascosto in un odoroso e folto cespuglio di rosmarino. Le foglie sagge delle querce salutavano l’imbrunire, vibrando dolcemente sui grossi rami, mentre il pino liberava dalla corteccia la sua linfa, profumando l’aria di ambra e resina. 
La vecchia signora adorava chiudere gli occhi e sentirne l’aroma fino in fondo all’anima: un sentore dorato e caldo, selvatico e silvestre, che la riportava nel cuore della sua infanzia. Le ricordava lunghe passeggiate tra i boschi, sogni seminati su sentieri di ghiaia, la semplicità dei giochi autunnali e il sorriso benevolo di sua madre, ruvida come la scorza del pino ma intimamente votata all’amore. Le veniva spesso in mente, come il profumo di quel caldo dolce di pere che le preparava, ogni volta che la sera osservava il cielo dalla finestra di quella piccola stanzetta, cullata da una scricchiolante sedia a dondolo: con gli occhi lucidi di malinconia, ripensava a tutti gli anni che erano trascorsi, nel bene e nel male. 
In quel muto discorso con il cielo, la tenera signora si affidava come uno scricciolo alla luce della luna, che regalava sempre alla crocchia di grigi capelli un tono celeste, quasi argentato.
Sorrise, ripensando a tutte quelle volte che vedeva la sua vecchia mamma restare seduta davanti alla finestra, muta e assorta; sorrise, ripensando a tutte quelle volte che lei le si avvicinava per chiederle cosa stesse facendo lì immobile. E sorrise ancora, con gratitudine, ricordando le sue innumerevoli parole sagge: ne aveva sempre, ogni volta che nella sua vita le nuvole coprivano ogni cosa. 
Come quella volta in cui tutto le sembrava troppo grigio e triste, tutto insormontabile e senza speranza.
<Mamma vieni via dalla finestra, tanto oggi il cielo è coperto> le aveva tristemente intimato <Cosa perdi tempo a fare?>
E lei, affabile, le aveva risposto: <Non preoccuparti tesoro. Resto qui lo stesso, in questa stanza, ad osservare la volta celeste. Mi chiedi perché?  Perché mi ha insegnato una cosa molto bella. Sai quando certe sere il cielo è leggermente nuvoloso e provi ad alzare lo sguardo per vedere se c’è qualche stella? Sai quelle sere in cui lo fai e poi subito abbassi lo sguardo perché ti pare di non scorgerne nessuna? Ecco. Forse è solo perché non osservi abbastanza: i tuoi occhi sono troppo abituati alla luce per scorgere qualcosa di meraviglioso al buio. Devi lasciare che la tua vista si abitui: non è con un rapido sguardo che puoi scorgere le stelle nella notte, ma con volontà più profonda. Se credi davvero che l’oscurità celi degli occhi angelici, allora piano piano li vedrai comparire: uno ad uno. Forse inizialmente flebili, ma ti accorgerai che presto splenderanno>.
Poi continuò: <Non perdere tempo ad inciampare nelle ombre, piccola mia. Perché lo stesso avviene nella vita: quando d’improvviso arriva l’oscurità ne siamo come accecati. Ci pare di non vedere più nulla e disperiamo, ad occhi chiusi. Invece è proprio in quel momento che dobbiamo respirare profondamente e avere molta pazienza: ti basterà lasciare che il tuo sguardo si faccia più profondo e che la tua vista si abitui. Se pensi di vivere una vita grigia e sei convinto che in essa non ci siano luci, ti basterà avere la volontà di vederle. E piano piano le scorgerai, sempre. Lascia che il buio ti mostri la bellezza commovente della luce. Lascia che la notte, una volta sopraggiunta, ti insegni nuovamente a vedere>.
Lo sguardo dell’anziana donna si velò così di bagliori madreperla. Posò una mano tremante sul cuore e sospirò, orgogliosa di aver fatto di quelle parole un tesoro per la vita. Una liquida stella cadente le scivolò sulla guancia: fu proprio in quel momento che una voce interruppe il fiume dei suoi pensieri.
<Signora cara, è ora di andare a dormire!> borbottò l’infermiera della casa di riposo <Cosa fa ancora davanti a quella finestra? Non vede che stasera il cielo è persino nuvoloso?>
L’anziana donna sorrise. Forse anche lei, un giorno, avrebbe compreso.
E dolcemente le disse: <Stavo solo guardando splendere mia madre>.


Dolce agli albumi con farina di riso, pere allo zenzero, mandorle e salvia ananas

6 albumi d'uovo
300 gr di farina di riso (Pedon Easyglut)
50 gr di maizena 
50 gr di mandorle tritate finemente
7/8 foglie di salvia ananas fresche
16 gr di polvere lievitante biologica (Biovegan, senza glutine nè fosfati aggiunti)
100 ml di latte di riso
170 gr di zucchero di canna + 2 cucchiai per spolverizzare
100 gr di margarina vegetale (Vallè Naturalmente, senza lattosio)
1 pizzico di sale
2 pere williams
succo di limone q.b.
zenzero in polvere q.b.
Zucchero a velo q.b. (Baule Volante)

Tagliare a piccoli spicchi le pere, irrorarle di succo di limone e spolverizzarle con zenzero a piacere, distribuendolo uniformemente.
In una ciotola capiente montare a neve ferma gli albumi con un pizzico di sale.
In un'altra ciotola lavorare la margarina con lo zucchero fino ad ottenere un composto gonfio e spumoso. Miscelare insieme le farine e la polvere lievitante, setacciando bene. Tritare finemente le mandorle insieme alle foglie di salvia ananas, unendole al composto di farine. Versare il tutto nella ciotola con lo zucchero e la margarina. Mescolare, aggiungendo anche il latte di riso. Il composto sarà piuttosto duro: unire a questo punto gli albumi montati ed incorporarli delicatamente, dal basso verso l'alto, per non smontare l'impasto. 
Rivestire una tortiera di 24 cm di diametro con della carta forno, versare il composto e distribuire su di esso le fettine di pera e zenzero. Distribuire due cucchiai di zucchero di canna sulla superficie, insieme ad un po' di zenzero in polvere. Infornare a 180°C per ca. 35 minuti. Spolverizzare con zucchero a velo, se si gradisce.

Questo dolce è senza glutine, senza lattosio e.. credo possa essere adatto anche per gli intolleranti al lievito: la polvere che ho utilizzato, infatti, è solo una miscela di amido di mais, cremor tartaro e bicarbonato. In genere le intolleranze al lievito riguardano quello batterico e questa polvere sfrutta invece la reazione chimica tra cremor tartaro e bicarbonato, che fa alzare il dolce in quanto genera anidride carbonica che non lascia traccia a fine cottura. A mio padre, intollerante al lievito, questa polvere a base vegetale non ha creato alcun fastidio. :) 
Aggiungo anche questa ricetta alla lista del contest del blog Amici Allergici, ossia 'Dolcemente privi di...'



Un abbraccio forte e che il vostro oggi sia pieno di luci da scoprire.

sabato 15 settembre 2012

'Pan Demonio' al grano saraceno e farro, con Habanero rosso e olive greche


Tanto tempo fa, nella Toscana del XIV sec. d.C., viveva un amabile e anziano fornaio.
Era un uomo dal cuore buono, molto povero, ma disposto ad aiutare anche con il poco che aveva i bisognosi in difficoltà. Si alzava ogni mattina prima che il sole sorgesse: a seconda della stagione, seminava e mieteva; macinava con fatica e conservava nel vecchio granaio sacchi colmi di scura e rustica farina. Sapeva bene di vivere in un periodo di grande precarietà, per cui pensò bene di far tesoro di quanto il cielo gli regalava: nonostante la fatica e gli acciacchi della vecchiaia, non mancava mai di volgere lo sguardo al sole rovente o alla pioggia, per ringraziare il Signore di quanto gli dava ogni giorno.
La grave carestia che colpì l’Europa nel 1315, tuttavia, non risparmiò il piccolo borgo medievale in cui viveva da sempre: l’inverno era stato lungo e rigido e l’estate estremamente piovosa; i raccolti ne risentirono a tal punto che i prezzi del grano salirono vertiginosamente, provocando la morte per fame di moltissimi contadini che non avevano di che nutrirsi. Le cattive condizioni climatiche portarono a denutrizione e, in breve tempo, anche al diffondersi di malattie: focolai di peste, di tubercolosi o bronchite decimavano la popolazione già indebolita dalla mancanza di cibo.
Il vecchio fornaio capì subito la gravità della situazione e pensò che era giunto il momento di usare le sue riserve, sebbene accumulate con molta fatica e sudore della fronte: il suo cuore desiderava solamente poter essere d’aiuto; sperava di poter alleviare il dolore di bambini e ammalati o di portare conforto ai sofferenti, in attesa di tempi migliori.
<Una grande ricchezza non è mai tale, se la si tiene solamente per se> diceva sempre, soprattutto a chi lo invitava a pensare di più a se stesso. <Questa diviene realmente preziosa solo nel momento in cui la si dona: ed ecco che dovunque getto il mio seme, questo vivrà e produrrà altro grano. Da una sola ricchezza ne nasceranno altre cento e sarà davvero qualcosa di grande agli occhi del mondo>.
Il fornaio allora si diede da fare, faticando giorno e notte: il suo forno non smetteva mai di funzionare. All’alba prendeva i grossi sacchi di tela e impastava la sua grezza farina con quel poco d’acqua che riusciva a trovare; ne faceva tante piccole pagnotte che cuoceva con amore fino a sera, quando le depositava con cura nel magazzino in vista della distribuzione del giorno successivo.
La popolazione glie ne fu grata: qualche bambino, recuperando le forze, riuscì persino a guarire dalla polmonite; qualche madre poté partorire e molti contadini riuscirono a sopravvivere proprio grazie al suo buon cuore.
Il Demonio però, adirato per la grande bontà del vecchio toscano, decise di scendere sulla terra per ostacolare il suo operato: quella notte infestò parte del granaio di topi, che distrussero alcune delle sue riserve di farina. L’uomo, dapprima preoccupato, si fece forza e pensò che, dopotutto, ne erano sempre rimaste delle altre.
Allora il Demonio fece scoppiare un incendio: la pioggia venne però in soccorso del povero fornaio che ritrovò la forza di lavorare al suo progetto caritatevole.
Fu così che, prendendo sembianze umane, il demone si presentò infine dal vecchio: vedendolo stanco e affaticato, fu certo che il fornaio non avrebbe disdegnato un aiuto e si propose come garzone.
Ignaro di chi stesse accogliendo, l’uomo accettò di buon grado. Di giorno producevano una grandissima quantità di pagnotte, forse il doppio di quelle che il povero anziano da solo avrebbe potuto creare: ma la notte, quando giungeva l’ora del meritato riposo, il diavolo si recava nel fienile e ingoiava senza ritegno tutto il pane che avevano prodotto con tanta fatica. Il fornaio era disperato, poiché i giorni seguenti non ebbe nulla da distribuire al villaggio: le lacrime dei bimbi affamati e dei contadini rimasti senza famiglia gli strappavano il cuore, mentre il Demonio era sempre più soddisfatto.
Il fornaio pregò allora il Signore, con tutta l’anima, perché lo aiutasse a fare qualcosa. 
Egli, dispiaciuto per il suo fragile figlio, mandò allora un angelo che gli donò dell’acqua santa: <Fornaio, impasta con questo il tuo pane di domani, ed esso sarà salvo> gli disse.
Fidandosi delle parole del messaggero, il giorno successivo fu ancora prodotta una grande quantità di pagnotte scure, profumate e calde: furono stipate nel fienile e la notte, puntualmente, il Demonio si presentò per mangiarle tutte.
Questa volta però, non appena ne addentò una, la sua bocca fu pervasa da fiamme bollenti che lo bruciarono fin dentro l’anima: l’acqua divina aveva compiuto un vero e proprio miracolo.
<Ardi, Demonio! E con te la tua ingordigia e cattiveria!> gli gridò l’angelo, sopraggiungendo in quell’istante <Che le fiamme da cui sei nato ti divorino e ti riportino nell’oscurità!>
E fu così che tra grida di dolore e di rabbia, il diavolo bruciò e si dissolse. 
Il buon fornaio poté ringraziare nuovamente il cielo e benedire con il suo cuore la vita di molti bisognosi, barattando la sua ricchezza con sorrisi d’amore.



'Pan Demonio' al grano saraceno e farro, con Habanero rosso e olive greche

250 gr di miscela per pane al Farro e Grano Saraceno (Molino Spadoni)
1/2 bustina di lievito secco attivo
1 cucchiaio abbondante di olio evo
180 gr di acqua tiepida

Per il ripieno
1 peperoncino Habanero Red Savina (se non siete abituati al piccante anche 1/2)
70 gr di olive nere greche denocciolate

In una ciotola capiente mescolare la farina al lievito, aggiungere l'olio e l'acqua tiepida. Impastare bene fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo, evitando di scaldarlo troppo. Mettere la ciotola coperta con uno strofinaccio (o pellicola per alimenti) a lievitare in luogo tiepido per ca. 15/20 minuti (io l'ho messa in forno con luce accesa).
Passato il tempo di riposo prendere l'impasto, stenderlo in modo che abbia forma di un rettangolo e preparare il ripieno.
Tagliare a piccoli pezzetti l'Habanero rosso (avendo cura di eliminare i semi, per carità!) e unirlo alle olive greche denocciolate e tagliate grossolanamente. Stendere il composto in modo omogeneo sul rettangolo di pasta, arrotolandolo e modellandolo ad 'S' (o nella forma che più vi piace).
Lasciare lievitare ancora per 2/3 ore coperto in un luogo tiepido e infine infornare a 200° C (forno statico) per circa 30 minuti. Controllare che non scurisca troppo, regolandovi in base al vostro forno! 
Sfornarlo, lasciarlo raffreddare e... sarà un ottimo rimedio contro i peccati! ;)

Con questo panino infiammato partecipo nuovamente al contest Bruciore 2012 ideato da www.toscanidasempre.it, in collaborazione con il blog Non solo piccante di Ilaria e Tommy!


Inoltre, desidero ringraziare la mia carissima amica del blog 'Squisito' per avermi donato questo premio 'Semplicity'. E' molto bello, se si pensa a quanto sia importante e preziosa la semplicità: ti abbraccio! 



Le regole per premio Semplicity sono:

Rispondere a questa domanda (che rimarrà invariata): " Che cos'è la semplicità? "
Dedicare un'immagine a chi ti ha donato il premio.
Donare il premio a 12 blogger.

- Semplicità è uno stato profondo dell'animo, che fa assomigliare ai ruscelli, alle margherite a primavera; è l'aria fresca della brezza, la trasparenza del mare, il volo delle farfalle e il canto degli uccellini quando la neve si scioglie. E' l'immediatezza di un largo sorriso, su un viso pulito. E' il sapore della memoria. E' una carezza data ad un gattino ed è la possibilità di vedere con occhi puri ognuna di queste cose.

- L'immagine che ti dono è questa, un occhio purpureo e profumato sul mondo.


- I 12 blog a cui ho deciso di donarlo sono:


Ringrazio anche la dolcissima Dory di La Buffetta per avermi donato invece il premio Cutie Pie! Grazie davvero, sei un tesoro! 


1) Nominare chi ha creato il premio: la creatività di Anna
2) Citare chi ci ha assegnato il premio: Dory di La Buffetta
3) Assegnarlo ad altri 10 blog che sono 

4) L'ultima regola è dire tre cose più carine del vostro blog o di voi stesse: su questo non posso esprimermi, poichè non sono mai stata brava a lodare me stessa o qualcosa che faccio. Non ho proprio quella che si dice una 'grande autostima' e preferisco che siano gli altri a dirmi cosa di me apprezzano o cosa no. Quindi perdonatemi, ma non mi riesce per niente facile rispondere! :)

Ovviamente come sempre la scelta dei blog a cui assegnare i premi non è stata semplice: non so se qualcuno di voi li ha già ricevuti oppure non ne accetta.. in ogni caso potete comportarvi come meglio credete, accettarli e rispettare le regole oppure non farlo. Quello che per me conta è il senso stretto del premio e mi basta anche solo un vostro sorriso! :)
Vi abbraccio forte e vi auguro un fine settimana meraviglioso! :)