giovedì 30 agosto 2012

Lascio un angelo per voi...


<Chi non trova il paradiso quaggiù
non lo troverà neanche in cielo .
Gli angeli stanno nella casa
accanto alla nostra
ovunque noi siamo>
(E. Dickinson)




Per qualche giorno, solo per qualche giorno.
Vi dono un fiore, l'incanto che in esso si nasconde, per brillare di rugiada cristallina.
Vi dono il suo profumo, aroma profondo della sua anima, perché possa permeare la vostra.
Vi dono il suo morbido sguardo, intriso di sogno. Un sorriso tra i suoi rosei veli di seta.
Per qualche giorno, almeno fino a che non tornerò.
Lascio un angelo per voi, perché possa vegliare sul vostro bellissimo cuore.


Parto nuovamente, anche se non per una vacanza. 
Ci tenevo ad avvisarvi, perché fino a lunedì non avrò modo di essere presente né di venirvi piacevolmente a trovare. 

Colgo inoltre l'occasione per ringraziare nuovamente le carissime Elisa e Debby di coccoecannella e la dolce Monica di  l'Emporio21 per avermi donato il premio amicizia.
L'avevo ricevuto in precedenza ma è come se ogni volta lo ricevessi per la prima volta, per il prezioso valore che esprime. Siete state davvero carine a pensare a me: è un gesto che ho tanto apprezzato e che conserverò nel cuore. 
Sappiate che lo ricambio con affetto sincero, estendendolo anche a tutte voi che mi venite a trovare ogni giorno, regalandomi la vostra importante e insostituibile presenza.


Spero che ogni giorno possiate godere di un sorriso sincero, di un abbraccio sentito, del supporto vero di qualcuno che vi ami e vi illumini con la sua amicizia: spesso la si sottovaluta, quando essere veramente amici significa 'divenire responsabili' di coloro a cui vogliamo bene. Significa prenderci cura profondamente di qualcuno, anche se questo potrebbe significare una rinuncia per noi stessi; comporta la capacità di essere felici per una gioia altrui, anche quando dentro ci sentiamo morire. E' amore che protegge prima un altro essere, un sentimento che non va mai tradito. 
L'offerta incondizionata di un cuore: siate sempre delicati quando lo tenete tra le mani.

Così vi saluto e vi abbraccio forte, passate una splendida notte. 
Buon fine settimana e a prestissimo! :)

mercoledì 29 agosto 2012

Rotolo dolce alla farina di mais con grappa, uva, mirtilli e ganache bianca


Rodchis tirò verso il petto le redini con fermezza e il cavallo si fermò improvvisamente con un sonoro nitrito, scalpitando nervoso. Il cavaliere cercò in qualche modo di disciplinarlo e la bestia sbuffò nell’umida e fredda aria autunnale, liberando tiepidi soffi di vapore che si disperdevano nella bruma.
I contorni dell’antico e rigoglioso vigneto, alle soglie del bosco, si confondevano in una spettrale e impalpabile nebbia. Come pensieri cupi ed evanescenti, dita invisibili ed eteree accarezzavano distratte i contorti tralci di vite, arrotolati su vecchie impalcature in legno. Un intenso sentore di terra bagnata arricchiva l’aria di un profumo quasi vanigliato, mentre la pioggia battente celava persino l’imponente voce del fiume Adda, che scorreva poco distante dai terrazzamenti.
Lo sguardo di ghiaccio del cavaliere scrutò con attenzione la fitta vegetazione, per accertarsi che non vi fosse nessuno nei paraggi. Si perse per un attimo nel silenzio, noncurante delle fitte gocce di pioggia che gli impedivano perfino di tenere gli occhi aperti; poi scese finalmente dal suo scuro destriero e lo legò ad un arbusto. Si inoltrò nel vigneto, passando un piccolo boschetto di rovi, fino a giungere dinanzi ad una grigia lapide di pietra. 
Fu proprio in quel luogo che conobbe la sua amata, lì dove ora riposava per sempre.
L’uomo appoggiò la mano sinistra alla sommità del sepolcro, percorrendone amorevolmente i contorni: i ricordi gli affollarono la mente. Rivide la rossa chioma di Ranilda accendersi al tramonto, mentre lo attendeva cogliendo uva succosa e saporiti mirtilli; ricordò il suo sorriso, largo come uno spicchio di luna. Immaginò nuovamente il profumo così buono della sua pelle, fresca di rose e lavanda. La rivide danzare per lui nel suo leggero abito chiaro e ricordò le sue risate profonde e luminose. Ricordò anche la promessa che le aveva fatto: non avrebbe permesso mai a nessuno di farle del male e sarebbe tornato per prenderla in moglie, facendola sua per sempre.
Il cavaliere deglutì, chiudendo gli occhi. E le sue lacrime si confusero con la pioggia.
Aveva promesso che sarebbe stato al suo fianco, ogni istante, per proteggere la sua tenera innocenza. Ma lui quella volta non c’era: la sua fara era rimasta bloccata da una tempesta e l’ignara Ranilda, che lo aspettava innamorata tra gli alberi spogli, fu vittima di soldati nemici intenti ad attraversare il bosco. Fu lì che la trovo, riversa senza vita nella neve; lì la seppellì con le sue mani, piantando sul suo sepolcro un cespuglio di fiori candidi e puri come la sua anima.
Eppure quei boccioli non spuntarono mai.
L’altissimo e possente cavaliere si sentì impotente e fragile come un bambino, privato della sola cosa che lo aveva fatto sentire umano e in possesso di un cuore: era convinto che la sua amata non l’avesse mai perdonato e che si rifiutasse di dare vita persino a quei fiori che le aveva donato nell’atto dell’estremo saluto. Preso dal dolore e dalla follia, Rodchis tornava ogni mese a farle visita, sperando che lei gli desse finalmente pace.
Questa volta, però, aveva giurato a se stesso che sarebbe stata l’ultima. La sua barba, ormai grigia, era segno di una vita passata nel tormento: amava quella donna, era l’unica che avesse mai amato. L’aveva amata con la stessa intensità con la quale da tempo pensava di meritare la morte. Portò allora la mano all’impugnatura del suo scramasax, elegantemente ageminato, fremendo visibilmente. Lo strinse con forza e digrignò i denti. Lo estrasse poi con rabbia, conficcò la lama violentemente al suolo e gridando cadde sulle ginocchia, come fosse stato privato di una qualsiasi forza residua.
<Perdonami, ti prego> sussurrò, affondando il viso tra le mani <Dammi la pace, levami questo tormento> continuò, singhiozzando.
<Non so più vivere, da quando ogni secondo la mia colpa mi divora; non so più respirare, da quando il rimorso mi consuma. Da anni, ogni giorno, mi reco da te, sperando in un candido bocciolo fiorito: ogni volta faccio appello alla tua clemenza, poiché non sento più di meritare il tuo cuore. Mi rifugio nel passato ed egli mi rende schiavo. Il mio sentimento è diventato ossessione, angoscia, un rovo di appuntite spine: mi trattiene, mi graffia, mi lacera l’anima. Non so più come chiederti perdono, amore mio>.
Un gelido vento soffiò forte tra le cime degli arbusti, muovendo un turbinio di foglie color ruggine.
<Ma mi priverò della vita, per ripagare la tua> disse infine con disperazione.
Allungo il braccio per recuperare lo scramasax, ma poco prima che se lo conficcasse nel petto qualcosa lo fermò: tra le lacrime potè percepire la sagoma di qualcuno che lo stava osservando.
Il cavaliere strinse gli occhi più volte, per permettere alle sue iridi color cielo di vedere nitidamente.
Un’eterea figura, dietro la lapide tombale, fluttuava dolcemente in un candido abito bianco: gli sorrise e scosse lentamente la testa.
<Mio amato Rodchis> disse, con voce lontana <Non privarti della vita quando non hai mai avuto bisogno di essere da me perdonato. Come avrei potuto incolpare te della violenza che il destino ha voluto riservarmi? Come avrei potuto, di fronte all’immenso amore che ho riposto nel tuo cuore? Non hai bisogno d’altra pace, se non quella che solo tu puoi dare a te stesso. Solo tu puoi essere fonte della tua serenità, della fine del tuo tormento: così facendo darai tregua anche al mio, che soffre nel vedere quanto il dolore ti stia consumando.>
L’uomo, incredulo, lasciò cadere a terra la lama e le si avvicinò lentamente.
<Ascoltami: non è il perdono altrui che devi supplicare. Non è la mia clemenza, né il mio cuore a doverti giudicare. Sei tu il più severo giudice di te stesso: assolviti, amore mio. Dai a te stesso la pace. Io ti amerò per sempre e ti attenderò: ma tu devi vivere ancora tutti gli anni che ti saranno permessi: promettimi che lo farai> gli sussurrò infine <Perché è solo quando riuscirai a perdonarti che avrai il vero e più pieno perdono>.
L’uomo allungò la mano per accarezzarla ma non ci riuscì. 
Fece appena in tempo a dirle che anche lui l’avrebbe sempre amata, che non l’avrebbe mai dimenticata: così l’impalpabile anima di Ranilda scomparve per sempre.
La pioggia cessò e un’ultima lacrima del cavaliere cadde al suolo: fu con immenso stupore che egli potè finalmente vedere un bianchissimo bocciolo schiudersi, proprio da quel cespuglio apparentemente privo di vita; brillava come una pietra preziosa, adornato di gocce che parevano cristallo.
E Rodchis capì che aveva infine trovato la tanto desiderata pace.


Talvolta il passato può essere fonte di dolore e tormento.
Sensi di colpa, torti fatti e subiti; sofferenze provate e inflitte, parole mai dette e scuse mai pronunciate. Rancore e delusione, affetto mai ricevuto o mai profuso: mancanze che scavano voragini profonde che portano col tempo alla devastazione dell’anima. Ci si chiede spesso quale castigo sia mai questo, quali colpe avremmo dovuto espiare e perché tutto quel dolore arrivi a permeare proprio la nostra esistenza, come se dovessimo pagare per ricevere un’agognata clemenza. 
E quel ‘perdono’ che tanto cerchiamo, che tanto tentiamo di meritare, pare non arrivare mai.
Eppure non ci rendiamo conto che, talvolta, non è tanto un perdono altrui che serve per avere sollievo dalle pene: serve il perdono verso noi stessi, verso quello che siamo stati o siamo riusciti ad essere nei momenti peggiori. E’ solo perdonando se stessi che si può sperare in una più piena e definitiva assoluzione. E’ partendo da noi stessi, da un gesto d’amore per ciò che siamo, che potremmo avere la possibilità di essere davvero liberi dalle dure catene del passato.

Rotolo dolce alla farina di mais con grappa, uva, mirtilli e ganache bianca

Per la pasta biscotto
140 gr di farina di mais fioretto (Ecor)
30 gr di maizena
145 gr di zucchero semolato
1 cucchiaino di lievito in polvere
4 uova

Per la bagna
110 ml di acqua
60 gr di zucchero
30 ml di grappa (Blanc de Morgex Papà Marcel)

Per il ripieno
200 ml di panna da montare
2 cucchiai di miele di Acacia (Casa del Miele)
2 fogli di colla di pesce
uva q.b.
mirtilli q.b.

Per la decorazione
40 gr di cioccolato bianco senza glutine (Venchi)
20 gr di panna liquida
zucchero a velo q.b.
uva q.b.
mirtilli q.b.

Montare in una ciotola capiente i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere un composto denso e spumoso. Aggiungere le farine miscelate con il lievito e continuare a montare bene. Infine, montare a neve ben ferma anche gli albumi e aggiungerli con una spatola al composto, mescolando delicatamente.
Accendere il forno a 150/160°C. Foderare una teglia con carta da forno, versarvi il composto livellandolo sulla superficie e infornare per circa 15/20 minuti.
Sfornare e lasciare intiepidire. Arrotolare delicatamente il rotolo coprendolo con uno strofinaccio asciutto. 
Mentre si starà raffreddando, montare la panna in un contenitore, aggiungere il miele e la colla di pesce sciolta in un pentolino (dopo averla precedentemente ammollata in acqua fredda). Porre in frigorifero e preparare la bagna. In un piccolo pentolino portare ad ebollizione l'acqua con lo zucchero: spegnere il fuoco e aggiungere la grappa, mescolando.
Srotolare il rotolo di pasta biscotto e stendere la bagna uniformemente. Togliere la panna dal frigo e spalmarla sulla superficie del dolce. 
Lavare l'uva e i mirtilli (lasciandone da parte per la decorazione), tagliare a metà gli acini e distribuirli sulla panna; ripetere l'operazione con i mirtilli. Arrotolare con delicatezza il dolce e coprirlo con pellicola alimentare (essendo di farina di mais risulterà molto più morbido e fragile, quindi usare la massima delicatezza!). Porre in frigorifero per almeno 6 ore.
Passato il tempo di riposo, estrarre il rotolo e decorarlo: sciogliere 40 gr di cioccolato bianco con 20 gr di panna liquida e passare la ganache sul dolce, con movimento a 'zig-zag'. Spolverizzare con dello zucchero a velo e decorare con qualche acino d'uva e qualche mirtillo. 
Adesso potete gustarvi un buon dolcetto preparato con la frutta che donna Ranilda più amava. 

....specialmente per te, Luisina! Perchè 'nonostante tutto' è possibile non privarsi proprio di nulla! ;) E noi un dolcetto potevamo farcelo mancare?

Un bacio grande e una felice notte.

p.s. mi sembrava doveroso aggiungere, per rispetto del passato e del nobile ispiratore di questa storia, che Rodchis è realmente esistito e una sepoltura longobarda a Trezzo sull'Adda (VII sec. d.C.) ne porta memoria. Si stima che fosse davvero un gigante per l'epoca (le misurazioni scheletriche forniscono un'altezza di ca. 2 metri).Tra i numerosi oggetti di corredo (spatha, scramasax, croci auree...) è stato rinvenuto anche un anello sigillo, in oro, che riporta la scritta RODCHIS VIL (Rodchis Vir Illustris), segno forse di una funzione pubblica particolare di questo personaggio: è ancora controversa e dibattuta la questione degli anelli sigillo longobardi, poiché se ne conoscono altri esigui esemplari. Si avanza l'ipotesi che potessero essere appartenuti a funzionari, collaboratori del re nell'amministrazione politica e militare (gastaldi), ma l'organizzazione della società longobarda è ancora troppo poco conosciuta per poter fornire certezze. Ecco, potrei continuare delle ore a raccontarvi di tutto questo... ma la cosa importante era rendere a Rodchis almeno memoria e onore! ;)

Infine, proprio perchè so cosa significa avere problemi alimentari e trovare numerose difficoltà ogni qualvolta mi trovo fuori casa, ho deciso di partecipare al primo contest di Simona. Questa ricetta è senza dubbio adatta ai celiaci, quindi ho deciso di cominciare con il mio rotolo al mais. Cara, aspettati sicuramente altre ricette... perchè ho intenzione di inviartene altre! 
Prendo parte quindi al contest 'Dolcemente privi di...' del blog Amici allergici.



Di nuovo un abbraccio!

giovedì 23 agosto 2012

Cous cous di farro integrale con capesante alla menta, prosecco e avocado


<Basta! Non voglio più vivere!> gridò la giovane in preda alla rabbia <Che esisto a fare se tutto non va mai come deve, se tutto non fa altro che ferirmi e distruggermi dentro?>
La vecchia signora, in piedi davanti a lei, non si scompose.
<Ti prego di calmarti> le intimò.
<Calmarmi?! Io non mi calmo e non accetto che mi si dica cosa devo fare!> continuò la ragazza, ringhiando <E tu cosa ne sai?! Pare sempre che voi anziani sappiate tutto, invece non capite niente. Niente! Fate presto a elargire i vostri saggi consigli, quando avete vissuto una vita piena e felice!>
L’anziana non rispose, cercando di mantenere una certa calma.
<Odio questa vita, la odio! Voglio morire!> urlò nuovamente la giovane <Voglio morire, hai capito?!>
Fu un gesto veloce, uno scatto inaspettato, che improvvisamente la zittì: non passò infatti nemmeno un istante, che la ragazza fu colpita da un forte schiaffo.
La vecchia signora ritrasse il braccio, confusa e dispiaciuta per una grande rabbia che non era riuscita a trattenere. Si sedette quindi lentamente, portando le rugose mani alle tempie.
Chiuse un istante gli occhi, poi li riaprì, guardando verso il basso.
<Pensi realmente che non possa capire?> sussurrò sommessamente <D’accordo>.
Dopo un attimo di raccoglimento la donna prese a parlare: <Ero piuttosto giovane quando tentai il suicidio, sai? Non avevo mai avuto nulla, ero sempre stata sola. Volevo mostrare alla vita quanto fossi arrabbiata con lei, quanto sdegno provassi nei suoi confronti e verso il mondo intero: nessuno che mi avesse mai capita, nessuno che mi avesse mai cercata, né confortata. La mia vita era costellata solo da presenze che amavano lusingarmi, usarmi e poi gettarmi. Avevo sempre raccolto tutte le mie forze per rialzarmi, per cercare di andare avanti, quando prontamente accadeva sempre qualcos’altro che mi ributtava nel buio più completo: quanto ho maledetto me stessa, quanto mi sono odiata! Quanto ho pensato di non valere nulla e quanto ho percepito l’inutilità del mio essere! Mi detestavo, perché sin da piccolina conoscevo cosa fosse la violenza, fisica e verbale. Mi odiavo perché gli altri avevano tutto, io mai nulla. Non riuscivo a guardarmi nello specchio perché persino il mio compagno mi aveva lasciata ed ero rimasta completamente sola, inerme e disperata di fronte ai giorni che passavano, graffiando come spine. Piangevo spesso, fino a farmi del male; quel male che pensavo quasi di meritare, poiché non c’era mai stato del bene per me, né un piccolo spiraglio di luce vera.
Fu così che una notte, presa dalla disperazione più cupa, decisi di recidermi le vene. Non ci pensai a lungo: con tutto l’odio che avevo in corpo spinsi quella lama tagliente nella pelle e la lasciai scivolare. Ricordo solo che tutto attorno a me iniziò a vacillare, svenni e mi risvegliai solamente in un letto d’ospedale. La cosa lì per lì mi diede ancora più tormento, poiché grazie a qualche misterioso salvatore non ero riuscita nemmeno a morire. Nemmeno di quello, mi sentivo capace. E quando tornai a casa ero più sola di prima: non sopportavo più di restare in casa e, dopo la guerra, mi fu offerto un lavoro: un posto in un orfanotrofio. Inutile dirti che colsi l’occasione al volo. Dovevo uscire da quelle quattro pareti e aiutare bambini abbandonati iniziò a farmi sentire utile: c’erano giorni felici e altri meno; c’erano pesti vivaci e anime quiete; c’era chi trovava una casa e chi invece non l’avrebbe avuta mai: tra questi, una bimba adorabile che purtroppo si ammalò gravemente.
Le tenevo la mano, quel giorno, nel letto. Teneramente. Quasi come fosse cosa fragile, la accarezzavo in silenzio, con fare lento e soave: non volevo svegliarla, mentre riposava come l’angelo che presto sarebbe diventato.
Nel pieno della sua piccola vita aveva cominciato a sentirsi stanca, sempre più stanca, tanto da non riuscire a prendere in mano una palla; tanto da non riuscire a salire su un’altalena; tanto da capire che non avrebbe più vissuto una vita da bambina. Da quando la leucemia l’aveva colpita, aveva affrontato con coraggio ogni cura possibile. Aveva resistito al dolore più atroce: a soli dieci anni aveva sofferto più di quanto si potesse immaginare. Ma non era stato sufficiente: quelli erano i suoi ultimi attimi sulla terra e cercavo di darle coraggio, di dirle che sarebbe guarita. Non volevo avesse paura. Ma era lei a fare forza a me, quando mi diceva che non dovevo preoccuparmi, che lassù l'attendeva sicuramente qualcuno e che mi avrebbe aspettata, quando un giorno lontano l’avrei raggiunta.
Mi sorrideva sempre, mentre il dolore ogni giorno le cerchiava gli occhietti di un tono sempre più scuro.
Non dimenticherò mai quell’istante, quando quel pomeriggio si svegliò: non sorrise. Non la vidi sorridere, per la prima volta in tanto tempo. Si voltò lentamente, col respiro affannoso: aveva lo sguardo pieno di lacrime, le labbra frementi. Strinse con le ultime forze le mie dita e mi sussurrò: <Non è vero che non ho paura. Ti ho detto una bugia> e scoppiò in un tenerissimo pianto. Tremava visibilmente. Mi disse che nella vita non aveva fatto niente, ancora nulla; che avrebbe voluto crescere, studiare e diventare una mamma come quella che non aveva mai conosciuto. Mi confidò che avrebbe voluto curare gli animali, che avrebbe voluto essere una bella signorina come le sue bambole, che avrebbe voluto imparare e sbagliare. Ridere e piangere. Gioire e soffrire. Mi disse che era dispiaciuta, perché il suo tempo era finito. Disse che sarebbe stata coraggiosa, perché sapeva benissimo ciò che le stava accadendo. E l’ultima cosa che mi sussurrò, prima che la sua manina mi lasciasse per sempre, fu: <Ti prego, io non voglio…non voglio morire>.
Invece in quell’istante se ne andò, capisci? Proprio in quell’istante morì.
Quella notte tornai a casa sconvolta, pensando a quanto ero stata ipocrita ed egoista. Pensai a quante volte questi eventi accadono nel mondo: ogni giorno, ad ogni ora; mentre qualcuno, come me, aveva pensato di gettare spontaneamente un tesoro tanto grande. Cosa posso capire io, mi dici? Cosa posso saperne? Forse più di quanto credi, giovane irriconoscente.>  disse l’anziana, con le lacrime agli occhi. E continuò, con la voce strozzata: <Si, perché non feci altro che pensare a tutto ciò che di buono avrei potuto vedere, a tutta la forza che avrei potuto trovare, all’immensa gioia che probabilmente aspettava solo che mi destassi dal torpore. E invece non facevo altro che gettare la spugna e commiserarmi: da allora ho giurato che niente al mondo mi avrebbe impedito di vivere, nemmeno la morte. Così finalmente conobbi tuo nonno, conobbi l’amore. Conobbi altre gioie e molti dolori; soffrii immensamente, con la stessa intensità con cui fui in grado di gioire. Ma non fui più in grado di maledirmi, nemmeno quando tua madre se ne andò lasciandoti tra le mie braccia.> L’anziana guardò la nipote con gli occhi lucidi e si accorse che le guance della ragazza erano rigate da copiose lacrime.
Allora si alzò e le diede una lunga carezza: <Credimi. Quella notte di dolore pregai immensamente Dio chiedendogli di non farmi dimenticare più, mai più, cosa offre un respiro di vita. Di non farmi dimenticare mai più cosa significa... averla, una vita>.


La vita non è che una sola.
E' pioggia ed è sole. E' dolore ed è felicità. E' sfortuna ed è anche buona sorte. 
Può essere generosa come può apparentemente levare ogni cosa; può essere gentile e altre volte immensamente dura. Può dare illusioni, realizzare sogni e distruggerne altri.
Eppure è necessario sempre ricordare quanto è importante provare a viverla, nonostante tutto: non possiamo sapere quello che il domani ci offrirà, né ciò che perderemo o che ci sarà invece regalato. Dovremmo sempre pensare a quanto sia importante, questa vita: esserne responsabili e riconoscenti, soprattutto quando capita di volerla gettare via. Bisognerebbe ricordare tutte quelle persone che avrebbero tanto voluto avere un’altra opportunità per assaporarla, un’altra occasione per ricominciare, purtroppo non concessa.
E' importante avere il coraggio necessario per rialzarsi e sperare, dopo ogni dolore, anche in nome di chi non potrà più farlo. In nome di chi questa possibilità non l'ha avuta mai.

Un pensiero ti raggiunga, piccolo angelo. Avrei proprio desiderato che tu potessi averla, un'altra opportunità.

Cous cous di farro integrale con capesante alla menta, prosecco e avocado

280 gr di cous cous di farro integrale (Poggio del Farro)
360 ml di acqua
1 avocado di medie dimensioni
1 piccola cipolla bianca
1 bicchiere di prosecco 
prezzemolo q.b.
menta tritata q.b.
dragoncello tritato q.b.
12 capesante fresche (o se preferite, anche surgelate con guscio)
sale q.b.
olio q.b.
succo di limone q.b.
pepe nero (a piacere)

In una padella antiaderente piuttosto larga cuocere la cipolla tagliata a dadini con il prezzemolo, due cucchiai d'olio, un cucchiaio d'acqua e un pizzico di sale. Quando la cipolla sarà appassita, spegnere il fuoco. A parte, tagliare l'avocado a cubetti. Irrorarlo con un po' di succo di limone e aggiungerlo al contenuto della padella, facendolo saltare solo per un paio di minuti.
Accendere il forno a 190°C e disporre le capesante su una teglia coperta di carta forno. Irrorarle con il prosecco, la menta e il dragoncello tritato, un po' d'olio e un po' di sale a piacere. Cuocere per ca. 12/15 minuti, controllando che restino piuttosto umide (in caso, se tendessero ad asciugare troppo, aggiungere dell'altro prosecco).
Sfornare, mettere da parte quattro capesante con guscio per decorazione.
Aggiungere le restanti capesante (e il succo che avranno prodotto) al composto con l'avocado e la cipolla: mescolare e lasciar riposare. 
Infine, preparare come di consueto il cous cous. Distribuirlo in una larga padella, aggiungendo un po' d'olio a filo. Far bollire l'acqua in un pentolino a parte, versarla sul cous cous e lasciar riposare con coperchio per circa 7/8 minuti. Passato il tempo di cottura, sgranare il cous cous con una forchetta e aggiungerlo al condimento. Scaldare e amalgamare il tutto a fuoco basso ,per uno o due minuti. Se gradite, potete aggiungere un poco di pepe tritato appena prima di servire!

Un abbraccio e felice serata, a tutti voi.

lunedì 20 agosto 2012

Tarte robuchon al cioccolato fondente con fichi caramellati, rhum e granella di arachidi


Ogni estate, il grande giardino settecentesco di Villa Fiorita si trasformava in un vero e proprio arcobaleno di colori: cascate di boccioli bianchi, viola e celesti adornavano l’ampia scalinata d’ingresso, mentre verdissime edere si arrampicavano su antiche colonne in pietra; tra giochi d’acqua e fontanelle rigogliose facevano bella vista di se immensi roseti profumati, corolle vermiglie e rosa tramonto. Immense siepi regolate con estrema precisione disegnavano nello spazio svariati disegni geometrici, resi incantevoli da numerose e variopinte cime fiorite.
E’ proprio tra grandi cespugli di forsizie e lillà che la contessina Angelica amava passare gran parte dei caldi pomeriggi estivi, in un infinito volteggiare di farfalle: si sedeva su una larga panchina in marmo grigio, molto porosa, portando sempre con se il suo amatissimo usignolo in una bianca ed elegante gabbia in ferro battuto. Sapendo quanto amasse quell’uccellino, suo nonno l’aveva fatta forgiare da un abile artigiano a Parigi e aveva fatto in modo che alla creatura non mancasse ogni genere di comodità: altalene dalle larghe volute, mangiatoie intarsiate e tanto spazio per poter saltellare e cantare liberamente. 
Angelica ne fu da subito entusiasta, quando le fu regalata: era certa di aver reso felice il suo melodioso amico, più di quanto potesse desiderare. Il canto armonico dell’usignolo rendeva più luminose le sue giornate e lei lo ripagava fornendogli il cibo migliore, l’affetto più sincero e ogni possibile attenzione. Non lo lasciava mai solo e passava ore a chiacchierare con lui: quasi le rispondesse davvero, non era raro vederla ridere e scherzare di fronte alla piumata creatura. Per chiunque li vedesse insieme, parevano davvero essere inseparabili.
Un giorno, però, accadde l’irreparabile. Come ogni pomeriggio, la contessina soleva dividere con il suo piccolo amico un po’ della sua mela: fece per porgergliela al di là delle sbarre, ma inavvertitamente le cadde sul fondo della gabbietta. 
Fu così costretta ad aprire lo sportellino, nel tentativo di recuperarla. L’usignolo vide allora la sua prima finestra, aperta verso il cielo: fu così che ne approfittò per volare via, finalmente libero.
La ragazza fece appena in tempo a seguirlo con lo sguardo e sentì improvvisamente un’enorme fitta al cuore. Dopo qualche attimo di silenzio, gettò con dolore la gabbia al suolo e corse via, piangendo. 
Il giorno seguente fu per lei molto triste: si rinchiuse in camera e non volle saperne perfino di mangiare. Era arrabbiata, incredula, delusa: non aveva fatto altro che donare al suo piccolo amico ogni comodità, ogni prelibatezza, il tempo dei suoi pomeriggi; aveva profuso ogni forza per far sì che non dovesse desiderare altro, per far sì che fosse felice. L’aveva amato più di quanto si potesse fare e lui se n’era andato, lasciandola completamente sola.
Mentre rifletteva, sentì bussare alla porta.
<Angelica, posso entrare?>
Un confortante profumo di tè invase improvvisamente la stanza, mentre la governante poggiò sul vecchio scrittoio di legno un vassoio con un delizioso dolce al cioccolato.
<Guarda che ti ho portato, ne vuoi provare almeno un pochino? L’ho fatto con amore sai?>
La contessina guardò i verdi e invitanti fichi sulla sommità e ne fu fortemente tentata.
<Amore. Non esiste l’amore. O il mio usignolo sarebbe rimasto! L’amore di cui parli genera solo irriconoscenza e opportunismo, in chi lo riceve!>  sbottò la ragazza, con gli occhi lucidi.
La governante le avvicinò il piattino, incoraggiandola. Sorrise maternamente e le diede una carezza: <Piccola mia, forse non hai compreso ancora cos’è l’amore. Lo scambi per egoismo, probabilmente. Credi davvero che tenere il tuo usignolo in quella splendida gabbia lo avrebbe fatto sentire amato e felice? Chi ti da questa certezza, se non tu stessa? Vedi solo coi tuoi occhi. L’amore insegue la sua natura: lui era fatto per essere libero nel cielo. Amarlo significherebbe sforzarsi di capire, perché ha avuto l’opportunità di essere felice laddove voleva essere. Sono certa che lui ti abbia amata più di quanto credi, ma non può chiamarsi vero amore quello che non ha scelta d’esistere: tenere legata a te un’anima in gabbia non ti permetterà di capire se il suo sentimento è sincero; non ti permetterà di lasciarla libera di amarti come tu eri in grado di amare. L’amore non è un rapporto obbligato, non è un sentimento formale: è libertà, cara Angelica. Piena, cosciente, splendida libertà di donare e di ricevere.>
Quando la donna uscì dalla stanza, la contessina iniziò silenziosa a sorseggiare il suo tè, accompagnandolo a qualche boccone dall’intenso sapore di fichi e cioccolato. 
Al principio non capì o forse non volle capire, ma un flebile rumore la svegliò il mattino seguente. Tutto allora fu chiaro: un insistente e cadenzato picchettare sul vetro, accompagnato da una dolcissima melodia, le restituì improvvisamente ogni certezza. L'usignolo era tornato da lei, libero e consapevole, dissipando ogni dubbio che la tormentava da giorni. 
Ora sapeva che lui l’amava davvero, che l’aveva sempre amata. 
Ma sapeva anche che non l’avrebbe mai più messo in una gabbia, per suo diletto. 
Avrebbe iniziato ad amarlo davvero.


L’amore non può essere un legame soggetto a regole, obblighi e costrizioni. 
Amare è libertà di essere se stessi; è possibilità e privilegio di scegliere liberamente di stare vicini a qualcuno, di avere qualcuno accanto. 
E’ rispetto per la natura di ogni anima, per la sua vocazione, senza per questo allontanarsi mai. E’ saper gioire della vita di chi amiamo, anche se questo vuol dire talvolta soffrire. Non c’è amore tanto grande che non accetti il sacrificio. 
Non c’è legame più forte e vero di quello che lega due anime senza catene, ma con nastri d’aria solidi come montagne.

Tarte robuchon al cioccolato fondente con fichi caramellati, rhum e granella di arachidi

Per la pasta frolla
250 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
125 gr di zucchero a velo vanigliato
100 gr di margarina vegetale (Vallè, senza grassi idrogenati) o burro.
1 uovo + 1 tuorlo
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di zenzero in polvere

Per il ripieno
(secondo canonica ricetta di M. Santin)
200 gr di cioccolato fondente al 75% (l'originale prevede al 55%, ma a me piace più forte)
150 gr di panna liquida fresca
50 gr di latte (per me latte di riso, Isola Bio)
1 uovo

Per la decorazione
5/6 fichi freschi e piuttosto morbidi
3 cucchiai d'acqua
2 cucchiai di miele di Acacia (La Casa del Miele)
1 cucchiaio di Rhum bianco
granella di arachidi salate q.b.

Preparare l'impasto per la frolla, mescolando insieme gli ingredienti fino a formare un composto omogeneo: porre in frigorifero, coperto da pellicola, per ca. 30 min.
Trascorso il tempo di riposo, stendere la pasta in un contenitore per crostate. Mettere sulla superficie un foglio di alluminio e porre sopra dei fagioli secchi o del riso crudo, per far assorbire l'umidità in cottura. 
Cuocere il guscio di frolla in forno a 180°C per ca. 20 minuti e sfornare. 
Preparare dunque il ripieno: in un pentolino portare quasi a bollore la panna e il latte. A fuoco spento unire il cioccolato tritato finemente e mescolare energicamente. Aggiungere infine l'uovo sbattuto. Amalgamare, riempire il guscio di frolla e mettere nuovamente in forno a 110/120°C per altri 20 minuti ca. (la consistenza del composto dovrà risultare compatta).
Mentre il dolce si raffredda, tagliare i fichi a metà e metterli in un pentolino con l'acqua, il miele e il rhum. Cuocere finchè non caramelleranno (ca. 4/5 minuti, ma sarà visibile), lasciare intiepidire e porre i fichi al centro della tarte. Cospargere di granella di arachidi, lasciar raffreddare bene e dividere il dolce con coloro che amate.
p.s. con questo caldo anche fredda di frigo è squisita!

Prima di concludere, ringrazio infinitamente la cara Kiara del blog 'La pancia del lupo', per aver pensato anche a me donandomi questo premio: ho apprezzato tanto il tuo gesto gentile. Credimi! Sei stata proprio carina.


Ci sono moltissime persone a cui vorrei girarlo, ma alcune lo hanno già ricevuto e altre non ne accettano. Ho pensato così, questa volta, di donarlo a:
Margò di 'Mamma che mousse!'
Artù di 'La casa di Artù'
Letizia di 'The miss tools
Giada de 'L'isola di Giada'
Celeste di 'La cucina Celeste'
Maria di 'En la cocina'

Avrei voluto donarlo anche a te, Sabi, ma ho visto che sono stata di poco preceduta! In ogni caso, farò a te un augurio speciale perchè l'amore vero, quello senza catene nè limiti, permei la tua intera esistenza. Perchè sia quello a guidarti lontano da persone senza cuore e vicino a quelle che invece te lo riempiranno! 

Vi abbraccio tutti con cuore e amicizia perché, al di là di un premio, ognuno di voi è per me una goccia di felicità: ogni giorno. :)
Buonanotte e sogni d'oro! 

venerdì 17 agosto 2012

Orecchiette fresche alle mazzancolle, con crema di ceci alla salvia e miele di Castagno


Una chioma verde, folta, nell’immensa distesa di fieno riarso, seccato e bollente di sole.
E un lungo, denso silenzio. Occhi di bruna corteccia persi fieri nell’orizzonte, mentre l’alito torrido del vento ne scompiglia e ne agita le fronde caparbie.
Immobile, impassibile: alto e fiero, nel più totale deserto di mietute erbe dorate.
<Dimmi, cuore terrestre: dimmi il tuo segreto. Anche tu vivi nel vuoto, anche tu abiti un arido deserto. Eppure il sole non ti brucia, la linfa palpita sotto la tua rigida scorza; non hai paura d’essere l’unico soldato sopravvissuto, contro l’esercito della solitudine. Attendi, silvestre guerriero, non abbassi mai la chioma>
E la brezza ne porta la saggia e antica voce:
<Io porto con me il presente, il passato e il futuro. Conservo il segreto della vita: le mie radici affondano in un solido terreno, così che le tempeste non possano sradicarmi; il mio tronco si è fatto di dura corteccia nei rigidi inverni, così che nessuno possa abbattermi; il mio cuore resta di tenero legno, così che non mi perda nemmeno la dolcezza dell’esistenza. Non ho mai smesso di pregare, i miei rami volgono al cielo; né ho mai smesso di donare: tenere foglie germogliate con amore possono essere ristoro, per anime di passaggio; non posso permettermi di bruciare, quando per primo sono stanco dell’aridità che ho attorno. Non mi stendo e non mi riposo, perché anelo a raggiungere il cielo: il vento mi sussurra i sogni più dolci e io li racconto agli angeli, la notte, guidato e protetto da luminose stelle. E’ la che voglio arrivare, crescendo: e ho solo una vita per farlo. Così son guerriero, così son diverso: così sopporto il freddo e il gelo, così resisto ai fendenti di sole in estate. Il cielo prima o poi sorride, alle creature che volgono a lui anima e cuore. Allunga la mano verso la volta stellata, tendila durante le mattine turchesi e durante i pomeriggi cupi e grigi: qualcuno la stringerà, abbi fede. Ricordati- di combattere il deserto>.


Anelare al cielo, come il silvestre e caparbio guerriero.
Troppo spesso mancano solide radici, manca forza di resistere alle raffiche del vento; troppo spesso si smette di pregare, di sperare e di lottare. Troppe volte si chiude il cuore all’essenza della vita, dimenticando la bellezza del donare: spesso è proprio quando non si ha nulla, che si può donare tutto.
Allungare i nostri rami al cielo permette al turchese di afferrarci: nessuna mano può essere stretta, quando la si ritrae.
Affondare una radice, anche una sola, nel presente, permette di ancorarci lentamente ad un terreno mai avuto: non bisogna disperare se si è cresciuti senza. E’ ciò che si fa dell’oggi, a fare il domani.
Ascoltare i sogni del vento e raccontarli alle stelle, ogni notte, è una possibilità per incontrare gli angeli. E, proiettati nel futuro, saremo anche custodi di un nuovo passato e di un incredibile, inaspettato presente. 
Apri gli occhi e dì a te stesso: <E’ adesso, il mio momento>.


Orecchiette fresche alle mazzancolle, con crema di ceci alla salvia e miele di Castagno

500 gr di orecchiette fresche (per 6/7 commensali, al limite dimezzare la dose)
1 cipolla bianca di medie dimensioni
300 gr di mazzancolle
6/7 foglie di salvia di medie dimensioni
2 cucchiai di miele di Castagno (La Casa del Miele)
200 gr di panna Chef Yo (allo yogurt magro)
200 gr di ceci lessati
olio evo q.b.
sale q.b.
Granella di noci q.b.

Mettere in una padella antiaderente piuttosto larga la cipolla tagliata a dadini piccoli, un po' d'olio, un po' di sale e un goccio d'acqua: cuocere a fuoco lento fino a che la cipolla non sarà appassita. Spegnere il fuoco. Con l'aiuto di un frullatore ad immersione, frullare insieme la panna allo yogurt, le foglie di salvia, un po' di sale, un cucchiaio abbondante di olio, il miele e la metà dei ceci lessati.
Unire il composto alla cipolla in padella e mescolare. In un'altra pentola far cuocere le mazzancolle, sgusciarle e privarle del filetto nero. Cuocere le orecchiette in acqua bollente salata per ca. 3 minuti, scolarle e rovesciarle nel condimento, mescolando bene a fuoco lento. Quando la panna si sarà un poco addensata, spegnere il fuoco e aggiungere le mazzancolle e i ceci rimasti. Amalgamare bene con un cucchiaio di legno e servire caldo, cospargendo di granella di noci.

Un bacione e che sia una giornata splendida per tutti voi.

lunedì 13 agosto 2012

Dolci cuoricini alla farina di farro integrale, grano saraceno e sciroppo d'Agave


Quei corridoi così asettici, freddi e vuoti, non erano mai piaciuti a Maddie: specie da quando era costretta ad andare a trovare il suo fratellino, operato di appendicite. L’odore intenso di disinfettante la infastidiva moltissimo, pervadendo le sue narici: non sapeva proprio spiegarsi come quelle pareti verde ghiacciolo non profumassero affatto di menta, tutt’altro. 
Ogni volta che entrava all’ospedale, non vedeva l’ora di uscire e si aggrappava forte alla gonna di sua madre, tenendo una manina sul naso. 
<Mamma, quanto ancora dovremo venire qui?> le chiedeva spesso, mentre percorrevano il lungo corridoio del reparto di chirurgia <Non mi piacciono queste porte bianche e questa luce così cupa.
<Devi avere ancora un po’ di pazienza> si sentiva sempre rispondere, ma quella pazienza ormai stava per finire. 
Quel martedì infatti si era proprio stancata di stare nella cameretta del fratello, perché lui dormiva sempre e lei si annoiava moltissimo. Decise quindi di fare un piccolo giretto. E fu proprio quel giorno che qualcosa cambiò. 
Seguì le raccomandazioni della madre e non si allontanò molto, ma quel poco fu sufficiente per essere attratta da una graziosa infermiera, intenta a preparare delle medicine nel suo carrello. 
Maddie le si avvicinò.
<Ciao, sei bella sai!> sentenziò, con l’innocenza tipica dei bambini <Come ti chiami? Cosa stai facendo?>
La giovane le sorrise, sorpresa. 
<Ciao a te, piccina. Io mi chiamo Celeste e sto preparando le medicine per una signora, che dorme qui dentro> disse poi, indicando la porta dietro di lei.
<Sta molto male?> domandò preoccupata la bambina <Che cos’ha?>
Celeste sospirò.
<Si, purtroppo sì, cara. E’ molto malata e vorrebbe solo dormire, non ha nessuno che viene a trovarla e non vuole nemmeno più prendere le medicine> disse, abbassando lo sguardo <Ora vai dalla mamma, io andrò a visitare la vecchia signora, va bene?>
Maddie tacque: vide l’infermiera appoggiare la mano sulla maniglia, aprire lentamente la porta e tirare il carrello dietro di se. Fece appena in tempo a curiosare e ciò che vide la scosse profondamente: una donna molto magra, debole e anziana era stesa in un letto color neve. Non si muoveva, pareva perfino non respirare. Aveva lo sguardo ceruleo e fisso sui vetri della stanza: vide l’infermiera insistere, nel tentativo di curarla, ma non c’era nulla da fare. 
La bambina corse via e non profferì parola, nemmeno quando la madre la portò a casa: rifletteva, profondamente. E lo fece fino a tarda sera.
Prima di dormire, tuttavia, si illuminò: <Mamma, il mio fratellino tornerà presto perché gli vogliamo bene vero?>
<Certo, tesoro> le rispose, prima di chiudere la porta della cameretta <Domani torneremo a trovarlo, ora riposa>.
Maddie sfoggiò allora un sorriso trionfante, buttò indietro le coperte e prese dal suo comodino un vecchio sacchetto vuoto. Si sedette sul bordo del letto e chiuse gli occhi, cominciando a contare. Resto lì a lungo e, quando fu troppo stanca per continuare, legò grossolanamente con un grosso nastro di raso l’apertura del contenitore in tela. Infine sognò.
L’indomani, all’ospedale, non tormentò più la madre: tenne stretto tra le mani il suo vecchio sacchetto e camminò veloce fino al reparto di chirurgia. Mentre la mamma chiacchierava col suo fratellino, ne approfittò per uscire dalla stanza e corse subito a chiamare l’infermiera Celeste.
<Ti prego, dobbiamo andare dalla signora malata, mi ci porti?> le chiese insistentemente, più e più volte. E fu così determinata che infine riuscì a vincere la naturale resistenza della ragazza: Celeste la prese per mano e l'accompagnò.
Maddie entrò allora nella stanza, lasciò la mano dell'infermiera e si avvicinò al letto. Salì sul bordo del materasso goffamente, poi avvicinò le piccole labbra alla fronte dell’anziana, sfiorandola con un dolcissimo bacio. Le accarezzò la guancia con la manina e, sorridendole senza qualche dentino, le porse il suo sacchetto: <Tieni, ti ho portato un regalo. Prova a guarire, signora: qui dentro ti ho messo tanti pensieri d’amore, prendine uno ogni volta che ti senti triste. E se finiscono, te ne regalerò altri. Perché io verrò a trovarti, sai. Io ti voglio bene, perciò non preoccuparti: guarirai!>.
La vecchina riuscì finalmente a piangere e strinse tremante la mano della piccola, con gli occhi pieni di stelle: dopo molti giorni aveva appena assunto la sua prima, efficace medicina.


Essere vicini a qualcuno non vuol dire essere ‘formalmente’ presenti, non è così semplice: a volte ci si scopre soli perfino in mezzo alle folle. Talvolta infatti, quando ci si ammala, non è sufficiente essere curati da medicine o infermiere. E’ necessaria la cura più potente al mondo: l’affetto sincero, l’amore. Solo attraverso di esso le medicine hanno speranza di entrare in circolo, pompando con i battiti del cuore, non più raffreddato dalla solitudine. Non esiste anima oppressa che ha speranza di guarire, senza il calore di coloro che l’amano: bisogna ricordarsene spesso, quando qualcuno accanto a noi soffre, se si vuole avere la vera chiave per la sua guarigione.

Dolci cuoricini alla farina di farro integrale, grano saraceno e sciroppo d'Agave

145 gr di farina di Farro integrale (Antico Molino Rosso)
30 gr di farina di Grano Saraceno (Ecor)
1 uovo
50 gr di olio di semi di mais
50 ml di sciroppo d'Agave (Baule Volante)
1 pizzico di sale
1 cucchiaio di latte di soia (facoltativo)

Miscelare le farine con un pizzico di sale, aggiungere l'olio di semi e lo sciroppo d'Agave. Mescolare grossolanamente e aggiungere l'uovo. Lavorare il tutto fino ad ottenere un impasto piuttosto liscio e compatto: ci vorrà un pochino, ma non demordete (se l'impasto tenderà a sbriciolarsi troppo, aggiungere un cucchiaio di latte di soia). Stendere direttamente la pasta ad uno spessore di ca. 5 mm e ricavare dei biscotti utilizzando una formina sagomata a cuore. Disporre i biscotti su una teglia coperta di carta da forno e infornare per ca. 8/10 minuti a 175°C.
Lasciare raffreddare e... mangiare senza troppi sensi di colpa.
Questi biscotti, oltre ad essere adatti agli intolleranti alla farina di frumento o al lattosio, sono adatti anche per chi è a dieta e vuole concedersi comunque un piccolo attimo di dolcezza!

Anzi, visto che è anche l'ora del té, ve ne offro qualcuno con piacere. :)
Un bacione!

venerdì 10 agosto 2012

Stelle croccanti al profumo di dragoncello con amaranto, zucca e tomino di Langa


Quella notte d’agosto il cielo pareva un’immensa distesa di velluto blu, impreziosito da innumerevoli diamanti. Tra le vette dei monti le stelle parevano brillare più di quanto avessero mai fatto, come luminosi e tremuli occhi angelici. 
Qualche impalpabile nuvola, illuminata dall’argentea luce lunare, passava silenziosamente nella volta stellata: distratta, sognante, pareva accarezzare il cielo sfiorandolo di cotone.
Solamente i grilli, col loro ipnotico canto, riempivano il silenzio assordante della notte e un intenso profumo di legno umido e fiori di campo donava al vento fresco un aroma tipicamente estivo.
Dal rustico balcone di una piccola baita, tra gerbere bianche e petunie violacee, qualcuno osservava incantato e speranzoso la volta celeste. Aveva il nasino all’insù ormai da una buona mezz’ora, seduto in ginocchio su un vecchio sgabello di paglia.
Con i gomiti ben poggiati sulla ringhiera, puntellava il mento con le sue manine, un po’ assonnato ma deciso a insistere: desiderava tanto vedere almeno una stella cadere, prima di coricarsi.
Paziente, si lasciò cullare dai grilli e dalle cicale; contò le falene, richiamate dall’ingannevole luce dei lampioni; rincorse con lo sguardo i contorni delle grosse pietre del selciato. Ma non passava attimo che non alzasse lo sguardo, per timore che qualche scia solcasse il cielo a sua insaputa.
Sbadigliò. Si stancò e forte sbuffò.
<Ehiiii!?> un vocino lo rimproverò <Che maniere sono?! Se non mi fossi appeso mi avresti fatto cadere!>
Il piccolo al principio non capì, ma potè presto vedere un lucido ragnetto nero appeso al legno della ringhiera su cui era appoggiato.
<Un ragno! Sei tu?> chiese stupito.
<Si certo, sono io! Chi credevi che fossi? Una stella cadente?> gridò arrabbiato.
<Magari, ragno. Scusami se ti ho soffiato addosso. E’ che sono qui da tanto sai? Non ne vedo nessuna.>
Il bambino abbassò lo sguardo, rattristato. 
Il ragno sospirò. Si intenerì e abilmente si arrampicò sul corrimano, fino ad arrivare vicino a lui.
<Vedrai che prima di riposare una scia d’argento ti riporterà il sorriso>
<Tu guardi mai il cielo, ragno?> domandò il piccolo.
<Oh certo.. ci sono sere in cui si vedono persino brillare i pianeti: Marte, Saturno, Venere… Ma lo spettacolo più grande è senza dubbio il manto stellato. Non credì?>
La creatura sorrise, mettendosi comoda.
<Aspetto un poco con te. Ma dimmi: se tu potessi scegliere, vorresti essere un pianeta o una stella?>
Senza pensarci due volte, il bambino gridò: <Un pianeta! Grande, potente, come la Terra! Sarei fortissimo!>
Il ragno rise: <Credi davvero che i pianeti siano più grandi delle stelle? Ah, me lo immaginavo! Tutti uguali voi bambini.>
Il ragazzino corrugò la fronte.
<Sai che esistono stelle più grandi dei pianeti?> continuò la bestiola, indicando con la zampina un punto del cielo <Guarda, ad esempio quella: è Vega! Ed è più grande persino del sole!>
<Non è vero> incrociò le braccia deluso il bimbo <Io voglio essere un pianeta!>
<Sii quello che ti pare, ma tutti sono capaci di essere pianeti. E’ essere stelle che è un vero privilegio!>
<Che vuoi dire?>
<Le stelle hanno un dono immenso, piccolo. E’ vero, sono anche destinate talvolta a cadere. Ma restano più forti di tutti i pianeti! Perché sanno brillare di luce propria, piccole o grandi che siano. I pianeti non fanno altro che riflettere la loro luce, eppure non ne sanno emanare.>
Il bambino lo ascoltò attentamente.
<Il potere di chi porta la luce dentro, di chi la sa usare per illuminare la vita degli altri, è qualcosa di impagabile: mentre tutti si trovano, prima o poi, a godere di un raggio, è da pochi saperlo irradiare da dentro. Tutti sono capaci di ricevere luce, pochi la sanno donare. Perfino a chi non lo meriterebbe: credi che per le stelle sia semplice brillare ugualmente ogni notte, mentre pochi alzano lo sguardo per ringraziarle? Credi sia facile per loro sorridere quando quaggiù la gente si perde in cattiveria e dolore?> Il ragno sospirò <Eppure lo fanno lo stesso, perché non sanno smettere di amare.>
Alle sentite parole del ragnetto, finalmente una scia luminosa passò la volta stellata da parte a parte, maestosamente.
Il bambino la vide e stentò a parlare: <La stella, ragnetto!> urlò <La stella!>
<Presto piccolo, esprimiamo un desiderio!> disse la bestiola saltellando e chiudendo…tutti gli occhietti.
Il bimbo strinse forte le palpebre e unì speranzoso le mani: i due amici liberarono così nel cielo un loro sogno, sorridendosi poi felici a vicenda.
Certo, entrambi erano molto curiosi di sapere quale desiderio avesse espresso l’altro: ma si sa, i desideri non vanno mai rivelati. Devono restare un segreto tra noi e le luminose scie d’argento. 
Eppure il piccolo ragnetto avrebbe scommesso che, dietro a quegli occhi serrati e quel cuore ancora giovane, qualcuno desiderò profondamente di diventare, da grande, ‘una stella vera’. 


A tutti voi, perchè questa notte possiate vedere numerose stelle cadenti, credendo nei desideri più profondi del cuore. 
A tutti voi, perchè possiate godere dei vostri sogni poi realizzati; perchè possiate essere nella vita delle stelle vere, con tutto ciò che questo comporta: sarà sempre un immenso e ineguagliabile dono.
A te, piccolo e bianco batuffolo, che hai saputo amare anche chi ti ha odiato e regalato della vita quando stavi per morire: ora che sei una stella, grande e luminosa, nessuno ti farà cadere più. 
La notte sarebbe certo meno felice, se non fossi nata tu ad illuminarla.

Stelle croccanti al profumo di dragoncello con amaranto, zucca e tomino di Langa

120 gr di amaranto
240 gr di acqua
200 gr di zucca
1 piccola cipolla bianca
1 uovo
1 cucchiaio di dragoncello tritato
90 gr di farina di mais per impanature + altra per infarinare
1 tomino di Langa con latte di capra al 100%
sale q.b.
olio evo q.b.

Cuocere l'amaranto nell'acqua per ca. 40 minuti, avendo l'accortezza di non farlo attaccare (io ho usato una pentola antiaderente). Una volta cotto, lasciare riposare con il coperchio per ca. 10 minuti. Tagliare la zucca a pezzetti, la cipolla a dadini piccoli, tritare il dragoncello e mettere in una padella con un po' di acqua, un po' di olio evo e del sale. Far cuocere fino a che la zucca non si sarà ammorbidita, poi schiacciarla con una forchetta fino ad ottenere un composto piuttosto pastoso. Lasciare raffreddare. Nel frattempo tagliare a dadini il tomino di capra. 
In una grossa scodella unire l'amaranto, il composto di zucca, l'uovo, la farina di mais e i pezzetti di tomino di capra. Mescolare e formare delle piccole palline che metterete in una formina sagomata a stella. Premere, livellare ed estrarre la crocchetta delicatamente (d'accordo, non è un'operazione facile, ma se volete semplificarvi la vita potete fare dei semplici medaglioni!) e passarla poi in altra farina di mais. Depositarla su una teglia coperta con carta da forno e continuare il procedimento fino ad esaurimento del composto.
Cuocere in forno statico ben caldo a 200°C per ca. 20 minuti, fino a doratura.
Esprimete un desiderio e... buon appetito!

Un abbraccio grande e buona notte di San Lorenzo!

mercoledì 8 agosto 2012

Focaccia dolce con farro e latte di Kefir, cioccolato al latte e mandorle a lamelle


Il sole era alto, nel cielo turchese di quel torrido agosto. 
Le sue braccia roventi si allungavano sulla terra, riscaldando ogni cosa che passava sotto il tocco delle sue calde dita: le piastrelle di pietra del vecchio cortile rilasciavano il loro bollente respiro nell’aria, confondendo i contorni di ciò che vi si osservava attraverso; poco più in là, su un muretto di cemento, delle lucertole si rincorrevano sinuosamente, giocando vispe tra i tralicci dell’uva. Le cicale cantavano nel silenzio assordante del primo pomeriggio, accompagnando i sogni lievi delle api sopite, mentre sui viali qualche foglia volteggiava vorticosamente alla rara brezza estiva. 
Il mondo pareva non voler far rumore: persino l’erba, ingiallita dai raggi roventi, pareva esprimere tutta la sua pigrizia distesa sulla terra secca. Qualche farfalla volava distrattamente, accaldata e sognante, posandosi qua e la sul viso di grandi girasoli che facevano capolino da una vecchia recinzione di legno.
L’anziano ometto aprì lentamente la porta a vetri, uscendo sul balconcino. Osservò il suo piccolo e amato giardino e si avvicinò alla cassetta degli attrezzi. Rovistò un poco, sospirando accaldato, finchè ne estrasse una cesoia.
<Curi le piante, nonno?>
Il vecchio signore si voltò e vide il nipotino sulla veranda, mentre si stropicciava gli occhi ancora assonnato.
<Ti sei già svegliato? Non hai voglia di stare ancora un po’ a riposare vicino alla nonna, con questo caldo?>
Il piccolo scosse lentamente la testa: <No, voglio aiutarti adesso> disse, sbadigliando con tenerezza.
Il nonno allora gli fece segno di avvicinarsi. Prese uno sgabello di tela ormai consunta, lo aprì e vi si accomodò, facendo sedere il nipotino su una sua gamba.
<Ecco qui. Adesso accomodiamo un po’ queste primule, va bene?>
<Perché? Cos’hanno che non va?> chiese il bimbo incuriosito, dondolando un poco con i piedini nudi.
<Queste qui non vanno> gli sussurrò piano l’uomo, indicando delle foglie raggrinzite, malate  e bruciate dal sole <Le vedi? Adesso glie le tagliamo. Stai attento, guarda come faccio io>.
Prima però che l’uomo potesse usare le cesoie, il piccolo fermò la mano del nonno: <Fermati! Ma così gli farai del male!> osservò, preoccupato <Solo le piante morte si tagliano, sennò le fai soffrire!>
L’anziano ridacchiò, reclinando un po’ il capo.
<Dici che gli faccio male? Beh, forse un po’ hai ragione. Ma se non lo faccio, rischio solo di farle stare peggio. Sopporteranno, vedrai. Loro vogliono così, sanno che lo faccio per il loro bene.>
<Ma se gli fai del male, non gli fai del bene!> osservò confuso il nipotino.
<Vedi, se lasciassi queste foglie malate, certamente domani ne troveremo altre ingiallite. Poi il giorno dopo ancora, fino a che la piantina appassirà del tutto. Il male contratto da alcune foglie passerebbe inevitabilmente ad altre e alla fine noi l’avremo persa per sempre>.
L’uomo si asciugò la fronte accaldata con un fazzolettino, poi continuò: <Trattare le primule è un po’ come trattare noi stessi, sai? So che è complicato da capire, ma la stessa cosa succede a noi quando abbiamo un grosso dispiacere: parte di noi si ammala e soffre, ma siamo sempre restii a togliere ciò che è incurabile, per timore di soffrire maggiormente. Essere titubanti allora è un male, perché il nostro malessere può col tempo intaccare anche ciò che di sano ci resta, facendoci appassire lentamente. E’ necessario quindi raccogliere del coraggio e tagliare dalla nostra vita le foglie appassite, affrontando un momentaneo e piccolo dolore in virtù della guarigione definitiva, prima che la malattia si diffonda nella totalità delle cose impedendoci di vivere sereni>.
Il bimbo restò un attimo perplesso, poi annuì: <Va bene, allora facciamola guarire!>
Così il nonno, soddisfatto, iniziò il suo lavoro, sempre seguito dallo sguardo attento del nipotino.
E tra sole rovente ed erba addormentata, ben presto si diffuse nell’aria anche un dolce e intenso profumo, che richiamò i loro sensi: <E’ ora, piccino! Andiamo a fare un po’ di merenda> disse l’anziano, facendogli l’occhiolino <La nonna a quanto pare si è svegliata e ha sfornato la focaccia che ti piace tanto: le primule non ce ne vorranno di certo, se per questo le faremo attendere un pochino!>



Delle volte restiamo attaccati ad alcuni ricordi, sensazioni o esperienze spesso tristi e dolorose, come fanno le gocce di pioggia ostinatamente appese alle grondaie: fragili, disperate, indotte dal destino- come fosse gravità- a cadere verso il basso, ma testardamente convinte a non mollare la presa, con tutte le loro forze. 
In realtà così facendo non facciamo altro che ostacolare il corso della vita e della memoria che, noncurante del nostro tormento, avanza. 
E’ necessario allora raccogliere tutta la fermezza possibile e tentare di non tergiversare oltre: quando è possibile bisogna recidere le ‘foglie appassite’, per evitare che contaminino completamente la vita. E’ fondamentale capire l’importanza del coraggio: talvolta è inevitabile affrontare ‘una piccola sofferenza’, per sperare di rifiorire nuovamente.

Ogni giorno rimandato, è un giorno rubato alla nostra felicità.

Focaccia dolce con farro e latte di Kefir, cioccolato al latte e mandorle a lamelle

140 gr di farina di Farro (Antico Molino Rosso)
100 gr di farina Manitoba '0' (Molino Chiavazza)
180 gr di farina 00 (Antigrumi Molino Chiavazza)
200 ml di latte di Kefir
50 ml di acqua
1/2 cubetto di lievito di birra
2 cucchiai di burro fuso
1 cucchiaio di zucchero di canna (Eridania) + una bustina di zucchero di canna (Eridania)
1 pizzico di sale

Per l'interno:
100 gr di cioccolato al latte (Milka)
zucchero di canna (Eridania) q.b.

Per la decorazione:
latte q.b.
zucchero di canna q.b.
mandorle a lamelle q.b.

In una ciotola versare l'acqua, il latte di kefir e la bustina di zucchero di canna: intiepidire leggermente e sciogliere nel composto tiepido mezzo cubetto di lievito di birra. Attendere ca. 20/30 minuti, finchè non inizierà a fermentare. In un'altra scodella piuttosto capiente miscelare le farine, il pizzico di sale, il cucchiaio di zucchero di canna, il burro fuso. Aggiungere il contenuto fermentato della ciotola, impastare grossolanamente (sarà un po' più morbido e appiccicoso del solito, dunque aiutarsi con un po' di farina extra nella lavorazione, cospargendola sulle mani). Coprire con un po' di pellicola e mettere a lievitare per un paio d'ore in un luogo tiepido (io l'ho messa nel solito forno spento). Passato il tempo di riposo, dividere l'impasto in due parti: stendere la prima parte, dandole forma rettangolare. Tagliare il cioccolato al latte a cubetti piccolini e cospargerli sulla superficie; spolverare con zucchero di canna a piacere. Prendere l'altra metà dell'impasto e stenderla sempre in forma rettangolare, appoggiandola sopra alla base precedente. Premere bene e delicatamente, cercando di sigillare i bordi esterni il più possibile. Fare pressione con le dita in modo da ottenere delle piccole conche sulla superficie. Spennellare con un po' di latte, cospargere nuovamente con zucchero di canna e con mandorle a lamelle. Lasciare ancora a riposo per ca. 20/30 minuti e infornare a 200°C per 20 minuti.
Sfornare, lasciare raffreddare e assaporare.

Da un po' non usavo cioccolata nelle ricette, ma credo che l'ispirazione venga a seconda di quello che il nostro corpo o la nostra anima sente di volere: e la mia la reclama.
Spero passerete un sereno pomeriggio, un bacio grande.