sabato 18 luglio 2015

I maccheroni dolci di Paul Klee e... il secondo giveaway del bosco!

Paul stese l’ultima, intensa, vibrante pennellata di colore sul leggero tessuto in mussola che aveva di fronte. 
Un deciso color carminio riempì i contorni di un tondo palloncino sospeso a mezz’aria, circondato da una flebile aura giallastra; le sue linee così armoniche e morbide, in uno spazio quasi sospeso nel tempo, contrastavano piacevolmente con uno sfondo squadrato, essenziale e coperto da rigide campiture giallastre, verdognole e oltremare. Tonalità decise, viscerali, che pervadevano la sua anima estrosa fino a colorarla dall’interno; sfumature di una realtà nascosta che riuscivano a farlo sentire quasi totalmente posseduto dalla forza vibrante dell'arte.
L’uomo fissò con i suoi grandi occhi color pece la tela che aveva appena terminato di dipingere, con lo sguardo profondo e indagatore che sapeva sfoggiare da quelle iridi nere, quasi incavate nelle orbite; sfregò più volte con la mano sinistra l’ispida barba nera, inquieto e ombroso come la notte, inarcando verso il basso le sottili labbra che parevano quasi scolpite sopra alla linea del mento.
Quando decise che fu pago della sua opera, abbandonò il pennello ancora intriso di tempera ad olio sul tavolino di servizio, sedendosi finalmente su una comoda sedia di paglia intrecciata. Fu allora che la sua mente si liberò da ogni pensiero, notando con piacere che l’adorata moglie Lily aveva già silenziosamente provveduto a lasciare accanto a lui della frutta fresca e saporita, utile al suo ristoro: il viso malinconico di Paul ben presto si distese, mentre assaporava rossi e succulenti lamponi appena colti, la corposità di alcuni pezzetti di una candida e lattiginosa noce di cocco, insieme alla croccantezza di verdi e vibranti pistacchi lievemente tostati. Reclinò da un lato il capo e sospirò, meditando e masticando lentamente, mentre osservava la serie di dipinti che aveva accatastato da tempo ai lati della sala e che presto sarebbero certamente stati esposti in qualche mostra a Berlino: istantanee di una materialità essenziale, nascosta solo e soltanto nella sua mente; una realtà forse inconcepibile per chiunque non avesse per un istante strappato quegli occhi dal suo stesso volto, usandoli come una lente per vedere ciò che lui esattamente vedeva.
Se c'era una cosa che lo aveva sempre stupito, infatti, era il comportamento dei più durante le sue esposizioni. Notava ogni volta incuriosito come non ci fosse sguardo che leggesse nelle sue opere una medesima e concorde versione di ciò che aveva davanti: v’era chi si sentiva parte dei toni d’ombra, percependo nelle sue pennellate oltremare un chiaro segno di distintiva e schiva inquietudine morale; v’era invece chi si sentiva rapito dai toni caldi e vibranti del rosso e del giallo, attribuendogli un carattere estroso e pieno di energia. V’era addirittura chi, persino dinanzi a lui, si compiaceva di credere d’aver compreso appieno i moti del cuore dell’artista, inconsapevole di aver clamorosamente sbagliato nell'interpretazione: allora Paul taceva, fissava la gente in modo pungente e accennava un rassegnato sorriso, lasciandosi trasportare alla deriva dalle onde deliranti del giudizio umano. 
In fondo lui l’aveva sempre affermato, ogni qualvolta gli si chiedeva come da artista percepiva la consistenza del mondo: <La realtà non è quello che semplicemente si vede> si limitava a commentare <Ma è ciò che sai scoprire al di là di ciò che ti sembra di vedere>.
Sì, perché la materialità non poteva essere una soltanto: doveva per forza avere più e più volti. E se per Paul ogni uomo era da sempre una grande tela bianca, ogni essere vivente doveva avere l’opportunità di plasmarla a suo piacimento con forme e colori: doveva avere la preziosa possibilità di scartare le apparenze, gli obblighi e le forzature, per scegliere di rappresentare ciò che era davvero importante. 
Perchè alla fine è solo quello che per noi è reale, a divenire tale.
Paul era fermamente convinto che la cosa peggiore che si potesse fare fosse quella di obbligarsi alla cecità, alla mancanza di fantasia ed ispirazione: troppi copiavano meramente tele altrui, impegnandosi in logoranti e penosi confronti su chi l’avesse riprodotta meglio; troppi dimenticavano cosa volesse dire scegliere segretamente i propri colori, a favore di opere che rappresentavano solo banali ‘falsi di se'. E se avesse potuto davvero spiegare ai suoi visitatori quello che la sua anima raccolta e solitaria custodiva nel profondo, avrebbe certamente consigliato ad ognuno semplicemente di scegliere i suoi colori preferiti, di afferrare con temerarietà la propria tela bianca e di dipingerla senza mai ricercare la perfezione: non sarebbe importata allora la predominanza di toni cupi o di pennellate di luce, perché quell’opera sarebbe stata immancabilmente perfetta, così come si sarebbe presentata.
Essa avrebbe infatti parlato di un’esistenza, di una particolare vita soltanto, fiera di aver scritto il suo nome tra le pagine infinite dell’umanità e consapevole che il vero è solo ciò che noi decidiamo che sia, nulla meno e nulla più.
Perso nella marea di pensieri che gli affollavano la mente, l’uomo deglutì così anche l’ultimo lampone succoso, pronto per ritornare a imprimere su tela il volto delle sue più intime emozioni.
Forse un giorno tutti si sarebbero resi conto d’essere in fondo grandi pittori, o forse no; probabilmente la sua speranza di una società a colori sarebbe scomparsa insieme a lui: ma questo non poteva saperlo. Non avrebbe mai potuto. 
Quello che tuttavia si augurava, con tutto se stesso, era che la maggior parte delle persone visitasse meno le esposizioni altrui e iniziasse a passare più tempo in quello che era il museo più straordinario al mondo: quello raccolto nel cuore di ogni uomo.




Maccheroni dolci alla farina di cocco con salsa di lamponi, pistacchi e sciroppo d’agave
(senza lattosio, vegan)

Per i maccheroni dolci

120 gr di farina 00
80 gr di farina di cocco impalpabile
100 ml latte di riso ca.
1 cucchiaio di zucchero a velo
1 cucchiaio di olio di riso

Per la salsa ai lamponi, pistacchi e sciroppo d’agave

250 gr di lamponi freschi
3 cucchiai di sciroppo d’agave

Decorazioni

80 gr di pistacchi tritati
Foglioline di menta q.b.
Sciroppo d’agave q.b.

Inizialmente preparare la pasta. Mettere nella planetaria le farine, lo zucchero a velo, il sale e il cucchiaio di olio di riso. Azionare il robot da cucina e aggiungere poco alla volta il latte di riso, fino a che non si sarà ottenuto un panetto liscio e omogeneo. Avvolgere in pellicola alimentare e lasciar riposare in frigorifero un’oretta.
Trascorso il tempo di attesa, inserire la pasta nel boccale del robot da cucina e utilizzare un’apposita trafila per maccheroni. Creare tanti maccheroncini di cocco e lasciarli riposare su uno strofinaccio di cotone, man mano che verranno pronti, ben distanziati l’uno dall’altro. Se non si ha a disposizione la trafila, creare a piacimento una tipologia di pasta.
Preparare la salsa, mettendo in un pentolino i lamponi fino a ridurli in purea, aggiungendo lo sciroppo d’agave. Lasciare intiepidire e cuocere intanto i maccheroni in acqua bollente zuccherata per ca. 8 minuti. Scolare, mettere in piattini da dessert e servire con salsa ai lamponi tiepida. Aggiungere i pistacchi tritati e foglioline di menta o sciroppo d’agave a piacimento, per decorare il piatto.

E così vorrei che dipingeste la vostra tela con i colori che vi piacciono di più, solo quelli. 
Per sempre quelli, perché non c’è tempo né spazio per rubare ad altri tempere e forme, idee e modi di vedere il mondo. Ci si accorge di questo all'improvviso, talvolta; ma è proprio in quei momenti che ogni giorno diventa inspiegabilmente prezioso e che dobbiamo ricordare che tutti, nessuno escluso, siamo delle opere d’arte originali e senza eguali.


Paul Klee, 'Il Palloncino Rosso', Olio su mussola, 31.8 x 31.1 cm, The Solomon R. Guggenheim Museum (NY)

Dall'ultima festa nel bosco è passato tanto, forse troppo. E nel giugno appena passato, mese in cui anni fa il primo alito di vento ha sussurrato tra queste fronde, non sono riuscita a pubblicare niente: ancora adesso non percepisco i mesi, attutisco i colpi e mi ritrovo spesso a pensare, contemplare, ringraziare così come a domandare al cielo milioni di perché.
Avrei potuto lasciare che una nuova festa si perdesse nel silenzio, tra questi momenti che vivo intimamente nell'ombra del mio rovo, un po’ come quella che sono e sono sempre stata: un poco felino, un poco lupo e un poco aquila. 
Un animaletto a cui il rumore non piace, ma che si perde volentieri a piedi nudi dove tutto resta celato e selvatico.
Eppure non ho voluto farlo. Nemmeno se ci sono tante cose ancora per cui lottare, prima di riposare. Perché voi ci siete state anche in quell’ombra, perché vi voglio bene, perché ringrazio ciascuna o ciascuno per ogni singolo raggio di sole che mi capita di ricevere; per ogni volta che sono stata capita per come sono davvero o per ogni sorriso ricevuto quando talvolta succede di non riuscire a dire niente, perché si piange e basta.

Tra questi alberi allora vogliamo festeggiare per prima voi, parte integrante di queste pagine scritte con l’inchiostro della vita, serena o difficile che sia: benvenuti/e dunque al secondo giveaway del bosco!



Il presente giveaway non comporta alcuna violazione delle norme su concorsi a premi, poichè rientrante nella previsione di cui all'art. 6 lett. d) del DPR 430/2001.

Che dovete fare per partecipare? Come sempre una sola regola: ovvio, nessuna.
NON dovete seguirmi per forza.
NON dovete aggiungermi da nessuna parte né condividere per forza alcunché.
NON servono pollici alzati di nessun tipo, né che portiate la torta o lo spumante (che altrimenti al Signor Tasso le bollicine vanno alla testa!).
Portate unicamente voi stesse/i e il vostro affetto, solo se sincero. 
Scrivetemi solo un commento qui sotto, che indichi espressamente la vostra volontà di partecipare, unitamente al vostro recapito mail: sarà più che sufficiente.

Le iscrizioni partono oggi, 18/07/2015, e terminano tra un mese, ossia il 18/08/2015 a mezzanotte.

E siccome a noi piace premiare più persone possibili, estrarremo ben sette vincitori, uno per ogni colore dell’arcobaleno. Modeste e semplici vincite forse, ma che contengono certamente tanto calore e riconoscenza.

Buona fortuna e a presto.


lunedì 6 luglio 2015

Taste&..noi!

Mesi di silenzio, mesi di dolore. Che non se ne va, che pare inspiegabilmente farsi solo più intenso.
Eppure non posso mancare proprio in quest'occasione, non posso evitare di godere di questo caldo e sereno raggio di sole. Ed eccomi qui, a condividerlo con voi.
Molti volti, un solo unico cuore. Una sola, unica passione.
Non perdetevi il nuovo magazine Taste&More n°15, perché questa volta tra tante ricette fresche, gustose e colorate per la vostra estate, ci siamo anche noi. Tutte noi, con le nostre storie e gli ingredienti semplici della nostra vita.



Possiate godere della dolcezza del sole, dei lamponi, delle fresche bibite sotto un ombrellone; della pasta fredda che profuma di basilico e pomodori maturi, dei panini leggeri che gusterete all'ombra di una pineta, dopo un giro in bicicletta. Possiate perdervi nel cielo turchese e tra i morbidi sogni di qualche nuvola, tra un ghiacciolo di frutta e i ricordi di quanto eravate bambini. E soprattutto.. tra queste coloratissime pagine.
Buona lettura amiche e amici. 
Tanta serenità ad ognuno di voi e spero di ritrovarvi presto, perché per me non è ancora giunta la tanto desiderata pace.

venerdì 27 marzo 2015

Simon e le onde dell'oceano

Il sole spuntò placido all'orizzonte, vestendo di luci calde e scintillanti la superficie dell’oceano.
Una vecchia boa di legno, dipinta di bianco e strisce turchesi, galleggiava ritmicamente accanto ad una piccola imbarcazione attraccata a riva, ondeggiando lenta tra il gorgoglio dei flutti che lambivano la battigia. Le dita spumose della risacca rubavano ripetutamente la finissima sabbia della baia, come fosse preziosa polvere dorata da custodire nel cuore delle onde; qualche gabbiano strillava alto nel cielo, volteggiando in cerca di prede a pelo d’acqua, rompendo la muta atmosfera dell’isola di Oahu nelle quiete ore del primo mattino.
Simon osservò a lungo quello spettacolo, ascoltando la voce scrosciante e profonda della marea, seduto tra conchiglie madreperlate disperse in un’impalpabile rena pallida. La voce ipnotica dei flutti si confondeva con gli intensi effluvi dell’ibisco, dei gialli boccioli di ilima e dei fiori candidi delle orchidee, che ingentilivano l’aria frizzante dell’alba e le conferivano un tipico e aromatico profumo hawaiano. Il ragazzo dagli occhi turchesi respirò a pieni polmoni la brezza salmastra dell’oceano che, pervadendo la sua anima come un balsamo di vita, scompigliò vivacemente le sue bionde ciocche ondulate, agitandole come chiare fruste al vento.
Tra un sorso e l’altro della sua fresca bevanda al cocco e macadamia, Simon accarezzò lentamente la bruna tavola da surf che giaceva al suo fianco, pronta a sfidare come ogni mattino le alte onde della baia di Waimea: sin da quando era un ragazzino, sentiva che non avrebbe voluto fare altro nella vita se non imparare a cavalcarle.
Ricordava i suoi primi tuffi, goffi ed impacciati; pensava spesso alle rovinose cadute ogni volta che tentava di stare in equilibrio sulla tavola, piuttosto che a quelle più disastrose quando tentava di affrontare anche i più piccoli cavalloni, finendo per bere quantità esagerate di acqua salata. Rivide tutti i suoi pianti e le innumerevoli delusioni nel sentirsi inerme di fronte alle sue incapacità, dinanzi a flutti che sembravano sempre più imponenti, o alle incalcolabili occasioni in cui si accendeva di rabbia e frustrazione, ascoltando chi gli diceva beffardo che <non ce l’avrebbe mai fatta> e che <probabilmente nulla di ciò che desiderava era adatto a lui>.
Eppure quando ad ogni fallimento il resto del mondo scuoteva il capo, consigliandogli di lasciar perdere poiché avrebbe presto collezionato solo un altro insuccesso, l’oceano invece lo incitava ad insistere.
Gli ricordava che ogni volta che si sarebbe alzato lo avrebbe fatto solamente per diventare un uomo migliore, imparando dai suoi errori e perfezionando così la sua tecnica; gli sibilava, tra il fragore della spuma, che <nessuno può imparare a camminare se prima non impara a stare in piedi, né a correre se prima non capisce come fare a camminare>. Ma pochi esseri umani se ne rendevano effettivamente conto. Simon invece aveva sempre avuto fiducia in quella turchese distesa inquieta e impetuosa, che lo metteva alla prova solamente per aiutarlo a realizzare i suoi sogni e non per criticarlo come facevano coloro che gli erano accanto, intenti a desiderare per lui un destino differente.  Il giovane surfista aveva presto imparato a diventare sordo di fronte alla superficialità del mondo, a soffrire intimamente dopo ogni sconfitta ma anche a gioire nell’usarla al fine di sentirsi migliore, per arrivare sempre più vicino alla meta. L’oceano gli aveva insegnato che, quando si tratta di sogni, le uniche parole meritevoli di ascolto e fiducia sono solamente quelle di chi li genera; e che quando si tratta di desideri, non esistono dei fallimenti ma unicamente dei tentativi, che portano a diversi gradi di perfezionamento.
Rinvigorito dopo la fugace colazione, Simon posò il bicchiere ormai vuoto tra due grosse conchiglie striate e passò la sua mano sulla ispida barba incolta, sorridendo fiero e colmo di orgoglio. Regalò all'oceano un sorriso bianco e largo come uno sbuffo di nuvola e iniziò a lisciare la sua tavola da surf, notando che la superficie dell’acqua iniziava ad incresparsi sotto le dita del vento.
Faccia a faccia con il sole ormai alto e luminoso nel cielo, era finalmente felice di aver compreso nella vita <cosa fosse davvero la vita>: una lotta per ciò in cui si crede, per i sogni che speriamo di realizzare; una continua battaglia contro le cadute, i fallimenti, verso una meta sempre più splendente e vicina. Ma non solo: era certamente anche profondo coraggio.
Simon, infatti, aveva ormai imparato come domare persino le onde gigantesche, accarezzandole a pelo d’acqua in preda ad un’estasiante emozione, senza averne più paura; senza preoccuparsi di quante volte lo avrebbero sommerso, poiché era certo che comunque non l’avrebbero mai sopraffatto: esse rappresentavano a tutti gli effetti le onde migliori da cavalcare, perché lo costringevano a mettersi nuovamente in gioco, in balia di un destino da riscoprire giorno per giorno. Mai monotono, mai uguale.
E, mentre sentiva l’acqua bagnargli le gambe man mano che si allontanava dalla riva, si sentì sempre più parte di quell'immensità cobalto, di quello spirito inquieto e impetuoso, che lo aveva reso alla fine ciò che da sempre voleva essere: un surfista, un ottimo surfista, in grado di restare in equilibrio in quel mare spesso destabilizzante e frenetico chiamato <esistenza>.





Eclairs con crema al latte di macadamia e vaniglia, glassa al cocco e rhum bianco
(senza lattosio)

Per la pasta choux

120 gr di farina 00
100 ml di latte di riso (Isola Bio)
100 ml di acqua
10 gr di zucchero di canna 
80 gr di burro di soia (o margarina vegetale non idrogenata)
3 uova
1 pizzico di sale

Per la crema al latte di macadamia e vaniglia
(senza lattosio, senza glutine)

250 ml di latte di macadamia (Isola Bio)
2 tuorli
40 gr di zucchero di canna
20 gr di maizena
½ bacca di vaniglia
½ cucchiaino di estratto di vaniglia al naturale
1 piccola noce di burro di soia
1 pizzico di sale

Per la copertura
(senza lattosio, senza glutine)

2 cucchiai di panna di cocco
1 cucchiaio di rhum bianco* (*distillato puro senza glutine)
Zucchero al velo q.b. (San Martino)
Pezzetti di cocco fresco q.b.

Preparare la pasta choux. Mettere in una pentola capiente il latte di riso, il sale, lo zucchero, il burro di soia (o la margarina) e mettere sul fuoco finché il burro si sarà sciolto. Attenzione che non inizi a bollire. Spegnere il fuoco, versare nella pentola tutta la farina in una volta sola, mescolare e riportare sul fornello per ca. 2/3 min., fino a che non si formerà una patina bianca sul fondo della pentola stessa. Raffreddare il composto mettendolo nel robot da cucina, azionandolo a velocità debole. A parte sbattete tre uova in una ciotola e aggiungerle poco per volta al composto fino a che non saranno di volta in volta ben assorbite. La pasta choux sarà pronta quando assumerà la consistenza di una crema pasticcera più consistente. Con l’aiuto di una sac-a-poche e di una bocchetta liscia da 18 mm, creare delle strisce di impasto lunghe ca.7 cm. Infornare in forno già caldo a 170°C per ca. 30 minuti. Mentre gli eclairs raffreddano, preparare la crema alla macadamia: mettere in una padella il latte, 20 gr di zucchero, ½ bacca di vaniglia tagliata longitudinalmente e il sale e portare quasi ad ebollizione. Levare la bacca di vaniglia. Da parte sbattere i tuorli con il restante zucchero, l’aroma naturale di vaniglia e la maizena. Versare il contenuto della pentola sui tuorli montati, amalgamare e riportare sul fuoco finché la crema non sarà pronta. Aggiungere una piccola noce di burro di soia e porre in frigo a contatto con pellicola alimentare fino a raffreddamento.
Una volta trascorso il tempo di attesa, riempire gli eclairs con la crema alla macadamia e preparare la glassa: unire la panna di cocco al rhum bianco e aggiungere zucchero a velo fino ad ottenere la consistenza desiderata. Decorare gli eclairs con la glassa e due pezzetti di cocco fresco.

Siate ciò che avete sempre desiderato essere, non importa cosa il mondo dice: domate le onde, inseguite i vostri sogni, imparate dalle cadute. Amate, infine, chi siete diventati.

Un abbraccio pieno di luce.


domenica 15 marzo 2015

I gufetti speziati di nonno Jerome

Un profondo bubolare di gufi riecheggiava tra le fitte cime della pecceta, silente e misteriosa come le parole di un inconfessabile segreto. La luce cerulea della luna invernale era così intensa e splendente da nascondere persino le sfavillanti stelle del cielo notturno, reclamando il suo posto da regina in quel muto crepuscolo di marzo; un poco di neve imbiancava ancora le braccia stanche ma possenti degli abeti, brillando al pari di un manto candido e prezioso sotto le dita argentee dei raggi lunari. Tutto pareva quasi inghiottito dal buio, in netto contrasto con le rade nuvole che si incamminavano distratte e sognanti per le vie della volta celeste.
Il piccolo Marcel le seguì a lungo con lo sguardo un poco assonnato, rannicchiato accanto ad una piccola finestra ricavata tra le pietre grezze di un muro di un’antica baita: immaginò che si trascinassero nel cielo in punta di piedi per non turbare il sonno delle creature che ormai si erano assopite, nascoste nel sottobosco o in qualche tana scavata chissà dove nel terreno. Così, con la minuta testolina immersa tra le braccia conserte sul davanzale, osservava attentamente l’orizzonte, dove la figura imponente e solenne della Cima di Corborant svettava come un gigante di roccia al di là delle affusolate chiome dei pini e dei pecci. Il bimbo lasciò ciondolare avanti e indietro le esili gambette coperte da pesanti calzettoni di lana rossa, seduto sullo sgabello di legno intagliato dal suo amato nonno Jerome; si morse un poco il labbro, piegando la testa prima da una parte e poi dall'altra: stropicciò lentamente gli occhi, stanchi ma ancora troppo rapiti dallo spettacolo che offriva il folto bosco montano per permettergli di abbandonarsi ad un sonno profondo. La voce sommessa delle civette lo cullava, rendendo meno opprimente l’inquietudine dipinta dal buio tra i filiformi tronchi degli alberi, la cui superficie appariva ruvida e screpolata, squarciata in minute placche rosso-brunastre, le stesse che lui tanto apprezzava durante le passeggiate pomeridiane in cerca di ghiande e di funghi da raccogliere.
Era così immerso nei suoi pensieri e nelle parole sussurrate dai gufi nell'ombra che si accorse di non essere più solo soltanto nel momento in cui sentì una calda coperta avvolgergli improvvisamente e dolcemente le spalle.
<Che fai qui ancora sveglio?> gli sussurrò una voce profonda e gentile <Non riesci a dormire?>
La brace ancora accesa allora crepitò, scoppiettando, proiettando la lunga ombra del vecchio nonno Jerome sulle assi di legno che ricoprivano la parete della stanza.
Marcel scosse piano la testa e sorrise lievemente, percependo con piacere il tepore di quella lana scozzese.
<Sai nonno> disse un po’ assonnato <Vorrei tanto riuscire a capire cosa i gufi raccontano ogni notte al vento. Eppure per quanto mi sforzi di tendere l’orecchio e di resistere al desiderio di dormire, non ci riesco mai>
Jerome allora si inginocchiò davanti al nipotino, stringendogli forte le mani nelle sue.
<Vieni con me> gli disse, facendolo scendere dallo sgabello di legno e invitandolo a sedersi davanti al camino <Se mi prometti che dopo una buona camomilla e qualche biscottino andrai a riposare, potrei svelarti io questo prezioso segreto>.
Il vecchio montanaro lasciò per un attimo il bimbo impaziente a riscaldarsi accanto al fuoco, per tornare poco dopo con una tazza di bevanda fumante e un paio di biscotti profumati di miele e pinoli.
Marcel iniziò a bere con lentezza, sgranocchiando compiaciuto quei dolcetti assaporati fugacemente a notte inoltrata.
<Dimmi allora> chiese poi con la bocca piena <Di che si tratta? Non tenermi sulle spine!>
Jerome si sedette quindi accanto a lui, cingendolo amorevolmente con un braccio.
<Vedi Marcel, si racconta che tanto tempo fa, proprio in questa folta pecceta, nacque un piccolo arbusto di abete dall’animo gentile e profondo: fu bagnato dal sole di giorno e cullato dalle nuvole la notte, finché crebbe a sufficienza per scoprire il mondo attorno a lui. Fu allora che, durante il suo primo crepuscolo vigile, conobbe quello che sarebbe diventato il suo più grande amore: la luna. Trovò incantevole il modo dolce con cui lei accarezzava la sua ancor giovane corteccia sottile e rossastra; fu rapito dal suo sguardo rotondo e luminoso, dal suo volto pieno che pareva un gioiello incastonato nel cielo notturno. E non gli importava quanto il reame celeste fosse lontano dalla terra: decise che a qualunque costo lui l’avrebbe raggiunta, allungando il suo tronco e i suoi rami giorno dopo giorno, noncurante delle stagioni e del tempo che passava, fino ad accarezzarle finalmente le pallide guance. Non si addormentò più, non chiuse mai per un solo attimo i suoi occhi verde foglia, nemmeno durante le rigide stagioni invernali: le sue chiome restarono sempreverdi, sempre vive, come l’amore che lo animava da dentro e lo scaldava da sotto la corteccia proteggendolo dal gelo e dalla neve, mentre il resto del bosco si assopiva in attesa della primavera.
Il piccolo abete diventò ben presto adolescente, poi un giovane albero e infine divenne un esemplare adulto. Eppure per quanto si sforzasse di perseverare nel suo desiderio più grande, per quanto cercò di lottare contro la solitudine e contro ogni buonsenso, il manto stellato appariva sempre ogni giorno più lontano, così come la sua lucente amata. E quando iniziò ad osservare la sua superficie farsi rugosa, avvizzita e colma di screpolature che rivestivano la sua pelle di placche rosso brunastre, capì che presto sarebbe invecchiato e avrebbe dovuto lasciare il suo posto a nuovi e giovani germogli.
Ripensò al suo amore impossibile e all'intera esistenza passata a rincorrere un sogno, un desiderio così grande da riuscire ad impedirgli qualsiasi esperienza che gli alberi comuni acquisivano durante la loro permanenza sulla terra; agitò forte le chiome e disperato iniziò allora a piangere, sentendo che la fine era vicina e che non era riuscito nemmeno a vivere per se un istante del tempo che gli era stato concesso. Il vento notturno lo sentì singhiozzare e si avvicinò al suo arbusto prontamente, per domandargli il motivo di tanto dolore: l’abete, ormai anziano, gli raccontò dunque del suo fallimento durato una vita, coprendosi sempre più di calde, viscose ed ambrate lacrime di resina.>
Marcel corrugò la fronte e si rivolse imbronciato e preoccupato al nonno: <Ma come, allora il povero abete finì per soccombere senza riuscire a dichiararsi alla luna?>
Jerome accarezzò la fronte del nipotino, scostando la sua frangia bionda e aggiustandola un poco, portandola al lato della fronte.
<Certo che no!> continuò sorpreso il vecchio montanaro <Cosa credi! Non sai che l’amore è capace di superare i confini del possibile, quando si rivela giusto e onesto? Infatti, comprendendo in fondo l’immenso sacrificio compiuto dal povero arbusto e la profondità sincera del suo cuore, il vento ebbe improvvisamente una grande pietà di lui e decise di fargli un inaspettato dono: cantilenò parole sconosciute all'uomo e ad ogni creatura vivente, soffiando il suo alito fresco nelle narici dell’imponente albero. Fu allora che accadde qualcosa di meraviglioso: la corteccia dell’abete si squarciò violentemente con un boato creando una cupa cavità nel suo tronco, dalla quale fu visibile il cuore pulsante del vecchio peccio. Il vento sbuffò di nuovo e si compì un ulteriore prodigio: l’organo vitale dell’albero si ricoprì di una soffice corteccia piumata, fu dotato di ali ed ebbe per occhi due piccole, rotonde e intense lune, in memoria dell’unico volto che animò i pensieri dell’abete per secoli.
<Non conoscerai mai nessun sonno stagionale, coraggioso arbusto> gli disse l’amico vento <Ora vivrai di una sempreverde eternità e il tuo cuore potrà volare ogni notte dalla tua amata, per cantargli il tuo amore finché il mondo avrà ragione di esistere.>
Fu così dunque che nacque il gufo e il suo canto notturno, dedicato alla luna: quella che senti non è che la voce di un sentimento che si perde nel mantello scuro della notte, affinché il vento la faccia riecheggiare fino al cielo. E se ci farai caso, noterai sempre lo stesso gufo appollaiato sul medesimo ramo, addormentato in un ben preciso tronco cavo: il cuore di un abete, seppur da secoli ormai dotato d’ali, non potrebbe abbandonare mai il petto ligneo che lo ospita sulla terra.>
Gli occhi stanchi del piccolo Marcel, appesantiti ormai da un sonno che non poteva più contrastare, brillarono di quella speranza che conosce solamente chi sa sognare.
<Con l’amore si può riuscire a volare fino ad accarezzare il cielo> gli sussurrò Jerome prima che il nipotino si addormentasse tra le sue braccia <Non importa quanto tempo o sofferenza questa attesa richiede>.
L’anziano nonno portò allora il bimbo a riposare nel suo lettino, rimboccandogli delicatamente le coperte. Pensò con dolcezza che in fondo non erano solo i gufi a cantare d’amore la notte, per essere ascoltati dalla luna in cielo: talvolta poteva capitare anche che anziani allocchi dalla barba bianca lo facessero, per riempire di sentimento e calore il cuore dei nipotini di cui erano perdutamente innamorati. 





(Grazie cara Sabi per il bellissimo panno da cucina!)


Gufetti speziati al mais con pinoli e miele di abete bianco
(senza lattosio, senza glutine*)

100 gr di farina 00 (*o mix di farina bianca senza glutine)
20 gr di farina di mais fioretto (Ecor)
5 gr di pinoli macinati
1 tuorlo
1 cucchiaino di miele di abete bianco (La Casa del Miele. n.b. Mirko ti sei superato!)
1/2 cucchiaino di cannella in polvere
1 pizzico di noce moscata in polvere
1/2 cucchiaino di estratto di vaniglia al naturale
50 gr di burro di soia (Provamel, o margarina 100% vegetale senza grassi idrogenati)
50 gr di zucchero di canna al velo (Eridania)
1 pizzico di sale
1 pizzico di lievito
1 cucchiaio di latte di riso (se dovesse servire: con il mix di farina bianca per celiaci l'impasto tende a risultare piuttosto morbido senza aggiungere il latte)

+ 1 albume per spennellare (non si butta via niente, eheh)
gocce di cioccolato q.b. (per me Il Tulipano, adatte anche ai vegani)
pinoli q.b.

Mettere nella planetaria le farine, lo zucchero a velo, il sale, il pizzico di lievito, i pinoli ridotti in farina, il burro di soia, le spezie, il miele. Avviare il robot e aggiungere il tuorlo quando tutto inizierà ad amalgamarsi. Lasciar lavorare la macchina fino ad ottenere un impasto omogeneo e aggiungere, all'occorrenza, il cucchiaio di latte di riso. Avvolgere il panetto in pellicola alimentare e lasciare a riposare in frigorifero per un paio d'ore.
Terminato il tempo di attesa, stendere su una spianatoia la pasta ad uno spessore di ca. 5 mm, ritagliando con un coppapasta delle forme simili a quelle di una mezzaluna. Aiutatevi con un po' di farina se lo ritenete opportuno. Per disegnare gli occhi, con il retro di una bocchetta per sac-a-poche imprimete dei cerchi sui biscotti, al centro dei quali posizionerete delle gocce di cioccolato fondente. Spennellate lievemente i gufetti con dell'albume e premete un pinolo su ciascun dolcetto, in modo da creare il becco.
Infornare a 170°C per ca. 10/12 minuti, fino a che non saranno ben dorati. Lasciar raffreddare e, davanti ad una buona camomilla, gustare pensando ad un amore senza limiti.

<Con l'amore si può riuscire a volare fino ad accarezzare il cielo: non importa quanto tempo o sofferenza questa attesa richiede>. 
Ed è vero. Tanto vero.
Mai, come in questi mesi, l'amore è l'unica cosa che mi permette di resistere e di andare avanti, di trovare forze fisiche e mentali per rialzarmi ogni volta che sembra impossibile; ogni volta che l'attesa mi pare insostenibile o che penso che indietro non si torna ma che si può solo affrontare ciò che si ha davanti. Quel cielo prima o poi sarà di nuovo celeste, basta non demordere. 
E l'augurio che faccio a me lo estendo con affetto anche a voi: eccomi qui, allora. Se a volte le parole non riescono ad uscire, delle altre nascono perché vogliono essere donate: non si decide quando, né come. Ma è certo che, appena vedono la luce, ho un grande desiderio di condividerle con voi.
Siete sempre con me e vi voglio bene.

Grazie, di cuore, a tutti quelli che nel silenzio mi pensano o mi stanno comunque accanto con sincerità; grazie a chi mi ha regalato preziosi pensieri e parole, che non dimenticherò. 
Un abbraccio speciale alla mia dolcissima chef: senza di te, ogni giorno, quel cielo turchese sarebbe sempre troppo lontano. Sei davvero un angioletto, Mimma mia!
Immancabile, infine, un bacione ad una amica unica: Ivana
People like you are a gift from life. I'm so proud to have you in mine <3 
(blogger non aveva salvato tutto il mio post! Grazie..Uff..)

p.s. sì, alla fine vi ho ascoltate! :) Non voglio far nevicare ancora visto che siamo quasi (si spera) nella tanto attesa primavera. Ma da oggi potete, se gradite, seguirmi anche su facebook

Questo il link: https://www.facebook.com/IlRovoDiBosco

Un bacione di luce e un inizio di settimana splendido.



lunedì 28 luglio 2014

Crema tiepida di miglio, agave e gelatina di rose con bastoncini croccanti ai mirtilli rossi

La luce pacifica del tramonto illuminò morbidamente il giardino del vecchio edificio in mattoni, mentre l’aria si vestì di una tenera aura dorata. Luminosi toni aranciati adornavano i profili delle foglie, delle alte cime dei tigli; qualche ape ronzava sognante tra i rami nodosi di un saggio glicine, mentre fitti cespugli di rose mostravano la loro abbondanza attraverso innumerevoli boccioli, contornati delicatamente da linee lucenti dipinte dal sole. Era uno spettacolo troppo bello per essere ignorato: fu così che Marica, lasciando per un attimo la sorellina Chiara a rincorrere alcune farfalle dalle ali turchesi, si fermò per un istante ad ammirarlo.
Rapita dal luccichio dei cristalli di rugiada tra le spine, osservò gli intricati disegni che i petali creavano al centro dei fiori; pensò a quanto somigliassero a soffici nuvole, impreziosite da gocce che parevano quasi minuti diamanti. La piccola accostò così il visino ad un bocciolo, chiudendo gli occhi e respirando profondamente la sua delicata fragranza; si abbandonò a quella sensazione meravigliosa, percependo un senso di quiete e di pace: il cinguettio degli uccellini, la brezza tiepida che le sfiorava il viso e quella sorta di silenzio che aleggiava tra gli alberi erano proprio un soffio di paradiso. Persino il rumore cadenzato e sottile delle cesoie di Guglielmo, l’anziano giardiniere, le pareva piacevole e rassicurante: spesso lo osservava mentre lavorava meticolosamente, ogni volta che accomodava le rose o potava qualche siepe.
Non sempre Guglielmo sembrava accorgersene, intento com’era ad occuparsi di foglie e fiori: eppure Marica pensò che forse, il più delle volte, non lo desse semplicemente a vedere, pur riconoscendo la presenza di qualcuno che lo stava osservando. Sentendosi improvvisamente sola, la bimba si voltò a cercare con lo sguardo la sorellina Chiara: dopo che la vide ai piedi della grande quercia del giardino, agitò il braccino per chiamarla; Chiara si alzò e raggiunse immediatamente sua sorella nel roseto: iniziarono così ad osservare insieme i gesti lenti e meticolosi dell’anziano Guglielmo, occupato come ogni pomeriggio a spruzzare dell’antiparassitario sul cespuglio di candidi boccioli.
Fu quindi inevitabile che, qualche istante dopo, l’uomo sentì addosso i soliti quattro, vispi occhietti, intenti a spiarlo: ma quel pomeriggio decise di interagire e si voltò verso di loro, sorridendo ad entrambe pacatamente. Marica e Chiara ricambiarono con timidezza, abbassando per un istante lo sguardo, nella tenera vergogna di essere state scoperte.
<Sono belle queste rose, non trovate?> disse ad alta voce Guglielmo, accarezzando delicatamente quella che teneva tra i rigidi guanti da giardino, mentre le bimbe annuivano con lentezza.
<Sapete, sono creature davvero speciali. E hanno un prezioso segreto> continuò.
<Davvero?> chiesero curiose le bambine, superando ogni introversione <E quale, possiamo saperlo anche noi?>
Guglielmo finse di pensarci un poco, sospirando dubbioso. Aggrottò le sopracciglia e arricciò le labbra sotto i folti baffi bianchi, con aria seriosa: ma quando vide Marica e Chiara deglutire col fiato sospeso, l’anziano giardiniere si lasciò andare ad una sonora risata.
<Ma certamente, perché no?> ridacchiò l’uomo, facendo loro cenno di avvicinarsi.
Le piccole si affrettarono a sedersi accanto a lui nell’erba e tesero attentamente le orecchie per ascoltarlo.
<Dovete sapere che le rose nacquero dal sogno di un bellissimo angelo, che un giorno decise di farlo divenire realtà: si impegnò quindi a forgiarle, perché fossero impalpabili e fragili come i desideri, adoperando veli di nuvole al tramonto e fili lucenti di ragnatele bagnate di rugiada. Adornò con esse i giardini della terra, pensando di fare cosa gradita ai figli del Signore; immaginò che gli uomini potessero essere grati di tanta grazia e bellezza, eppure presto si rese conto di aver commesso un errore. Come ogni essenza pura e gracile, furono purtroppo soggette alla cattiveria e alla crudeltà spesso tipiche di questo mondo: furono offese e maltrattate per egoismo personale; furono maneggiate con superficialità, strappate e tagliate, finendo per appassire lontane dai loro giardini.
Fu così che le rose iniziarono a soffrire, profondamente e intensamente, fino a far vincere il sentimento primitivo e graffiante del dolore: quella sensazione che, dopo tanto patire, riesce a rendere spietati anche gli individui più benevoli. Esse seguirono meramente l’istinto e si difesero, coprendosi di spine affilate e appuntite come spade: risposero al male, provocando altro male in chiunque avesse tentato di toccarle ancora.
L’angelo che diede loro vita si accorse allora che quelle non erano più le creature innocenti e leggere che aveva plasmato: si domandò come avrebbe potuto convincerle ad essere meno spietate, a tornare ad essere incantevoli come sogni, oltre che un sollievo per gli occhi e per l’anima. Pensò e ripensò a lungo, ci lavorò intensamente, cercando di levigare ogni spina e di renderle nuovamente aggraziate. Ma fu tutto inutile: le rose appassivano e ferivano chiunque tentasse di accostarsi a loro. Eppure fu proprio quando decise di abbandonare il suo capolavoro, affranto e abbattuto, che infine capì: nel suo progetto, visto e rivisto più volte, aveva tralasciato qualcosa di fondamentale. Solo quando per intercessione del Signore le dotò finalmente di un cuore, quando qualcosa palpitò calda nel centro dei loro petali, il suo sogno si concretizzò come da sempre lo aveva immaginato, trasformandosi nell’opera più bella mai vista.
Solamente allora queste creature iniziarono a profumare, regalando al mondo un miracolo celeste che inebriò l’aria.
Le rose, prima senza una vera e propria anima, capirono così tra un battito e l’altro che amare era l’unica vera difesa che avrebbero potuto adottare contro un’umanità così crudele e opportunista; decisero di imparare dal dolore, che spesso invecchia e abbruttisce, mantenendo le spine ma donando al contempo bellezza, gioia e carezze odorose. Decisero d’essere esempi, decisero di mostrare cosa fossero le virtù del perdono e del coraggio: non importa quanto male avrebbero potuto ancora ricevere, le loro spine sarebbero comunque restate monito ed arma; ebbero il coraggio di sfidare perennemente il gelo e la morte della terra, rifiorendo con testardaggine con l’ennesima bella stagione. Perché per vivere ci vuole proprio questo: testardaggine, coraggio e capacità di perdonare. Soprattutto, è necessario avere un cuore: lo stesso che questi fiori invitano insistentemente ad usare, troppo spesso dimenticato, per far sì che anche l’essere umano possa elevare la sua essenza emanando il profumo dell’anima>.
Marica e Chiara, finora perse nella voce rassicurante del vecchio Guglielmo, si guardarono emozionate e stupite. Poi osservarono ancora le rose che avevano attorno, con lo stesso sguardo luminoso di chi legge una bella poesia: potevano percepirne il delizioso e fresco profumo, emanato direttamente dai battiti di preziosi e palpitanti cuori fioriti.
<Ora che conoscete il segreto di queste creature> continuò il saggio giardiniere <fatene un buon uso>. Poi, prima di raccogliere le cesoie e di rimettersi nuovamente al lavoro, guardò negli occhi le bambine con amore e terminò: <Non dimenticate mai cosa significa avere un cuore, né soprattutto cosa significa usarlo; rimembrate in ogni istante di ascoltare ogni suo battito e di distinguervi nel dargli ascolto quotidianamente. Siate sempre come le rose: solo così, di fronte alle mille avversità della vita o ad un’esistenza spesso dura e faticosa, renderete comunque il giardino della terra il luogo più profumato e prezioso al mondo>.



Crema tiepida di miglio, agave e gelatina di rose con bastoncini croccanti ai mirtilli rossi

Per la crema tiepida
(senza glutine, senza lattosio, vegan)

500 ml latte di miglio (IsolaBio)
50 ml di sciroppo d’agave
1 cucchiaino di vaniglia naturale in polvere (Rapunzel)
3 cucchiai di gelatina di petali di rose (Favols)
25 gr di amido di mais


Per i bastoncini croccanti ai mirtilli rossi
(senza lattosio, vegan)

2/3 fogli di pasta fillo*
Zucchero di canna integrale (o normale se preferite) q.b.
Burro di soia (Provamel) o in alternativa margarina 100% vegetale senza grassi idrogenati, q.b.
Mirtilli rossi essiccati q.b.

* questi bastoncini croccanti non sono indicati per celiaci poiché la pasta fillo contiene, in questo caso, farina di frumento.

Preparare la crema mettendo in una casseruola il latte di miglio, lo sciroppo d’agave e la vaniglia. Portare quasi a bollore e aggiungere la gelatina di petali di rosa, mescolando finché non si sarà sciolta. Spegnere il fuoco e lasciare intiepidire. Versare il composto in una ciotola in cui avrete messo l’amido di mais, girando con una forchetta affinché non si creino grumi. Trasferire nuovamente il tutto sul fuoco, mescolando fino ad addensamento. Porre la crema a raffreddare in una ciotola, ben coperta a contatto con della pellicola alimentare. Una volta tiepida, porre in coppette e lasciare riposare fino a che non raggiungerà la temperatura ambiente**.
Dedicarsi quindi alla preparazione dei bastoncini in pasta fillo: tagliare i fogli in tanti rettangolini, cospargerli lievemente con un velo di burro di soia (o margarina vegetale) e di zucchero. Posizionare su ciascun rettangolo qualche mirtillo rosso, arrotolarli dal lato lungo e torcerli con delicatezza. Porre in forno caldo a 190°C per ca. 10/15 minuti, fino a doratura.
Servire le coppette di crema tiepida con i bastoncini croccanti.

** nulla vi vieta di gustarla anche fredda, se preferite. Ma abbiate pietà, qui è da un mese che piove e pare novembre, con gocce d’acqua che sembrano padelle. L’estate finora non l’ho mica vista.. e beviamo ancora cioccolata calda...

Siate sempre come le rose. Possiate ricordare quanto amare sia l’unica grande risorsa contro l’aridità e il male; possiate percepire sempre ogni battito del cuore, ascoltarlo e assecondarlo ogni giorno, a tal punto da inebriare permanentemente il mondo con lo splendido, indistinguibile profumo della vostra anima.

…e un pensiero speciale va chiaramente alle due splendide bimbe di questo racconto che, con la loro adorabile mamma, non mancano mai di sognare e fantasticare con me e con le mie storie!

Anche se purtroppo è spesso ormai difficile trovare del tempo per rifugiarmi nel mio amato bosco, non manco di passarci appena posso: i giorni, le settimane o i mesi passati sembrano così essere stati meno lunghi e mi pare di avervi lasciato solamente ieri.
Vi abbraccio tutte/i con affetto e, come sempre, a presto. Lo spero davvero.


venerdì 9 maggio 2014

La treccia semintegrale del buon Bartolomeo

Cautamente, dopo l’annuncio altisonante e severo di un giovane araldo, Bartolomeo fece il suo ingresso nell'imponente sala del trono. 
Due grandi porte in legno e ferro battuto si aprirono cigolando, battendo sugli stipiti con un tetro eco per poi richiudersi sorde dietro le sue spalle: il povero contadino restò un attimo interdetto, spaesato e sopraffatto dal silenzio cupo di quel luogo. Per qualche istante ebbe la strana sensazione di essere stato inghiottito da un gigantesco mostro dalle fauci rocciose, dal quale non poteva avere più scampo: pacatamente sospirò e abbassò il cappuccio appuntito della sua pellegrina, osservando un poco intimidito ciò che si parava dinanzi ai suoi occhi. 
Il sole alto e rovente di mezzogiorno filtrava attraverso grandi bifore in pietra che si aprivano sulle robuste pareti, illuminando in altezza le massicce colonne portanti della struttura; variopinti giochi di luce ricamavano l’aria grazie alla presenza di complesse vetrate, sulle quali comparivano aggraziate dame dall'abito turchese e cavalieri possenti nelle loro corazze d’acciaio. Tra gli archi di sostegno, enormi arazzi purpurei e finemente ricamati dondolavano compostamente alle carezze del vento, sfiorati dai bagliori di quella luce potente e dorata; parevano abbandonarsi all'opulenza di quell'atmosfera, proiettando distrattamente cupe ombre sul lucido pavimento di porfido chiaro, coperto da una lunga stuoia cremisi. 
Bartolomeo deglutì, quasi timoroso di spezzare quell'equilibrio di elementi così maestoso e al contempo così fragile. Si fece coraggio e, chinando il capo in segno di rispetto, iniziò ad avanzare prudentemente: un passo dopo l’altro, i suoi vecchi stivali di cuoio raggiunsero il centro della sala, dove una voce squillante gli intimò improvvisamente di fermarsi. L'uomo allora alzò lo sguardo e poté vedere con più chiarezza il suo sovrano, seduto su un largo trono di marmo venato di grigio; ricche decorazioni in opus sectile adornavano la scalinata e la base della seduta, incorniciata da un’esedra finemente lavorata con tessere musive in oro e pietre preziose. Il regnante, avvolto in una lunga mantella scura sormontata da pelli di volpe, voltò il suo viso tondo e pasciuto verso il contadino; poi, con aria stanca e annoiata, sbadigliò.
<Chi siete e perché siete venuto al mio cospetto quest’oggi, sottraendomi del tempo prezioso per gli affari del regno?> gli disse distratto re Rubilante.
<Sono Bartolomeo di Amberg, Sua Maestà> sussurrò umilmente il buon contadino <Provengo dal borgo quaggiù per chiedere il vostro aiuto, se mi è concesso.>
Il sovrano giocò con i suoi larghi baffi e sorrise beffardamente sotto di essi.
<Che mai potrei fare per voi?>
<Quest’anno i miei raccolti sono stati pessimi, il tempo non è stato clemente e le mie piantagioni sono state distrutte. Non avrei certo voluto disturbarvi, ma non ho di che sfamare la mia famiglia e i miei figli: il più piccolo, poi, è molto malato e temo che senza energie non possa superare l’inverno> gli confidò Bartolomeo, con la voce rotta dall'angoscia <Vi prego, faccio appello al vostro buon cuore. Fornitemi un poco di cibo e di sostentamento!> continuò il povero contadino, cadendo sulle ginocchia e supplicandolo intensamente.
Il regnante dapprima restò in silenzio, poi sgranò gli occhi e iniziò a ridacchiare incredulo.
<Se dovessi dare qualcosa a tutti quelli che si inginocchiano dinanzi a me, credo che renderei povero me stesso e tutte le terre di Baviera!> gli disse arcigno <Questo è il mio regno, Bartolomeo di Amberg, e le cose qui funzionano così!> continuò, levando ogni speranza a quell'uomo disperato, che fu costretto a fare ritorno alla sua casa affidandosi solamente alle braccia del destino.
Eppure si sa, è proprio la sorte che riesce ad essere imprevedibile e mutevole, talvolta più giusta e imparziale della mente di qualsiasi essere umano. I mesi passarono e giunse il tempo del cambiamento: il regno di Rubilante cadde in rovina e, perso ogni titolo e gloria, la sua casata lasciò onori e oneri ad un’altra casa regnante. Il vecchio sovrano, ormai privo di averi e di ricchezze, provò per la prima volta cosa fosse la fame, il freddo, la solitudine; vagò come un mendicante in cerca di aiuto, affrontando le conseguenze del cuore di pietra che aveva avuto con i suoi sudditi: stanco e malandato, una notte di maggio si accasciò di fianco ad una piccola recinzione in legno, indebolito dai crampi allo stomaco e dalla sete ormai insostenibile. Tuttavia la sorte decise di essere clemente: il contadino della capanna retrostante, non appena lo vide in lontananza, pensò di soccorrerlo. Subito infatti si precipitò ad aiutarlo, portandogli una calda e rassicurante coperta. Non appena gli giunse accanto, però, sgranò gli occhi per la sorpresa: Bartolomeo, proprio lui, riconobbe nelle fattezze scarne e ossute di quell'uomo il re pasciuto di un tempo! Inizialmente si sentì avvampare dalla rabbia e fu tentato di lasciare il vecchio sovrano al suo crudele destino: fece per allontanarsi ma poi si voltò e guardò negli occhi Rubilante che, memore del trattamento che tempo prima aveva riservato al buon contadino, non aveva la forza di emettere un suono. Bartolomeo scosse la testa e sospirò: preso dalla pietà rincasò solamente per uscirne con un caldo pezzo di pane profumato di papavero, di rabarbaro e miele. Si inginocchiò di fronte all'anziano re e gli porse cibo e coperta, poggiandogli la mano sulla spalla.
<Io non aspetto che i bisognosi si inginocchino davanti a me per chiedermi aiuto. Preferisco essere io il primo a gettarmi ai loro piedi> gli sussurrò pacatamente <Perché questo non fa altro che rendere più ricco me e le terre che ho attorno. Questo è il mio regno, Rubilante di Baviera, e le cose qui invece funzionano così>.
Gli occhi stanchi del sovrano si riempirono di lacrime, mentre lentamente gustava quel tozzo di pane come fosse la cosa più buona al mondo. Le labbra gli tremarono e non riuscì a profferire parola; si strinse nella coperta del buon contadino e singhiozzò.
Capì che nella sua vita non era mai stato un re. Nemmeno per un giorno.




Al mio papà Vito, con amore.
A lui, che ogni giorno mi insegna e ricorda cosa significa 'essere un re'.


Treccia semintegrale ai semi di papavero con rabarbaro, miele di tiglio e mandorle

Per il pane
250 gr di farina 00 (Antigrumi, Molino Chiavazza)
100 gr di farina integrale (Bio Italia)
150 gr di farina Manitoba (Molino Chiavazza)
1 bustina di pasta madre di frumento biologico (Baule Volante)
7 gr di lievito secco
1 cucchiaino di sale
370 ml di acqua tiepida

Per il ripieno
4 gambi di rabarbaro fresco
1 cucchiaino di vaniglia in polvere (Rapunzel)
2 cucchiai di miele di tiglio (La Casa del Miele)
6/7 cucchiai di farina di mandorle
30 gr di mandorle con pellicina

Per la decorazione
1 tuorlo sbattuto + 1 cucchiaio di latte
Semi di papavero q.b.

Inserire nella planetaria le farine, la pasta madre, il lievito, il sale. Azionare a velocità minima il robot e versare poco alla volta l’acqua tiepida. Impastare fino a che si sarà formato un imposto piuttosto compatto, poi trasferirlo a lievitare coperto in luogo tiepido per circa 2/3 h.
Passato il tempo di lievitazione, preparare il ripieno. Pulire e spellare il rabarbaro fresco e tagliarlo in piccoli pezzetti regolari; metterlo in una pentola con la vaniglia in polvere e un goccio d’acqua e cuocerlo fino a che non sarà un poco appassito. Spegnere il fuoco e aggiungere al rabarbaro tiepido il miele di tiglio e le mandorle tagliate grossolanamente. In ultimo, aggiungere anche la farina di mandorle per asciugare il composto.
Stendere l’impasto con un mattarello ottenendo una forma rettangolare, poi tagliarlo in tre parti per il senso della lunghezza. Al centro di ciascuna striscia distribuire parte del ripieno, ricoprendo tutta l’estensione. Unire i bordi per richiuderli bene. Affiancare i tre filoncini ottenuti e unire le estremità da una parte sola, incrociandoli poi fino a creare una treccia. Spennellare con il tuorlo sbattuto miscelato al cucchiaio di latte e distribuire a piacere i semi di papavero.
Porre in forno non preriscaldato, con un pentolino di acqua perché si formi vapore durante la cottura. Accendere quindi il forno a 180°C in funzione ventilata e cuocere la treccia per circa 1h.


Per dirvi che non vi ho dimenticato.
Sono mesi molto difficili e, come chi mi conosce un poco più profondamente sa, purtroppo non ancora finiti. Curioso che io riesca a ritagliare il tempo per una nuova ricetta solamente perché la febbre mi è salita a 39°: ma sempre meglio che nulla, no? Intanto ne approfitto per lasciare a tutti voi un abbraccio, sentito e sincero, perché prima o poi ce la farò a tornare con frequenza, anche se ancora non so quando. Il bene sincero non muore mai, per questo spero lo sentiate nel silenzio o nel rumore.
A presto e che possiate sempre essere sovrani del vostro cuore, perché dove non c’è umiltà e comprensione non può esserci giustizia vera. Nemmeno amore: ed è questo, in fondo, il vero motore del mondo.

Con affetto, un sereno pomeriggio!


lunedì 10 febbraio 2014

Promessa d'amore

Lentamente la notte stava per scomparire e i primi bagliori di luce apparvero all'orizzonte. 
Il sottobosco, umido di rugiada, emanava un dolce sentore di legno e vaniglia; piccole gocce di cristallo si allungavano sulle foglie di ampi cespugli di lampone, luccicando preziose e umili come gli occhi di un angelo. Alderico osservò a lungo il viso pallido di Giselda, illuminato da un caldo riverbero dai toni dorati e pesca: la sua pelle, così liscia e fresca, rifletteva quei bagliori quasi fosse plasmata di madreperla. I lunghi capelli scuri, coi quali l’aria mattutina giocava delicatamente, ricadevano sulle sue spalle morbidi come nuvole e nascondevano in gran parte l’abito chiaro che indossava. L’uomo la vide portare alle labbra qualche succoso lampone maturo e qualche violaceo mirtillo appena colto dai cespugli che li circondavano, mentre pensierosa fissava l’orizzonte davanti a se; ne gustò silenziosamente qualcuno, poi si voltò e  lo investì del suo sguardo chiaro e lucente, cristallino come il ghiaccio. 
Alderico le sorrise con tenerezza, allungando il suo mantello per coprirla e stringerla forte a se: la ragazza allora sospirò e socchiuse gli occhi, cullata dal ritmico respiro del suo petto e dai sereni battiti del suo cuore.
<Partirai nuovamente, non è così?> sussurrò la donna con un filo di voce.
Alderico esitò e dopo qualche istante annuì.
<Un cavaliere deve servire il suo re, anche se questo comporta la rinuncia momentanea della sua intima felicità> disse pacato, incontrando le iridi lucide della fanciulla. Giselda allungò la mano e scostò i suoi incolti capelli chiari, per poi accarezzare la ruvida barba sulla guancia dell’uomo.
<Che senso ha amare in modo così grande, se poi la vita ostacola come può la tua gioia?> disse la giovane, affranta e delusa dai giochi di un crudele destino <Che senso ha permettere ad un amore tanto grande di esistere, se il fato vuole che un legame pienamente sereno si riveli impossibile?>
<Non credere mai che l’amore sia impossibile> le disse Alderico con voce profonda <Vedi, si narra che secoli fa il cielo fu affidato ad una coppia di sovrani molto innamorati. Non v’era buio, né luce. Non v’era percezione del giorno né della notte. La volta celeste non conosceva lo scorrere del tempo e tutto era sospeso in un eterno bagliore d’amore: non v’era invidia, cattiveria né ipocrisia; v’era solo volontà di perdersi in un sentimento puro e forte come le montagne, tra un battito e l’altro dell’anima. Ma presto quest’armonia fu turbata da un potente stregone, che non poteva tollerare la felicità altrui non avendola mai avuta per se stesso. Dopo tanto tramare decise così di distruggere definitivamente la gioia del re e della regina, lanciando un temibile sortilegio che li separò per sempre: irridendo lo stesso destino trasformò il re in un grande sole, affidandogli il regno del giorno; poi, allo stesso modo, tramutò la regina nella lucente luna, consegnando ad essa il regno della notte. I due amanti dapprima si disperarono, poiché nessuno dei due sapeva vivere lontano dall'altro; nessuno dei due avrebbe sopportato la perpetuità e l’incessante scorrere del tempo senza godere più del sorriso e del conforto l’uno dell’altra. Eppure un amore così vero e grande non avrebbe potuto morire mai, nemmeno se sfidato dalla malvagità o dall'invidia di un cuore duro e sterile: il sole e la luna decisero che si sarebbero per sempre amati, a qualsiasi costo. Decisero che avrebbero persino rubato degli istanti al ciclico passare della luce e del buio, se necessario: trovarono dunque il modo di incontrarsi segretamente laddove il re dipingeva di luce l’orizzonte e laddove la regina iniziava a tessere il buio con le argentee stelle. E il loro sconfinato legame sopravvisse così all'eternità, nell'alba e nel tramonto, quando le gote della volta celeste avvampano tuttora d’ardore e di rossore dinanzi a quel sentimento così autentico e puro. Sono quelle le ore d’amore del cielo, mia adorata Giselda>
Alderico passò dolcemente le dita in una ciocca dei suoi lucidi capelli corvini e, sistemandola dietro ad un orecchio, glie la fissò con un bocciolo di rosa selvatica, fresco di rugiada. Baciò la sua fronte, chiedendo fortemente al cuore di resistere a quell'imminente ed ennesimo distacco; cercò con tutto se stesso di imprimere nella mente il delicato profumo della pelle di Giselda, che contrastava con l’odore acre e pungente della sua cotta d’arme in cuoio, per portarlo sempre con se. Chiuse gli occhi e la strinse ancora più forte, cercando di nascondere alla giovane la sua inevitabile commozione.
<Giselda> le sussurrò <Finché esisteranno un alba e un tramonto non vi sarà mai un amore impossibile: se un sentimento è realmente puro troverà comunque modo di vivere ed esistere, persino contro il destino stesso e contro la malvagità di chi l’ostacola. Finché crederai in questo, amare sarà una forza indistruttibile in grado di riportarmi sempre da te, a qualunque costo>
Fu dunque così che il sole salutò quel mattino la sua adorata luna, dopo una buia e lunga notte passata ad accendere astri nel cielo: illuminò ancora una volta il mondo, amando la sua sposa nell'eternità dell’ennesima alba e benedicendo con aurea luce l’abbraccio del cavaliere e della sua giovane dama.



Nessun sentimento vero può smettere di esistere solo perché il destino o il fato pare essere avverso. Quando sia ama davvero, con verità e volontà, l’amore riesce a sbocciare sempre come un fiore che attende sotto una coltre di neve: costi quel che costi, stagione dopo stagione, esisteranno sempre un’alba o un tramonto in grado di rendergli infine giustizia. E’ necessario crederci, è indispensabile farlo con lealtà e onestà: solo così la vita vedrà quanto un desiderio può essere nobile, non dimenticando di accontentare coloro che ne faranno un baluardo.
Promettere amore è senza dubbio una grande responsabilità, un impegno che non può conoscere falsità o egoismo; è qualcosa che non può cedere di fronte alle tempeste, nei momenti più difficili, altrimenti non ha diritto di portare il suo nome. E’ qualcosa che vive nonostante le spine, nonostante il dolore, nonostante l’inverno; solo lottando per ciò che vogliamo investiremo d’amore e ne saremo investiti. 
Possa questa dolce promessa giungere al cuore di ciascuno di voi, illuminandolo con tutto il bene sincero che vorrei fosse per sempre vostro: un affetto che esiste con lealtà, con calore, con semplicità. Perché credo che condividere amore sia la cosa più bella e rende di certo questo mondo un luogo migliore, un luogo dove è ancora possibile trovare qualcuno che crede nei sogni e vuole combattere per renderli reali.

Promessa d’amore al liquore di cioccolato bianco e lamponi, mirtilli e succo di rosa canina

200 ml di succo biologico di rosa canina e mirtilli (Achillea)
70 ml di liquore al cioccolato bianco e lamponi (Bottega)
1 cucchiaio di sciroppo d’agave (Baule Volante)
Lamponi freschi q.b.

Riempite d’acqua uno stampo per ghiaccio con forme di cuoricini, inserendo in ognuno di essi un piccolo lampone. Far rapprendere in congelatore.
Mettere in uno shaker da cocktail il succo di rosa canina e mirtillo con il liquore al cioccolato bianco e lamponi, assicurandovi che siano ben freddi. Aggiungere il cucchiaio di sciroppo d’agave e agitare bene, miscelando fino alla comparsa di una morbida schiuma.
Servire freddo, aggiungendo a piacere alcuni dei cubetti con lampone ghiacciato. E se dovesse avanzarvi qualche lampone fresco.. gustatelo lentamente tra un sorso e l’altro!

Colgo inoltre l'occasione, seppur con qualche giorno di ritardo, di segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Taste & More, n°7... semmai ancora non l'aveste letto! Cosa aspettate allora a perdervi con noi nell'incanto di piatti dal sapore esoterico, nel romanticismo di tenere ricette per celebrare l'amore o che possano accompagnare i vostri pomeriggi piovosi in compagnia di un buon té? Cosa aspettate a lasciarvi cullare dal fascino della manualità e del senso del tatto in cucina, dal miracolo di caldi e soffici lievitati, riempiendo la vostra casa con un gioioso e confortante profumino? 


... Ecco, qui potrete trovare il link al quale sfogliarlo! A tutti voi, buona lettura e.. buon appetito!

Un pensiero d'amore possa giungervi infine per donarvi sogni meravigliosi. 
Anche se non riesco a garantire assidua presenza, è certo che appena posso non mancherò di farvi visita.
Vi abbraccio!