lunedì 10 febbraio 2014

Promessa d'amore

Lentamente la notte stava per scomparire e i primi bagliori di luce apparvero all'orizzonte. 
Il sottobosco, umido di rugiada, emanava un dolce sentore di legno e vaniglia; piccole gocce di cristallo si allungavano sulle foglie di ampi cespugli di lampone, luccicando preziose e umili come gli occhi di un angelo. Alderico osservò a lungo il viso pallido di Giselda, illuminato da un caldo riverbero dai toni dorati e pesca: la sua pelle, così liscia e fresca, rifletteva quei bagliori quasi fosse plasmata di madreperla. I lunghi capelli scuri, coi quali l’aria mattutina giocava delicatamente, ricadevano sulle sue spalle morbidi come nuvole e nascondevano in gran parte l’abito chiaro che indossava. L’uomo la vide portare alle labbra qualche succoso lampone maturo e qualche violaceo mirtillo appena colto dai cespugli che li circondavano, mentre pensierosa fissava l’orizzonte davanti a se; ne gustò silenziosamente qualcuno, poi si voltò e  lo investì del suo sguardo chiaro e lucente, cristallino come il ghiaccio. 
Alderico le sorrise con tenerezza, allungando il suo mantello per coprirla e stringerla forte a se: la ragazza allora sospirò e socchiuse gli occhi, cullata dal ritmico respiro del suo petto e dai sereni battiti del suo cuore.
<Partirai nuovamente, non è così?> sussurrò la donna con un filo di voce.
Alderico esitò e dopo qualche istante annuì.
<Un cavaliere deve servire il suo re, anche se questo comporta la rinuncia momentanea della sua intima felicità> disse pacato, incontrando le iridi lucide della fanciulla. Giselda allungò la mano e scostò i suoi incolti capelli chiari, per poi accarezzare la ruvida barba sulla guancia dell’uomo.
<Che senso ha amare in modo così grande, se poi la vita ostacola come può la tua gioia?> disse la giovane, affranta e delusa dai giochi di un crudele destino <Che senso ha permettere ad un amore tanto grande di esistere, se il fato vuole che un legame pienamente sereno si riveli impossibile?>
<Non credere mai che l’amore sia impossibile> le disse Alderico con voce profonda <Vedi, si narra che secoli fa il cielo fu affidato ad una coppia di sovrani molto innamorati. Non v’era buio, né luce. Non v’era percezione del giorno né della notte. La volta celeste non conosceva lo scorrere del tempo e tutto era sospeso in un eterno bagliore d’amore: non v’era invidia, cattiveria né ipocrisia; v’era solo volontà di perdersi in un sentimento puro e forte come le montagne, tra un battito e l’altro dell’anima. Ma presto quest’armonia fu turbata da un potente stregone, che non poteva tollerare la felicità altrui non avendola mai avuta per se stesso. Dopo tanto tramare decise così di distruggere definitivamente la gioia del re e della regina, lanciando un temibile sortilegio che li separò per sempre: irridendo lo stesso destino trasformò il re in un grande sole, affidandogli il regno del giorno; poi, allo stesso modo, tramutò la regina nella lucente luna, consegnando ad essa il regno della notte. I due amanti dapprima si disperarono, poiché nessuno dei due sapeva vivere lontano dall'altro; nessuno dei due avrebbe sopportato la perpetuità e l’incessante scorrere del tempo senza godere più del sorriso e del conforto l’uno dell’altra. Eppure un amore così vero e grande non avrebbe potuto morire mai, nemmeno se sfidato dalla malvagità o dall'invidia di un cuore duro e sterile: il sole e la luna decisero che si sarebbero per sempre amati, a qualsiasi costo. Decisero che avrebbero persino rubato degli istanti al ciclico passare della luce e del buio, se necessario: trovarono dunque il modo di incontrarsi segretamente laddove il re dipingeva di luce l’orizzonte e laddove la regina iniziava a tessere il buio con le argentee stelle. E il loro sconfinato legame sopravvisse così all'eternità, nell'alba e nel tramonto, quando le gote della volta celeste avvampano tuttora d’ardore e di rossore dinanzi a quel sentimento così autentico e puro. Sono quelle le ore d’amore del cielo, mia adorata Giselda>
Alderico passò dolcemente le dita in una ciocca dei suoi lucidi capelli corvini e, sistemandola dietro ad un orecchio, glie la fissò con un bocciolo di rosa selvatica, fresco di rugiada. Baciò la sua fronte, chiedendo fortemente al cuore di resistere a quell'imminente ed ennesimo distacco; cercò con tutto se stesso di imprimere nella mente il delicato profumo della pelle di Giselda, che contrastava con l’odore acre e pungente della sua cotta d’arme in cuoio, per portarlo sempre con se. Chiuse gli occhi e la strinse ancora più forte, cercando di nascondere alla giovane la sua inevitabile commozione.
<Giselda> le sussurrò <Finché esisteranno un alba e un tramonto non vi sarà mai un amore impossibile: se un sentimento è realmente puro troverà comunque modo di vivere ed esistere, persino contro il destino stesso e contro la malvagità di chi l’ostacola. Finché crederai in questo, amare sarà una forza indistruttibile in grado di riportarmi sempre da te, a qualunque costo>
Fu dunque così che il sole salutò quel mattino la sua adorata luna, dopo una buia e lunga notte passata ad accendere astri nel cielo: illuminò ancora una volta il mondo, amando la sua sposa nell'eternità dell’ennesima alba e benedicendo con aurea luce l’abbraccio del cavaliere e della sua giovane dama.



Nessun sentimento vero può smettere di esistere solo perché il destino o il fato pare essere avverso. Quando sia ama davvero, con verità e volontà, l’amore riesce a sbocciare sempre come un fiore che attende sotto una coltre di neve: costi quel che costi, stagione dopo stagione, esisteranno sempre un’alba o un tramonto in grado di rendergli infine giustizia. E’ necessario crederci, è indispensabile farlo con lealtà e onestà: solo così la vita vedrà quanto un desiderio può essere nobile, non dimenticando di accontentare coloro che ne faranno un baluardo.
Promettere amore è senza dubbio una grande responsabilità, un impegno che non può conoscere falsità o egoismo; è qualcosa che non può cedere di fronte alle tempeste, nei momenti più difficili, altrimenti non ha diritto di portare il suo nome. E’ qualcosa che vive nonostante le spine, nonostante il dolore, nonostante l’inverno; solo lottando per ciò che vogliamo investiremo d’amore e ne saremo investiti. 
Possa questa dolce promessa giungere al cuore di ciascuno di voi, illuminandolo con tutto il bene sincero che vorrei fosse per sempre vostro: un affetto che esiste con lealtà, con calore, con semplicità. Perché credo che condividere amore sia la cosa più bella e rende di certo questo mondo un luogo migliore, un luogo dove è ancora possibile trovare qualcuno che crede nei sogni e vuole combattere per renderli reali.

Promessa d’amore al liquore di cioccolato bianco e lamponi, mirtilli e succo di rosa canina

200 ml di succo biologico di rosa canina e mirtilli (Achillea)
70 ml di liquore al cioccolato bianco e lamponi (Bottega)
1 cucchiaio di sciroppo d’agave (Baule Volante)
Lamponi freschi q.b.

Riempite d’acqua uno stampo per ghiaccio con forme di cuoricini, inserendo in ognuno di essi un piccolo lampone. Far rapprendere in congelatore.
Mettere in uno shaker da cocktail il succo di rosa canina e mirtillo con il liquore al cioccolato bianco e lamponi, assicurandovi che siano ben freddi. Aggiungere il cucchiaio di sciroppo d’agave e agitare bene, miscelando fino alla comparsa di una morbida schiuma.
Servire freddo, aggiungendo a piacere alcuni dei cubetti con lampone ghiacciato. E se dovesse avanzarvi qualche lampone fresco.. gustatelo lentamente tra un sorso e l’altro!

Colgo inoltre l'occasione, seppur con qualche giorno di ritardo, di segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Taste & More, n°7... semmai ancora non l'aveste letto! Cosa aspettate allora a perdervi con noi nell'incanto di piatti dal sapore esoterico, nel romanticismo di tenere ricette per celebrare l'amore o che possano accompagnare i vostri pomeriggi piovosi in compagnia di un buon té? Cosa aspettate a lasciarvi cullare dal fascino della manualità e del senso del tatto in cucina, dal miracolo di caldi e soffici lievitati, riempiendo la vostra casa con un gioioso e confortante profumino? 


... Ecco, qui potrete trovare il link al quale sfogliarlo! A tutti voi, buona lettura e.. buon appetito!

Un pensiero d'amore possa giungervi infine per donarvi sogni meravigliosi. 
Anche se non riesco a garantire assidua presenza, è certo che appena posso non mancherò di farvi visita.
Vi abbraccio!


mercoledì 22 gennaio 2014

Insalata di pitaya e gamberi con salsa al mangostano, zenzero e champagne

L’anziano Danasura respirò profondamente e aprì gli occhi in un silenzio quasi surreale. Il profumo fresco del vento aveva dipinto il cielo di un turchese intenso, macchiato qua e la dal candore di qualche soffice nuvola, mentre il sole accendeva di luce le complesse figure dipinte d’oro che troneggiavano sul tetto dell’antico monastero di Jokhang. Animali, figure articolate, statue di uccelli e dalle delicate fattezze umane, rilucevano quasi accecanti in quel tiepido pomeriggio di preghiera: la loro solenne aura dorata contrastava con il vociare dei pellegrini, che si stavano radunando nel barkhor sottostante.
Danasura si mise a sedere, aggiustando con cura la lunga tunica porpora. Il suo sguardo si perse all’orizzonte, alle pendici dell’Himalaya, che si ergeva ben oltre i confini di Lhasa. Meditò a lungo prima di accorgersi che il giovane Baharupa era sopraggiunto per sedersi accanto a lui, poggiando a terra un piccolo cesto colmo di frutti del dragone.
<Maestro, ho pensato che potesse servirle una pausa rinfrescante> sussurrò delicato il discepolo, con un pacato sorriso.
L’uomo lo osservò paternamente e annuì, poggiando le esili dita sulla sua spalla.
Pieno di entusiasmo, il ragazzo allungò allora la mano verso una succosa pitaya e la aprì per porgerla al suo maestro; una volta che Danasura fu servito, tese il braccio per prelevarne una anche per sé: ma fu allora che si accorse di un grosso ragno che stava fuoriuscendo dalla cesta, avvicinandosi pericolosamente alle sue gambe. L’istinto allora prevalse e il giovane Baharupa scattò, tentando subitamente di colpirlo perché non gli nuocesse.
<Fermo!> lo rimproverò improvvisamente Danasura <Non vorrai uccidere quella creatura, vero?>
Il ragazzo restò un po’ sconcertato, fermando la mano che stava per abbattersi sull’aracnide.
<Maestro, che dovrei fare? Se non lo colpisco lui potrebbe ferirmi!>
<Forse ti pare una cosa da poco> lo interruppe l’anziano <Ma quella che ti pare solo una piccola vita è pur sempre una vita. Un’esistenza non si misura dalla sua dimensione, è grande in quanto tale. Sempre. Dovrai tenerlo presente, giovane Baharupa, perché la vita è sacra. Ogni essere vivente è come uno scrigno, pieno di infinite cose: preziose o insignificanti che siano, rovinare uno degli oggetti che contiene può essere un errore, ma al quale si può porre rimedio; si può sempre chiedere perdono, si può sempre tentare di aggiustarlo. Ma quando si distrugge l’intero contenitore, niente più può restituire ai proprietari quell’inestimabile e unico tesoro>
Il ragazzo restò immobile, preoccupato e intimidito dalla possibilità che quel ragno lo attaccasse. Ma il maestro continuò: <Quando uccidi consapevolmente anche una e una sola vita, sei assassino di tutto ciò che essa contiene e di tutto ciò in cui essa si riflette: uccidi ogni respiro, ogni sorriso ricevuto o regalato, ogni gesto d’amore elargito e mai ricambiato; poni fine al sentimento, agli eventuali successi e agli inevitabili errori che fanno parte dell’esistenza. Cancelli per sempre ogni lacrima, buona o cattiva che sia; distruggi l’indecisione, la speranza o i desideri ai quali è possibile anelare. Poni fine alle esperienze, al tempo di cui tutti abbiamo diritto, alla possibilità di percorrere sentieri per i quali ringraziare o chiedere perdono. E non solo: distruggi di riflesso anche coloro per i quali quell’esistenza significava qualcosa. Con una morte provochi ripetute altre morti e questa spirale ricomincerebbe dal principio, rendendoti colpevole di qualcosa infinitamente più grande di te stesso: puoi solo immaginare quanto dolore si propagherebbe come un eco senza fine? Una voce che non potrà abbandonarti mai più> disse in tono grave Danasura, constatando con pietà che la creatura restava ancora immobile per il terrore di essere colpita, più che per la volontà di attaccare per difendersi. Baharupa allontanò l’avambraccio, restando in attesa. Quando vide il ragno finalmente muoversi per scappare, capì che la sua paura l’aveva reso istintivamente debole e sciocco.
L’anziano sorrise, assaporando la polpa succosa e candida del frutto che teneva in mano: <Ricorda: uccidere non contempla un rimedio, non permette di fare passi indietro e accomodare i torti inflitti. Un tale gesto non ha giustificazione e annienta di riflesso persino chi lo commette: quale uomo coscienzioso sarebbe in grado di sopportare una quantità così elevata di colpe in una volta sola? Quale essere umano eviterebbe di essere schiacciato dal peso di questa spirale interminabile di morte, partita da un unico e sragionato gesto di follia? E’ inevitabile, anche se da molti non è contemplato: ad un certo punto un assassino non può più vivere, ma solo sopravvivere alle sue azioni>
Il maestro protese il braccio verso Baharupa, per offrirgli metà della sua pitaya zuccherina: lo sguardo del ragazzo, prima velato di vergogna, si illuminò così di riconoscenza.
<Credi a me: ci vuole molta più energia e sforzo ad odiare, che non ad amare. Se si provasse ad aprire il cuore alla pazienza e alla comprensione, soffocando paure istintive e rancori irrazionali, sarebbe tutto più semplice. E di certo tutti saremmo meno stanchi e più felici.>




Insalata di pitaya e gamberi con salsa al mangostano, zenzero e champagne

Per l'insalata di pitaya* e gamberi

2 frutti di pitaya rossa freschi
1 cucchiaio di dragoncello tritato
Olio q.b.
Sale q.b.
200 gr di gamberi freschi sgusciati e puliti

Per la salsa al mangostano, zenzero e champagne
150 gr di mangostano
100 ml di champagne
50 ml di acqua
1 cucchiaio di aceto di riso
1 cucchiaino di zenzero in polvere
1 cucchiaio di glucosio
140 gr di zucchero

* ho trovato la pitaya e il mangostano comodamente al supermercato, per cui non me ne vogliate! Ho reperito questi frutti all'Esselunga, ma potete benissimo chiedere a fruttivendoli ben forniti. 

Tagliare la pitaya in cubetti piuttosto regolari, mescolandola all’olio, al sale e al dragoncello tritato. Cuocere i gamberi in abbondante acqua salata per circa 5/8 minuti, scolarli e procedere alla pulizia sgusciandoli e levando il filamento addominale con delicatezza.
Preparare quindi la salsa: mettere in un pentolino il mangostano, lo champagne, l’acqua, lo zucchero, l’aceto di riso, lo zenzero e il glucosio. Cuocere fino a che il tutto non sarà ben amalgamato. Levare il pentolino dal fuoco e frullare il contenuto facendo attenzione a non scottarsi. Filtrare il composto con un colino e mettere nuovamente sul fuoco fino ad addensamento. Lasciar raffreddare.
Disporre in una ciotolina da antipasto un po’ di insalata di pitaya, distribuire alcuni gamberi sulla sommità e servire versando qualche cucchiaio di salsa al mangostano sulla superficie, a piacere.

Perché ogni vita, grande o piccola che sia, ha la stessa dignità e la stessa importanza agli occhi del mondo; perché sia sempre più facile tentare di amare piuttosto che scegliere di distruggere. Perché voi possiate onorare ogni giorno l’esistenza, donando tutto il bene che avete dentro per riceverne mille volte tanto. L’anno è iniziato da un po’, me ne rendo conto. Ma non avendo avuto modo di esservi accanto come avrei voluto e come vorrei, ne approfitto ora per lasciarvi un augurio sincero e pieno d’affetto: l’amore guidi ogni vostro passo, ogni vostra azione, per far sì che nessuna paura possa accecare i vostri occhi con il dolore o la cattiveria. Mai.

Vi abbraccio forte, nell’attesa e nella speranza di tempi migliori.
Una dolcissima notte e sogni di stelle a tutti i cuori che battono vicino al mio.


lunedì 23 dicembre 2013

Un liquore candido e speziato per un brindisi dal cuore

Gerolamo scostò le leggere tende della finestra, per far entrare quel poco di luce che l’inverno portava con se. 
Il contorno dei vetri era visibilmente appannato e inseriva al suo interno, come in un’impalpabile cornice, lo spettacolo silente di un giardino freddo e innevato. Il bimbo restò un poco ad osservare un pettirosso che disegnava curiose zampette nel manto candido sul prato, poi si voltò verso il letto e incontrò lo sguardo del suo amato nonno ammalato. 
Rimase immobile, fino a che non si sentì finalmente chiamare.
<Vieni qui, accanto a me> gli sussurrò dolcemente l’anziano, battendo leggermente la mano sulla calda coperta di lana che ricopriva le lenzuola.
Il piccolo si avvicinò con lentezza, sedendosi con un po’ di fatica sul bordo del materasso. Poi sentì la rassicurante mano del nonno stringere la sua, stropicciandola un po’. Restò un attimo in silenzio ad osservare gli occhi lucidi dell’uomo, le sue labbra tremanti che volevano esprimersi e non riuscivano a farlo; osservò quel sorriso abbozzato che a tratti scompariva e che parlava sommessamente d’amore, finché il silenzio si fece troppo rumoroso e il bimbo lo interruppe.
<Ma tu devi proprio andare via?> sussurrò sottovoce il piccolo, corrugando il musetto <Io non voglio che tu lo faccia, nonno. Vorrei che restassi, così quando sarai guarito potremo uscire a giocare con la neve>.
L’anziano reclinò la testa e lo accarezzò con tenerezza, annuendo a fatica.
<Arriva un momento in cui tutti dobbiamo andare via> gli rispose lento e pacifico, perdendosi negli occhi profondi e innocenti del suo nipotino <Tutti dobbiamo morire>.
Gerolamo allora sospirò, visibilmente in difficoltà nel capire un concetto così crudele come la fine di un’esistenza.
<E tu andrai in cielo?> domandò di nuovo il bambino, un poco spaesato.
<Sì, andrò in cielo. Proprio lassù, tra quei fiocchi di neve, per giocare ancora con te> gli rispose l’uomo, donandogli un flebile sorriso. Poi continuò: <Sai, c’è una cosa che vorrei tu sapessi. Quella che tutti chiamano morte trasforma solo le persone in angeli, senza portarle mai via davvero da coloro che le amano: niente finisce mai per sempre, piccolo mio. Credimi. L’unica cosa realmente difficile da accettare è che la morte finisce per rendere ciechi coloro che restano: inevitabilmente strappa dagli occhi un’immagine terrena, rendendola invisibile. Ma dove le iridi vagano nel buio, esiste la vista immortale dello sguardo del cuore: nessuna morte può renderlo cieco, nessun dolore può sopprimere la sua capacità di vedere. Per questo voglio che tu impari a guardare con gli occhi dell’anima per far sì che nessuna morte possa rubarti la vista. Così che tu saprai sempre dove trovarmi, dove vedermi, dove abbracciarmi, quando mi cercherai. E ti sembrerà di non avermi lasciato nemmeno un giorno>
<E come si fa?> domandò incuriosito il bimbo.
<Ecco, voltati verso la finestra> disse l’anziano con voce roca <Adesso chiudi gli occhi e semplicemente guarda, raccontami cosa vedi>.
In principio il bambino restò sconcertato, poiché non riusciva a comprendere come potesse vedere il mondo ad occhi chiusi; poi, dopo qualche istante, cominciò timidamente a parlare.
<Vedo i pini, carichi del pesante fardello della neve> iniziò <Vedo tanti passerotti in attesa sulle staccionate, in cerca di qualche briciolina, quelle che noi solitamente non gli facciamo mancare. Esce del fumo dai comignoli delle case, si sente odore di legna e di muschio bruciato; il cielo sembra fatto di cenere e c’è del ghiaccio che rende lucido il sentiero di pietre.>
<Che meraviglia. Continua, coraggio> lo incitò il nonno, con fare paterno.
<Vedo il nostro pupazzo di neve, la sua sciarpa a righe e il suo cappello rosso. Vedo la tua bicicletta appoggiata al muro, le tue scarpe vecchie e consumate sulla soglia della porta d’ingresso; ci sono anche i tuoi attrezzi da giardino, quelli che non vuoi che tocchi mai. Vedo la nonna che ci saluta dalla finestra e vedo te che ricambi il suo sorriso; sento il calore del tuo abbraccio, il profumo intenso di cannella e arancio che hanno da sempre i tuoi vestiti, spessi e ruvidi. Sento il tuo respiro mentre mi stringi e la tua voce riempirmi il cuore. E vedo il tuo viso, i tuoi occhi, la tua gioia> raccontò sempre più entusiasta il bambino, incoraggiato dal nonno che ogni tanto interrompeva il flusso dei suoi pensieri ascoltandolo attentamente. 
Il piccolo Gerolamo raccontò a lungo ciò che riusciva a vedere senza aprire gli occhi, stupito di quante cose si potessero osservare col solo ausilio del cuore. Si fermò solo quando smise di sentire l’anziano parlare: allora si voltò, trovando il viso pallido e sereno del nonno con gli occhi chiusi. E anche se il suo sguardo innocente si riempì improvvisamente di calde lacrime, era sicuro che dentro di sé quell'angelo stesse ancora giocando.



Esiste uno sguardo che si irradia dal viso e un altro che si sprigiona dal cuore. Il primo può conoscere finitezza e cecità, mentre il secondo ha facoltà di resistere in eterno. Niente è mai perso per sempre, se lo si osserva con i giusti occhi; niente diviene davvero invisibile se lo si cerca con il giusto sguardo. E laddove la morte strappa dagli occhi l’immagine di un amato, il cuore la conserva all’infinito: è lì che la ritroveremo, lì che la abbracceremo, ogni volta che ne sentiremo il bisogno. Dall’anima nessun viso può essere rubato, nascosto o strappato. Nemmeno dalle mani della morte.
Basta chiudere gli occhi ed incominciare di nuovo a vedere.

…e così faccio io, angelo del pianoforte. Chiudo gli occhi e ti vedo in un silenzio di neve. Ti cerco nel cuore per abbracciarti, per dirti quanto ti voglio bene; ti cerco nell’anima perché tu sia qui, perché tu non te ne sia andato nemmeno un giorno. Perché la tua mancanza faccia male solo agli occhi ma non ai battiti più profondi del cuore. 
Questo dono liquido, candido e dolce come la neve, è per te. Potrei dire ‘ovunque tu sia’, ma sbaglierei: so già dove sei.
Buon compleanno, nonno Livio. 

Liquore al latte di riso e cocco, cannella e fiori d’arancio
(senza glutine, senza lattosio)

450 ml di panna vegetale al cocco (Isola Bio)*
250 ml di latte di riso al cocco (Isola Bio Caprice)
90 gr di zucchero
140 ml di alcool** puro 95°
2 stecche di cannella
6/7 gocce di acqua ai fiori d’arancio (Rebecchi, senza glutine)

*con la panna vegetale di cocco il liquore assumerà una consistenza più liquida e simile ad un latte liquoroso. Se gradite una consistenza più cremosa potete aggiungere, al posto di quest'ultima, del comune latte di cocco reperibile in qualsiasi negozio etnico.

** regolatevi in base al grado alcolico che preferite. Potete metterne un poco meno, se non amate l’alcool. Io onestamente non l'ho mai amato molto, ma ho abbondato perché mi servono cose piuttosto alcoliche, ultimamente! :D

In una pentola versare il latte di riso al cocco, la panna al cocco, lo zucchero, le stecche di cannella e l’acqua ai fiori d’arancio. Mescolare lentamente a fuoco basso, fino a che lo zucchero non si sarà sciolto e il tutto non avrà raggiunto quasi il bollore. Spegnere il fuoco e coprire il pentolino, lasciando in infusione la cannella perché sprigioni il suo aroma fino a che il composto non si sarà raffreddato. Filtrare con un colino e aggiungere infine l’alcool, mescolando bene. Imbottigliare e conservare in frigorifero (o in alternativa in un luogo freddo e buio, come la cantina).
Prima di servire agitare la bottiglia e lasciare qualche minuto a temperatura ambiente, per meglio assaporare gli aromi del liquore.

E’ con questo pensiero, dai toni della neve e dal profumo speziato, che brindo con voi per augurarvi uno splendido Natale. Possa essere un momento di pace e di serenità, un’ occasione per riscoprire il calore della famiglia e la bellezza dello stare insieme; possa essere un istante prezioso in cui apprezzare il valore dell’amore, del perdono e della felicità. Con tutto il cuore.

Rivolgo poi un pensiero particolare alla dolce Vaty, alla cara Ila, alla tenera Gio e alla mia Grazia. E a tutti coloro che comprendono cosa significhi un grande vuoto e un pungente freddo, specialmente in periodi in cui il resto del mondo vive di gioia e di calore. Chiudete gli occhi, amiche care. E osservate.

Buon Natale, tanti auguri. 
Anche nel silenzio e nella momentanea lontananza, vi porto con me.



domenica 24 novembre 2013

Ciambelline rustiche del viaggiatore

Il tempo divenne presto un’ombra ticchettante, confuso con la grigia bruma di pianura.
Un vecchio e tondo orologio in ferro battuto osservava muto e ansioso l’orizzonte, col capo piegato sopra i lunghissimi binari arrugginiti: in un silenzio quasi surreale, il rumore secco e rigido dei secondi che passavano aumentava un senso di profonda inquietudine nell'anima, che sussultava ad ogni spostamento dell’esile lancetta; il volto numerato del quadrante, reso rugoso dalle intemperie e dalla polvere, pareva avere lo sguardo pallido e distratto tipico di un abbandono.
Una gelida folata di vento agitò improvvisamente le gracili betulle ai bordi della strada, strappando senza pietà anche le ultime foglie rosse e giallastre dai rami.
Paul avvertì un brivido corrergli nelle vene, quasi avesse del ghiaccio al posto del sangue: tremò e si strinse nel cappotto chiaro, affondando il viso nella pesante sciarpa di lana scura. Seduto su una panchina ormai consunta e rovinata, osservava i turbini di foglie secche che si alzavano vorticosi tra i sassi della ferrovia. L’odore dell’acciaio bruciato dalle forti frenate delle locomotive non aveva mai lasciato quella stazione, permeando l’aria dell’intenso aroma di viaggio: quel sentore quasi rugginoso, acre e metallico che gli aveva sempre messo una gran voglia di partire, sin da quando era bambino. Era convinto che la vita sarebbe stata diversa, allora: pensò che avrebbe voluto scoprire il mondo, che avrebbe certamente avuto le sue occasioni per farlo. Era certo che un giorno si sarebbe recato in quella angusta biglietteria e avrebbe sentito finalmente il suo treno fischiare, pronto a condurlo laddove avrebbe realizzato tutte le sue aspettative. 
Invece le cose erano andate diversamente e il mondo non era mai stato quello che si immaginava: troppe delusioni, troppe speranze infrante, troppa voglia di cambiare qualcosa nella sua vita e nulla che lo invogliava a farlo; nessun aiuto da parte del destino, che pareva avergli sempre remato contro: attendeva da tanto, troppo ormai. E finì per prendersela con quell'antico orologio triste, che doveva per forza essere rotto; finì per provare rabbia nei confronti del mancato rispetto per gli orari, indignandosi per la scarsa serietà di chi avrebbe dovuto garantire almeno una corsa ogni tanto. Iniziò a provare fastidio per quell'attesa che aveva trasformato la sua pelle e i suoi muscoli in ghiaccio, a tal punto che le guance iniziarono a formicolargli e gli occhi ad annebbiarsi, assumendo un rossore quasi malsano; neppure i numerosi caffè bollenti del bar lì accanto erano riusciti a scaldargli l’anima, contribuendo solamente a renderlo più nervoso. Si sentì in collera con gli eventi, che a quanto pare avevano deciso di lasciarlo solo su una panca scrostata e dismessa, in compagnia di una bruna valigia in pelle.
Eppure era ancora lì, testardo e speranzoso, seduto ad attendere qualcosa che lo portasse distante; era ancora lì, per quanto si imponesse di pazientare: ma all'orizzonte non era mai comparsa una locomotiva; non si era mai visto del fumo in lontananza, che saliva al cielo annunciando la tanto agognata partenza. 
Cosa doveva fare ancora per dimostrare alla vita che era stato paziente e volenteroso, che forse meritava un’opportunità dopo tanta speranza e voglia di lottare? Cosa avrebbe potuto fare più di così, rischiando di congelare per sfidare la sua stessa delusione, obbligandosi a crederci imperterrito di nuovo? Il fatto che il destino non rispondesse mai alle sue disperate domande, nemmeno una volta, lo rendeva furioso e quantomeno irritato.
L’uomo allora sospirò nervosamente, portando la mano all'impugnatura del suo bagaglio: picchettò ritmicamente e angosciosamente con le dita, finché una nuova e gelida folata di vento decise di portare via il suo berretto e di farlo correre velocemente lungo la banchina.
Paul imprecò, alzandosi immediatamente per tentare di recuperarlo: quando lo raggiunse, si chinò infastidito e cercò di pulirlo sommariamente con piccoli colpetti dati con il palmo della mano. Lo poggiò nuovamente sul capo, tentando di farlo aderire meglio; poi si voltò e guardò in lontananza la sua scura valigia fuori dalla biglietteria. Diede un’occhiata a quei desolati binari più e più volte, percependo un senso di solitudine e smarrimento, di silenzio e di inquietudine.
E fu in quell'attimo che capì. Fu in quell'istante che comprese come, probabilmente, non era stato il fato a tacere ma era stato lui ad essere sordo alle irriverenti risposte del destino. Quanto tempo aveva sprecato, quanto freddo aveva sofferto; quante illusioni aveva affidato al silenzio del mattino, rammaricandosi di non avere mai ottenuto un piccolo aiuto per raggiungere la sua meta. Ed ora invece era tutto così chiaro: era in piedi, si reggeva da solo. Non doveva più attendere, né perdere tempo: doveva solo smettere di aspettare occasioni, doveva crearsele; doveva smettere di affidarsi all'idea di qualcosa o qualcuno, pronto a dargli un passaggio e a portarlo lontano. 
Sorrise, colmo di una nuova e più vera consapevolezza: aveva semplicemente le sue gambe, per raggiungere il luogo dove voleva da sempre arrivare. 
Doveva solamente alzarsi e decidersi finalmente a camminare. 




Ciambelline del viaggiatore al grano saraceno integrale con caffè, prugne secche e noci di cola
(senza glutine, senza lattosio)

60 gr di farina bianca (Shar, senza glutine)
40 gr di farina di grano saraceno integrale ()
25 gr di amido di mais
50 gr di burro di soia (Provamel)
50 gr di zucchero di canna
2 gr ammoniaca per dolci
1 cucchiaio di caffè solubile 
1 uovo
3/4 prugne secche denocciolate, finemente tritate
polvere di noci di cola (la punta di un cucchiaino)
sale (un pizzico)

Mettere nella planetaria le farine, la polvere di noci di cola, il pizzico di sale, l'ammoniaca per dolci, il caffè solubile e il burro di soia a pezzetti. Far sabbiare bene e unire in un secondo momento lo zucchero di canna, le prugne tritate finemente e in ultimo l'uovo. Quando il tutto sarà ben amalgamato, porre l'impasto a riposare per ca. 30 min. in frigorifero, coperto da pellicola alimentare. In seguito, creare con il composto delle piccole ciambelline del diametro di ca. 5/6 cm e porre su una teglia ricoperta di carta da forno. Cuocere in forno caldo a 190°C per ca. 15 minuti. Lasciar raffreddare e assaporare mentre viaggerete lontano.

Ultimamente, come avevo anticipato, non sono stata molto presente e temo che ancora per un bel po' non potrò esserlo: mi dispiace immensamente di non poter venire a trovare ciascuno di voi, per lasciarvi un po' del mio affetto. Quello che è certo è che non dimentico nessuno e la mia amicizia resta tale nonostante gli impegni e la lontananza. 

Colgo comunque l'occasione per segnalarvi l'uscita del nuovo numero di Taste&More, complimentandomi con le ragazze che hanno fatto un lavoro meraviglioso e sono state in grado di trasmettere tanto amore e calore attraverso le pagine di questo speciale di Natale.


Ringrazio poi l'associazione Progetto MondoMlal per avermi gentilmente inviato l'anteprima della pagina di calendario che quest'anno ospiterà la mia ricetta. Oggi la condivido con tutte voi, perché tutti coloro che decideranno di acquistarlo possano essere fieri del gesto d'amore che faranno e possano ricevere in cambio il doppio della gioia donata. 


Se gradite, potete ordinarlo a fronte di un'offerta minima a partire da 5 euro via email scrivendo a sostegno@mlal.org o al telefono allo 045 8102105.

Sperando di non dover attendere molto per tornare a riabbracciarvi tutte/i, mi auguro che questo pensiero giunga dal mio cuore al vostro: possa il vento ricordarvi che non dovete più aspettare per raggiungere i vostri sogni o i vostri obiettivi, né attendere più qualcuno o qualcosa che vi ci porti; possiate raggiungere la vostra meta semplicemente alzandovi e andandogli incontro.. magari portando con voi qualche rustica ciambellina! :)

Un bacio pieno d'affetto e a presto!


martedì 29 ottobre 2013

Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Un odore acre di legno arso risaliva dal vecchio comignolo in pietra. Il fumo grigiastro e suadente si disperdeva nell'aria  confondendosi con la bruma, in un silenzioso peregrinare nel vuoto; la nebbia avvolgeva gli esili tronchi del frutteto ormai spoglio, sfumandone i contorni tanto da farli sembrare fragili spettri dalle braccia raggrinzite: si udiva solo il gracchiare di un grosso corvo, che interrompeva un’atmosfera pensosa e surreale, volando inquieto da un ramo all'altro come in preda ad un’intima confusione.
Coline si sentì per un attimo parte di quel nulla, persa nelle nuvole grigie e nella bellezza quasi antica di una dozzina di zucche accatastate là fuori, su una scura panca di legno: le osservava affascinata, malinconica; accarezzava i loro contorni gialli e verdastri con lo sguardo, percependone i muti pensieri. La solitudine che sussurravano era la stessa che lei portava dentro. Il profumo pungente delle castagne arrostite, che stavano bollendo da un po’ insieme ad un pezzo di carne in un largo paiolo in pietra ollare, aveva ormai pervaso completamente la stanza: la pentola borbottò più volte, richiamando l’attenzione della giovane che sembrava averla dimenticata sulla brace. Quando se ne accorse, la ragazza corse dinanzi al fuoco e mescolò energicamente gli ingredienti con l’aiuto di un grezzo cucchiaio; rabboccò con un poco di vino rosso, purpureo come le foglie cadute che adornavano il sentiero della sua umile dimora. Chiuse gli occhi e ne respirò profondamente l’aroma, che la riportò agli autunni che viveva nella sua infanzia. Infine sospirò, sedendosi accanto al camino, dove in un ampio catino di noce il suo gattino stava riposando.
Coline sorrise amabilmente, accarezzando la sua morbida testolina.
<Menomale che ci sei tu a riempire d’amore la mia solitudine> gli disse, tirandogli leggermente l’orecchio <Sei proprio un buon amico, come non ne ho mai trovati>.
Il micetto sbadigliò, ricambiando le attenzioni della sua padroncina con innumerevoli fusa. Si mise a sedere e la guardò, con gli occhi socchiusi, percependo un velo di tristezza nel suo cuore.
<Insomma, cosa non va in me?> soggiunse la ragazza sbuffando, raccogliendolo dalla cesta e appoggiandolo sulle ginocchia <Ho sempre dato tutto ciò che potevo dare; fatto tutto ciò che potevo fare. E sono rimasta comunque sola, prima o poi dimenticata>.
Passò qualche istante e gli occhi di luna del gatto incontrarono il suo viso.
<Non hai nulla che non va, piccina> le sussurrò dolcemente il minuscolo felino, osservando il suo sguardo farsi lucido di lacrime <E’ che l’amicizia è un dono molto difficile da trovare. Il più delle persone la scambia per ciò che non è, senza chiedersi cosa effettivamente dovrebbe essere; il più della gente la ritiene un bene passeggero, mutevole come le stagioni. Lascia che te lo dica: sei certamente amico quando tendi la mano, quando ne stringi una tra le tue; quando abbracci e puoi sentire il cuore di chi ami palpitare accanto al tuo. Sei amico quando sei sincero, quando metti i tuoi occhi in altri occhi e condividi con essi le ore del giorno o della notte. Ma l'amicizia non è solo occuparsi di qualcuno che abbiamo modo tutti i giorni di vedere: l’amicizia non vive nell'ovvietà. Saremmo tutti in grado di godere del sole quando non manca mai, quando splende nel cielo e inevitabilmente accarezza anche il nostro viso. Siamo tutti in grado di vivere nell'abbondanza quando non proviamo nemmeno un giorno a metterci alla prova> sentenziò saggio il gatto, godendo delle carezze sul lucido pelo screziato. Infine continuò: <Se mi consenti, perciò, l’apparenza e la vicinanza non sono sempre sinonimi di sentimento vero. Vale più quello che fai per un amico lontano dai suoi occhi, più che quello che fai vicino ad essi: tutti i pensieri che gli doni, tutti i sorrisi che gli dedichi, quando non è accanto a te ma è come se lo fosse realmente; tutti i più bei suoni che conservi quando non senti la sua voce ma ti pare ugualmente di percepirla, nello spartito dei ricordi. Vale più la lealtà che gli regali, fosse solo nell'onestà dei gesti, lontano da ciò che lui può udire: vicino a ciò che il resto del mondo ode. E in quel discorso ricami bellezza e affetto perché il vento glie la porti; perché tu possa renderlo grande anche dinanzi a chi non lo conosce, perché è davvero nobile solo quello che non si mostra agli interessati ma risplende per essi come se in quell'istante fossero personalmente presenti. Ricorda. Sai che è amicizia se nei momenti di assenza due amici sono comunque insieme, e ne hanno la certezza: perché anche se distanti hanno dell'altro preoccupazione e cura, nonostante le età, nonostante le vicissitudini della vita. Sai che è amicizia vera quando esiste, semplicemente, vicino o lontano; nel sole o nella nebbia; nella dedizione contro il tempo che scorre: senza che si pronunci un suono, senza che si riveda un viso. Ma non tutti sono pronti ad amare ciò che non si può vedere; non tutti sanno riconoscere i tesori più preziosi e li gettano al vento come semi nell'aia. Quella è illusione, non virtù; se ti abbandona non è mai stata tua> concluse il micio, inarcando la schiena e stiracchiandosi pigro.
Coline lo abbracciò forte, appoggiando teneramente la guancia sul suo musetto: quel morbido contatto la rincuorò.
<Ed è amicizia vera quando ti sento parlare anche se per tutti non hai voce, vero?> gli sussurrò maliziosamente <Anche quando parli una lingua diversa dalla mia e nel silenzio facciamo comunque i più grandi discorsi, non è così?>
Il felino miagolò, appagato da quel calore tanto speciale che la sua padroncina emanava dal profondo dell’anima. La ragazza si sentì intimamente vicina a quel selvatico cuore e capì che non avrebbe dovuto cambiare, solo aspettare. Comprese che la solitudine non era una maledizione, se era frutto della verità: forse aveva sofferto per qualcosa che non era mai stato suo o forse l’amicizia vera non l’aveva mai incontrata.
Perlomeno, pensò, fino a quel momento.


Esiste un luogo fatto di calore e di amore, anche quando il cielo è pensoso e avvolge ogni cosa tra dita di nebbia e respiri umidi; esiste un luogo dove i gattini riposano in vecchi catini di legno, in cui i camini scoppiettano paterni e le panchine accolgono dozzine di zucche malinconiche e solitarie, screziate di giallo e verde silvestre; v’è un luogo dove la quiete si perde tra i vigneti, tra grappoli succosi e violacei, appesi qua e là su generose e nodose braccia di vite. E il silenzio porta la voce del cuore: d’improvviso un momento riluce più di altri, un abbraccio scalda più di un altro; un sorriso diviene il sole che nasce in un giorno di pioggia e in un istante due cuori selvatici si incontrano per non lasciarsi mai più.
Perché la solitudine non è mai davvero una maledizione, perché la sofferenza non è sempre vana; perché l’amicizia vera si può incontrare realmente, in un unico e inaspettato momento.
E’ per te, mia dolcissima Vale: per ricordarti che ci sono, ci sarò sempre. Nella vicinanza e nella lontananza, sia quando mi vedrai sia quando non sarò davanti ai tuoi occhi: perché stai certa che anche allora, quando avrai bisogno, mi troverai sempre almeno davanti agli occhi del tuo cuore.
Ti voglio tanto, tanto bene tesorina: abbracciarti è stato meraviglioso, uno dei doni più belli che questo uggioso autunno mi potesse portare!


Castagnaccio alle pere e anacardi con miele d’acacia, lardo d’Arnad e salsa al Bonarda

Per il castagnaccio alle pere e anacardi
250 gr di farina di castagne (Molino Zanone)
350 ml di acqua
2 cucchiai di olio d’oliva
1 pizzico di sale
50 gr di pere essiccate (Noberasco)
30 gr di anacardi grossolanamente tritati + 30 gr di anacardi interi per la copertura

Per la salsa al Bonarda
½ bicchiere di vino rosso Bonarda
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di glucosio

Per la decorazione
fettine sottili di lardo d’Arnad q.b.
2 piccole pere Decana (non troppo mature)
2 cucchiai d’acqua
1 cucchiaio abbondante di miele d’acacia

Preparare il castagnaccio versando nella planetaria la farina con un pizzico di sale, l’olio e l’acqua a filo. Quando il composto sarà piuttosto cremoso, aggiungere le pere essiccate tagliate a pezzetti piccoli e gli anacardi tritati. Mescolare e versare in una teglia rotonda da 22/24 cm di diametro, opportunamente oliata. Distribuire sull'impasto i restanti anacardi interi e infornare a 180°C per ca. 30/35 minuti: il castagnaccio sarà pronto quando si saranno formate le classiche crepe sulla superficie. Mentre il castagnaccio raffredda, sbucciare e tagliare a fettine sottili le due pere, metterle in un padellino antiaderente a fondo spesso e aggiungere due cucchiai d’acqua. Cuocere fino a che le pere non si saranno ammorbidite e l’acqua sarà quasi del tutto assorbita, poi spegnere il fuoco e aggiungere il cucchiaio di miele: mescolare fino a che non si sarà amalgamato bene alla frutta. Preparare infine la salsa al Bonarda: versare in un pentolino mezzo bicchiere di vino rosso, lo zucchero e il glucosio. Cuocere fino a che la salsa non si sarà opportunamente addensata.
Tagliare il castagnaccio a piccole fettine e avvolgere ciascuna di esse in una fettina di lardo. Decorare con un paio di pezzettini di pere al miele e irrorarle con la salsa al vino tiepida o fresca.

Con questa ricetta, amica mia, partecipo al quarto contest dell'Agriturismo Ca' Versa. Ho immaginato questa salsa, che potesse fare le veci della vostra deliziosa gelatina: un po' amarognola, un po' dolciastra, corposa e piena come un buon bicchiere di Bonarda, per accompagnare questo secondo piatto dal profumo autunnale.


Ed eccoci giunti alla fine, per oggi.
Vi abbraccio con tanto affetto, mi mancate tantissimo: ma vicine o lontane, vi porto sempre nel cuore. 
E la mia gioia risiede nel fatto che so di potervi trovare lì, in fondo all'anima  finché non tornerò qui con voi.
Una serena notte, piena di sogni luminosi e di desideri d’amicizia vera. A presto!


sabato 5 ottobre 2013

Un augurio speciale e.. un grazie a Taste&More!

Si racconta che secoli e secoli fa esistesse un gentile e onesto artigiano di nome Cuauhtémoc: egli abitava nei pressi del villaggio di Capachica, sulle rive del vasto e millenario lago Titicaca. 
Il suo animo era grande e generoso, nobile e modesto; il suo cuore era umile e volenteroso, benedetto dagli déi che lui tanto amava. Lavorava mestamente ogni giorno, onorando con il sudore della fronte quell'innegabile talento che gli spiriti avevano saputo donargli attraverso l’abilità insita nelle sue mani: creava instancabilmente ariballoi dalla delicata fattura, gioielli decorati e damaschinati in piombo, rame e stagno; realizzava meravigliosi strumenti musicali e flauti sofisticati, per celebrare in armonia persino la potente gloria divina.
Cuauhtémoc era devoto al suo lavoro quanto ad un unico amore, Itzayana, sua carissima sposa: non passava istante che non vivesse dei suoi sorrisi, larghi come spicchi di luna; non passava momento che non si sentisse rapito dal profumo pungente e fiorito dei suoi lunghi capelli lucidi e scuri, ogni volta che gli si sedeva accanto per dividere con lui un po’ della squisita chica morada che lei soleva preparare ogni pomeriggio. L’abile artigiano si sentiva realizzato e felice ogni istante che poteva stringerla a se e sentirla parte della sua stessa anima, vita della sua stessa vita.
Un giorno però la dolce Itzayana si ammalò: non ebbe inizialmente più forza di camminare, poi non ebbe più energia per parlare; non riuscì più a preparare quella deliziosa bevanda al mais nero che Cuauhtémoc tanto bramava. 
Finì per non illuminare più la notte dell'artigiano con grandi sorrisi di luna: lentamente si spense, chiudendo gli occhi per sempre. E all'uomo, ormai solo, parve di non avere più un senso nel mondo: osservava la sua pallida sposa avvolta nella delicata anacu turchese, stretta in vita da una cintura variopinta, non riuscendo in alcun modo a darsi pace. Invocò così il grande Viracocha, signore di tutti gli dèi, perché lo ascoltasse  e riportasse in vita il suo unico amore; gridò alle nuvole tutta la sua disperazione e il suo dolore, ma il cielo restò muto e Cuauhtémoc pensò con rabbia che la devozione di una vita non fosse servita a nulla.
Caricò dunque il corpo della sua sposa su una modesta barca di legno e, rassegnato, pensò di dirigersi verso l’isola di Amantanì: decise che là, all'alba, le avrebbe dato degna sepoltura.
In preda al dolore e alla sofferenza, pensò però che non avrebbe mai lasciato sola la bella Itzayana: <Se tu non puoi tornare da me> le sussurrò tra le lacrime <Allora resterò io con te per sempre>
E così dicendo, passò tutta la notte ad intagliare un fresco ciocco di legno verde, scalpellandolo con tutto l’amore che aveva in corpo e donandogli una graziosa forma di cuore.
Prima di richiudere la tomba, sotto il tocco dorato dei primi raggi di sole, posò dunque quel tenero pensiero sul petto della donna: fu il suo ultimo e solenne saluto.
<Questo è il mio cuore, amore mio. Un giorno ti raggiungerò e allora questo legno non sarà più un mero chirimuya; non sarà più un freddo seme. Questa modesta scultura palpiterà a nuova vita e il mio petto vivrà eternamente nel tuo> le sussurrò Cuauhtémoc bagnandola con caldissime lacrime, prima di terminare il rito e tornare al villaggio.
E ogni giorno, per anni, l’uomo non mancò di farle visita: remò avanti e indietro dall'isola anche quando invecchiò e le forze lo abbandonarono; anche quando pareva aver perso la fede e la speranza che il cielo lo ascoltasse, lo consolasse e lo salvasse. Fu così anche durante quel dorato tramonto, quando il buon Cuauhtémoc chiuse gli occhi per l’ultima volta, piegato sul sepolcro della sua amata Itzayana. Eppure un amore così grande non poteva restare nascosto per sempre. 
Il signore degli déi, Viracocha, squarciò in quel momento le nubi e posò lo sguardo sull'uomo ormai privo di vita; soffiò commosso sul sepolcro e radunò il forte Inti e l’argentea Mama Quilla, rispettivamente signori del sole e della luna. Pregarono la madre terra Pachamama di accogliere la loro supplica e così, con la benedizione dell’alito divino, gli déi fecero sì che i due amanti potessero risorgere a nuova vita: sul sepolcro crebbe vigoroso un piccolo arbusto che si fece nel tempo albero, simbolo eterno del fecondo amore di Cuauhtémoc e Itzayana. Ora quel cuore di legno verde non giaceva più sterile e freddo in una tomba, ma adornava a grappoli le belle braccia della pianta: fu chiamato Cherimoya, frutto cremoso e succoso; amabile e avvolgente come un bacio d’eterno amore.

A te, mia dolcissima Sabi! Perchè il mio cuore resterà sempre con il tuo, dovunque sei e sarai; perché la mia amicizia profonda e il mio affetto saranno sempre al tuo fianco, palpitando senza fine in un sentimento eterno. Sei speciale amica mia, non dimenticarlo mai. Buon compleanno, tanti auguri perché questa giornata ti porti tanta luce, bene e calore: siano tutti esauditi i tuoi desideri e la pace avvolga la tua vita donandoti la gioia infinita che meriti! Ti voglio bene, sono con te! 


Crema vellutata di cherimoya allo sciroppo d'agave e semi di vaniglia

145 gr di polpa di cherimoya*
100 gr di mela annurca
30 ml di sciroppo d'agave
1 cucchiaio di succo di limone
1 cucchiaio scarso di zucchero di canna integrale
semi di mezza bacca di vaniglia

Unire la polpa di cherimoya alla mela a pezzetti e frullare insieme con un cucchiaio di succo di limone. Unire lo sciroppo d'agave, lo zucchero e i semi della bacca di vaniglia. Mettere in un pentolino antiaderente a bordi spessi e portare ad ebollizione fino a che il composto non assumerà una consistenza vellutata e corposa.
Travasare in un vasetto sterilizzato per conserve e capovolgere perché si formi il sottovuoto. 

* questo frutto così particolare l'ho reperito casualmente negli ipermercati Il Gigante. Lo specifico in modo che possiate eventualmente recarvi in uno di questi centri e acquistare un piccolo cuore tutto per voi. Non riesco mai a resistere davanti a creature così particolari, tanto che era impossibile per me non fantasticarci un po' sopra: chissà la gente cosa penserà, quando ogni tanto mi vede sospirare e commuovermi davanti ad una cassetta di verdura! 

Anche se di questi tempi non posso essere molto presente, non potevo mancare nemmeno per ringraziare le dolcissime amiche del magazine Taste&More, che mi hanno dato l'opportunità di collaborare con loro attraverso il mio piccolo e modesto contributo.
Un grazie dal verde cuore anche a voi, dunque. La passione che mettete in tutto ciò che fate, la bellezza delle emozioni che comunicate e la gioia che sapete trasmettere attraverso immagini e sapori è qualcosa di unico! 
Vi abbraccio forte forte, una per una. Ed ecco il nuovo numero.

                                                         

Un ringraziamento va infine alle care Ila e Gwendy per avermi assegnato un nuovo e gradito premio: siete state proprio carine a pensare a me. Ricambio con tanto affetto quel bene che mi donate, restituendolo a mia volta a tutti coloro che passeranno di qui! 


A presto, carissime/i. Spero di poter tornare ad essere più presente quanto prima. 
Intanto vi mando un bacio con affetto e un augurio perché tutto possa procedere sempre come meglio desiderate! 



giovedì 19 settembre 2013

Crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas con salsa di tamarillo all’acqua di cocco e cannella

Huechu legò l’ultimo fascio di lunghi e bruni steli, stringendo a più riprese la grezza cordicella che li teneva uniti. 
Posò così l’ultimo raccolto nelle capienti ceste di paglia appese ai fianchi del suo alpaca e sospirò profondamente, levandosi per un attimo il grigio cappello di feltro e portando l’avambraccio al viso per asciugare il sudore che gli imperlava la fronte: il tessuto fresco della sua tunica arancione, attraversata da vivaci linee purpuree, gli diede momentaneo sollievo dalla calura, mentre un torrido e accecante sole di mezzogiorno splendeva alto in un cielo immensamente turchese, vigoroso di energia e di luce.
Il maestoso massiccio dell’Huayna Potosì si ergeva all'orizzonte come un potente sovrano dal capo innevato e l’uomo non poté fare a meno di perdersi tra i suoi lineamenti così aspri, imponenti e rocciosi: le vaste pianure andine, acri e verdeggianti, si stendevano ai suoi piedi larghe e pacifiche, mentre raggi brillanti di luce ridevano vivaci sulla superficie increspata di un modesto lago, incastonato come una gemma limpida in un vasto tappeto di velluto ocra.
Non v’era suono, se non quello del vento. Non v’erano grida, se non quelle lontane di qualche rapace che inseguiva nell'azzurro la sua libertà. Un flebile alito di vento soffiò sul viso di Huechu, che socchiuse gli occhi scuri e pungenti come spilli, mentre l’aria frizzantina accarezzò quel viso ambrato solcato dalla fatica e da una vita passata a lavorare sotto i raggi cocenti del sole: pareva portasse dipinte in viso le brune zolle della pianura andina, arse dal calore e seccate dall'aridità; sembrava che quell'espressione vagamente lungimirante, data dalle sue rughe, custodisse la saggezza di secoli addietro.
L’uomo reclinò il capo all'indietro, respirando profondamente e ritmicamente, abbandonandosi finalmente ad un istante di pace. Poi volse lo sguardo ai cesti pieni del suo raccolto, colmi di quei fasci dall'inestimabile valore: la sacra chisiya mama, madre di tutti i semi e fonte di sostentamento per le loro famiglie da generazioni. 
Fu improvvisamente grato alla terra, mentre pensò alle parole dei suoi avi: <Un chicco è un piccolo mondo. E’ un universo a se stante, che contiene i più importanti principi vitali. Un seme ha bisogno di una terra che lo accolga, che gli permetta di mettere radici; ha bisogno tanto di pioggia quanto di sole; tanto di resistenza per sopravvivere al gelo, quanto dell’amore dorato del sole. Ha bisogno di luce ma anche di ombra> gli ripetevano quegli umili contadini, che dissodavano zolle sull'altipiano di Potosì quando lui era solo un bambino.
<Un chicco è come un essere umano, che conserva dentro sé la vita e ha bisogno di una terra dove piantare le sue radici; necessita di lacrime per divenire saggio e di calore per sentirsi amato. Deve essere forte, per superare il gelo dell’esistenza, come ha diritto all'amore per poter sopravvivere; ha bisogno di luci tanto quanto di ombre>.
Huechu strinse tra le mani la cima di una piantina di kinwa, che rilasciò nel suo palmo una buona quantità di semi. Li passò amorevolmente tra le dita e pensò che in fondo quei chicchi non erano solo l’emblema della vita, che palpita silente nel cuore dell’uomo: erano molto di più. 
Erano il simbolo della forza di tutti gli uomini, tutti quelli che possono chiamarsi fratelli.
Perché un chicco da solo germoglia, ma non fa di un campo una risorsa; un seme da solo può dare frutti meravigliosi, ma che non sfamano un'intera comunità. E’ l’unione di più germogli che crea la vera ricchezza; è la potenzialità di più piante che crea una piantagione.
Per ogni seme che lotta disperatamente per sbocciare, un altro ne trae esempio; poiché l’amore è la forza che muove il mondo e ci dona la possibilità di comprendere quanta gioia si possa trarre dalla solidarietà: per ogni uomo che lotta per seminare il suo cuore ce ne sarà sempre un altro pronto ad imitarlo, rendendo le brulle lande del mondo un luogo colmo di comunanza e di calore. 
Perché un chicco tira l’altro, sempre. La vita chiama altra vita. E germoglia splendidamente in amore.


Crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas con salsa di tamarillo all’acqua di cocco e cannella
(dosi per ca. 6 piccole crepes, prive di glutine e di lattosio)

Per le crepes alla quinoa soffiata e salvia ananas
80 gr di farina di Quinoa (Priméal)
160 ml di latte di Quinoa e Riso (The Bridge)
15 gr di burro 100% vegetale (Provamel, senza glutine e lattosio)
3/4 foglie di salvia ananas fresca
20 gr di zucchero di canna integrale (Dulcita AltroMercato)
1 uovo
1 pizzico di sale
Quinoa soffiata (Priméal) q.b.

Per la salsa al tamarillo all’acqua di cocco e cannella
175 gr di polpa sbucciata di tamarillo*
160 ml di acqua di cocco al naturale (Isola Bio)
150 gr di zucchero integrale di canna (Mascobado AltroMercato)
Cannella q.b. (io ho optato per un cucchiaino, ma si può dosare a piacere)
  
*Il tamarillo è un frutto sudamericano chiamato anche ‘pomodoro d’albero’ per la sua somiglianza al pomodoro, appunto. Viene coltivato nelle Ande del Perù, del Cile, della Bolivia, della Colombia e dell’Ecuador. Il suo sapore non è estremamente dolce ed è quasi simile a quello di un pomodoro, ma è molto più fruttato. Non disperate, non è impossibile da trovare! Se dalle vostre parti non ci sono negozi di frutta esotica che lo vendono, potete tranquillamente acquistarlo nel reparto frutta di un qualsiasi ipermercato Auchan! Non è per mero vezzo che l’ho utilizzato (quindi non uccidetemi) ma desideravo creare una ricetta che mi portasse là, tra i profumi e sapori delle Ande.

Preparare prima di tutto la salsa al tamarillo. Sbucciare i frutti e tagliarne la polpa a pezzettini, fino ad ottenere in peso la quantità necessaria (se ve ne avanza, è ottimo con zucchero e limone!). Metterla in un pentolino piuttosto alto, antiaderente, aggiungendo lo zucchero, l’acqua di cocco e la cannella in polvere. Cuocere fino a che il composto non inizierà ad essere viscoso, levare dal fuoco e frullare il tutto fino ad ottenere una consistenza liscia e vellutata. Cuocere poi per altri due o tre minuti, fino a che la salsa non si sarà definitivamente addensata. Lasciar freddare.
Dedicarsi dunque alla preparazione delle crepes. Mettere in un recipiente la farina di quinoa, il latte di quinoa e riso, lo zucchero e un pizzico di sale. Frullare fino ad ottenere un composto omogeneo. Aggiungere poi l’uovo sbattuto e il burro vegetale sciolto. Amalgamare bene, aggiungere le foglie di salvia ananas tritate grossolanamente e porre in frigo a raffreddare per ca. 30 minuti.
Passato il tempo d’attesa, procurarsi una padellina antiaderente di piccole dimensioni e ungerla leggermente con burro vegetale. Mentre si scalderà, aggiungere della quinoa soffiata (a piacere) al composto tolto dal frigorifero, amalgamando bene per distribuire i chicchi in modo omogeneo. Con un mestolino prelevarne un po’ e procedere alla cottura delle piccole crepes.
Una volta pronte, riempirle con la salsa di tamarillo all'acqua di cocco, piegarle in quattro e servire tiepide.

Ho pensato a lungo, cercando profumi e sapori che potessero condurmi in terre lontane. Alla fine ho pensato di usare questo chicco dalle grandi potenzialità nutritive, la famosa chisiya mama, per creare qualcosa da regalare con affetto all'iniziativa di Progetto Mondo Mlal.
Non potevo certo mancare, quando si tratta di donare qualcosa per uno scopo così alto e importante. Volevo essere io per prima quel chicco pieno di vita che si apre donando il suo cuore, a tutti coloro che chiamo fratelli; sperando che l’amore possa essere contagioso e che un chicco possa tirarne un altro.
Aderisco pertanto con questo mio piccolo pensiero alla nuova raccolta ProgettoMondo Mlal, perché nessuno mangi più da solo!


Poi un pensiero particolare a te, Sandrina. A te che sei un chicco splendido, che non ha paura di aprirsi regalando il suo immenso amore; che ha il coraggio di resistere alla pioggia e al gelo, tenendo le radici ben salde nel terreno del cuore. A te che sei riuscita a fermare lacrime per riportare il sole, che doni la tua energia pensando prima al prossimo che a te stessa. Una dedica con affetto e immensa riconoscenza, con estrema amicizia e calore. 
Ti voglio tanto, tanto bene, mio semino dai poteri straordinari.

Grazie infine alle amiche dolcissime che mi hanno pensata nuovamente nell'assegnazione di premi: riceverli ancora è per me come averli sempre per la prima volta. Grazie immensamente alla cara Virgi e alla cara Franci per aver pensato a me, donandomi il premio Blog 100% Affidabile. E grazie con tutto il cuore alla tenera Rossina e alla gentilissima Manu per avermi fatto dono del premio The versatile blogger award
Tutto il bene che mi avete fatto in pensieri e parole, in questo momento di confusione e grigiore, lo auguro a voi triplicato amiche mie. Con affetto sincero e tanta, tanta gratitudine!

Colgo l'occasione per scusarmi se ultimamente sarò di nuovo poco presente. 
Purtroppo sapevo che prima o poi gli impegni e i problemi si sarebbero ripresentati, necessitando di tempo per essere risolti. Scusatemi, quindi, se a breve potrò essere solo saltuariamente attiva: non appena potrò, non mancherò di correre a darvi un grosso abbraccio e ricordarvi quanto vi voglio bene. 
Un bacione con immenso affetto. Vi porto con me.